“Finché tutto bruci il fuoco del giudizio”. Sulla poesia di Gerard Manley Hopkins
Poesia
Giorgio Anelli
Vent’anni fa la casa editrice Le Lettere ha pubblicato la sola raccolta di Miodrag Pavlović presente in Italia, L’ultimo pranzo, per la cura di Stevka Šmitran. È un libro straordinario, scritto, si direbbe, dal polo dei secoli: la scrittura, a petroglifi, meditata per artigli, è una fonte di ispirazioni perenne. Il poeta, a voler significare il suo percorso lirico, parte dalla Storia – reale, convissuta, che ha per apici la Seconda guerra e le guerre jugoslave; ma pure trasfigurata, in un cataclisma perpetuo – per stabilirsi nell’eterno: al campo di battaglia segue, negli ultimi versi, la cella, la biada dell’anima, l’inabissamento nei tenaci codici dello spirito (qui, i vertici sono il Monte Athos, ai cui monaci il poeta si rivolge, e San Sava, “capostipite della dinastia nazionale serba, fondatore e primo arcivescovo della Chiesa nazionale serba” – così la Šmitran).
Nato a Novi Sad nel 1928, cresciuto a Belgrado – il padre era direttore delle poste –, Pavlović studia medicina e scrive poesie: esordisce nel ’52, diventerà, negli anni, direttore del Teatro di Belgrado e della casa editrice Prosveta. Viaggia in Europa, negli Stati Uniti, in Russia “dove tiene seminari sui miti e le leggende del suo popolo”. Tra i vari premi vinti, i più menzionano l’alloro lirico assegnatoli dal Festival di Struga nel 1970: dopo di lui, saranno onorati Auden, Neruda, Montale (nel 1973), Allen Ginsberg, Iosif Brodskij e Seamus Heaney. Anche la nota Treccani ci ricorda che Pavlović “ha segnato un punto di svolta nella poesia serba”, pur dimenticando la data della sua morte: il poeta serbo è morto a Tuttlingen, in Germania, dove dimorava da anni, nell’agosto del 2014, dieci anni fa. Poco dopo la sua morte, la casa editrice inglese Salt ha organizzato una raccolta di Selected Poems a cura di James Sutherland-Smith e di Nenad Aleksić, da cui abbiamo tratto i versi in appendice.

Pavlović piaceva a Peter Handke, che ha scritto una partecipe postfazione al libro Entrata a Cremona (1989; 1995), tradotto da Suhrkamp nel 2002. Forse è la sua strenua ricerca nei fondali del Medioevo serbo; forse è la sua ‘fede’ in una poesia soprasensibile, che stigmatizza per bagliori, a rendere Miodrag Pavlović una specie di paria alle nostre latitudini liriche, dove all’icona si predilige la latrina. Ma forse si tratta soltanto della banalità dell’incuria che affligge l’odierna editoria, confiscandone il senso. Che i vivi seppelliscano l’ascia dell’ego – che è poi la contorsione di un ago – e comincino a leggere chi ha costrutto d’ali, prospettiva lirica a perpendicolo.
Di Pavlović si avverte la preparazione all’istante, l’invaso dove plana il dio degli acquazzoni, la calma statuaria, l’audacia del miniatore: di chi studia le ali del gheppio per sovrapporle all’angelo e al mausoleo dell’‘impegno’ preferisce l’ascesi – scelta-rupe che non dà altro premio che il selvaggio sanguinare.

***
Questa mattina ho visto
avide farfalle
su balconi fioriti
le loro ali brune
sui cespugli
dove il lampone
esplode
sul prato, alla soglia
del bosco, le farfalle
sono immobili
trapiantano il polline
e mostrano
che anche ciò che non si vede
a volte si innamora
*
Quando rilascia l’arco
l’arciere è tutto
nella freccia
che perfora l’oscurità.
L’arciere
è abbandonato
alla pietà e alla spietatezza
del suo bersaglio.
*
Cosa hai perduto
in questa foresta
dove il vento
impenna i suoi stendardi?
Né mano né oro
o fibbia d’ingegno
Sulle foglie secche
sulla tumida ombra
la confessione
della carne crolla
Confessione
di chi calpesta il ciclamino
per prendere un ostaggio
fuggito dalla nave
Eppure: i passi di altre genti
hanno stampato sul tuo tempio
un poema furibondo
Guarda le stelle
sola salvezza è avere
una fortuna insensibile:
tu l’hai persa
Quando ha confessato
la carne?
