“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Vent’anni fa la casa editrice Le Lettere ha pubblicato la sola raccolta di Miodrag Pavlović presente in Italia, L’ultimo pranzo, per la cura di Stevka Šmitran. È un libro straordinario, scritto, si direbbe, dal polo dei secoli: la scrittura, a petroglifi, meditata per artigli, è una fonte di ispirazioni perenne. Il poeta, a voler significare il suo percorso lirico, parte dalla Storia – reale, convissuta, che ha per apici la Seconda guerra e le guerre jugoslave; ma pure trasfigurata, in un cataclisma perpetuo – per stabilirsi nell’eterno: al campo di battaglia segue, negli ultimi versi, la cella, la biada dell’anima, l’inabissamento nei tenaci codici dello spirito (qui, i vertici sono il Monte Athos, ai cui monaci il poeta si rivolge, e San Sava, “capostipite della dinastia nazionale serba, fondatore e primo arcivescovo della Chiesa nazionale serba” – così la Šmitran).
Nato a Novi Sad nel 1928, cresciuto a Belgrado – il padre era direttore delle poste –, Pavlović studia medicina e scrive poesie: esordisce nel ’52, diventerà, negli anni, direttore del Teatro di Belgrado e della casa editrice Prosveta. Viaggia in Europa, negli Stati Uniti, in Russia “dove tiene seminari sui miti e le leggende del suo popolo”. Tra i vari premi vinti, i più menzionano l’alloro lirico assegnatoli dal Festival di Struga nel 1970: dopo di lui, saranno onorati Auden, Neruda, Montale (nel 1973), Allen Ginsberg, Iosif Brodskij e Seamus Heaney. Anche la nota Treccani ci ricorda che Pavlović “ha segnato un punto di svolta nella poesia serba”, pur dimenticando la data della sua morte: il poeta serbo è morto a Tuttlingen, in Germania, dove dimorava da anni, nell’agosto del 2014, dieci anni fa. Poco dopo la sua morte, la casa editrice inglese Salt ha organizzato una raccolta di Selected Poems a cura di James Sutherland-Smith e di Nenad Aleksić, da cui abbiamo tratto i versi in appendice.
Pavlović piaceva a Peter Handke, che ha scritto una partecipe postfazione al libro Entrata a Cremona (1989; 1995), tradotto da Suhrkamp nel 2002. Forse è la sua strenua ricerca nei fondali del Medioevo serbo; forse è la sua ‘fede’ in una poesia soprasensibile, che stigmatizza per bagliori, a rendere Miodrag Pavlović una specie di paria alle nostre latitudini liriche, dove all’icona si predilige la latrina. Ma forse si tratta soltanto della banalità dell’incuria che affligge l’odierna editoria, confiscandone il senso. Che i vivi seppelliscano l’ascia dell’ego – che è poi la contorsione di un ago – e comincino a leggere chi ha costrutto d’ali, prospettiva lirica a perpendicolo.
Di Pavlović si avverte la preparazione all’istante, l’invaso dove plana il dio degli acquazzoni, la calma statuaria, l’audacia del miniatore: di chi studia le ali del gheppio per sovrapporle all’angelo e al mausoleo dell’‘impegno’ preferisce l’ascesi – scelta-rupe che non dà altro premio che il selvaggio sanguinare.
***
Questa mattina ho visto avide farfalle su balconi fioriti
le loro ali brune sui cespugli dove il lampone esplode
sul prato, alla soglia del bosco, le farfalle sono immobili trapiantano il polline
e mostrano che anche ciò che non si vede a volte si innamora
*
Quando rilascia l’arco l’arciere è tutto nella freccia che perfora l’oscurità.
L’arciere è abbandonato alla pietà e alla spietatezza del suo bersaglio.
*
Cosa hai perduto in questa foresta dove il vento impenna i suoi stendardi?
Né mano né oro o fibbia d’ingegno
Sulle foglie secche sulla tumida ombra la confessione della carne crolla
Confessione di chi calpesta il ciclamino per prendere un ostaggio fuggito dalla nave
Eppure: i passi di altre genti hanno stampato sul tuo tempio un poema furibondo
Guarda le stelle sola salvezza è avere una fortuna insensibile: tu l’hai persa
Quando ha confessato la carne? Oh, schiavo dormi la notte è breve!
*
Discesa al Limbo
Siamo qui, nello spazio vuoto in un vuoto che non ha ubicazione; le bestie tentano di occupare lo spazio diventano sempre più grandi gli scheletri crescono oceaniche pellicce lungo il prato e vento che scuote i loro flaccidi crani – sacchi di pelle alimentano il fuoco degli ultimi edifici umani.
I mostri vacillano sconosciuta la loro specie sono simili a petrolio che dilaga le loro enormi lingue si posano su di noi come panni bagnati – e sopra ogni cosa, inchiostro di oscurità analfabeta. Siamo stupefatti: la nostra vista funziona ancora consigliano di ripararci sotto terra; non è esattamente una guerra, ma bisogna nascondersi dall’orda di quelli che ora sembra allegria e modestia rispetto a… ogni paragone crolla e gli