Oh, schiavo
dormi
la notte è breve!
*
Discesa al Limbo
Siamo qui, nello spazio vuoto
in un vuoto che non ha ubicazione;
le bestie tentano di occupare lo spazio
diventano sempre più grandi
gli scheletri crescono
oceaniche pellicce lungo il prato
e vento che scuote i loro flaccidi crani –
sacchi di pelle alimentano il fuoco
degli ultimi edifici umani.
I mostri vacillano
sconosciuta la loro specie
sono simili a petrolio che dilaga
le loro enormi lingue si posano su di noi come panni
bagnati – e sopra ogni cosa, inchiostro di oscurità analfabeta.
Siamo stupefatti: la nostra vista funziona ancora
consigliano di ripararci sotto terra;
non è esattamente una guerra, ma bisogna
nascondersi dall’orda
di quelli che ora sembra allegria e modestia
rispetto a… ogni paragone crolla
e gli occhi diventano obliqui.
Dove sono i cancelli?
Il divino invia l’ultimo messaggio
nel buio, sempre più fitto.
Il messaggio non giunge più
non ferisce come un coltello nel cuore.
Infine, al fondo dell’inferno, ecco,
una piccola porta si apre presso la tana di un topo
misera luce, misera creatura
che vuole spingersi verso a noi con tutte le sue forze!
Lasciate che venga il nostro salvatore frale
il topo appena in vista –
la nostra più grande speranza!
*
Iniziati al rito
Pietra su pietra
roccia dopo roccia
quelle sono le porte
del sole
quella la via
del sotterraneo seno
per il santuario
abbiamo predisposto
l’adatto spazio:
siamo ovunque
pronti a sussultare
davanti al santo
tuttavia: il fratello odia il fratello
*
Ombra
L’ombra
orienta tra le rovine
l’ombra
compete con il vortice
e la gramigna della vedova
ho dissetato
la mia ombra
con il latte
l’ho sfamata
con il sangue degli uccelli
alle mie labbra
si è fatta blu
circondando il mio corpo
e ha cominciato
in segreto
a brillare
finché tutti
non hanno messo il broncio:
allora riconsegnai l’ombra
alla mia anima
*
Sapienza
Ogni cosa è vera
così sembra
giorno e notte
e ciò che accade
nel sogno
è suprema saggezza
ciò che viene detto
di un pesce a tavola
e di una donna
ricoperta di scaglie
è lo stesso
nessuno immagina
*
Al ritorno, vedi l’ala
sul ciglio della strada. Chi divora
gli uccelli, a terra e nella piena del vento?
Non essere troppo duro: forse
l’ala consuma la sua struttura
nell’aria – poi cade e attende
chi se ne impossessi: insetto o uomo
qualcuno che ne conosca l’uso.
*
Antichi rituali
Tutto è chiuso
e la città è inavvicinabile
ora sacrificheranno donne
bianche
al nuovo dio
dalle grandi antenne
crudeli e vestiti con tuniche
affilano le loro chiavi
e si muovono verso quei corpi
nudi tra vampe di fumo
Più tardi, le piangeranno
pregheranno
*
Nuovi rituali
Una volta i funerali
erano la norma, ora
assisti a nere processioni
intorno alle case basse
entri nei negozi e chiedi
di quelli del quartiere
qualcosa ti trafigge
quando inviano un acconto
per pagare il funerale
in assenza del cadavere
*
La scienza dell’anima
XXX
Tra parentesi e infine: le vie dell’anima sono aleatorie.
Non si sa dove potrebbe smarrirsi o essere scartata:
su uno scaffale impolverato, in un camino inerte,
su un’isola che non conosce preghiera,
in archivi di carte dalle voci maliziose.
Alcuni desiderano separarsene
affermando che è un male lussurioso e incoerente.
Ma chi, oggi, si fa carico di un voto?
Ben altro da ciò che l’Io ha promesso a se stesso!
Oppure, devi accettare ciò che sussurra la guida
mentre si unisce a noi – ciò che ci viene richiesto è di essere
assolutamente metafisici?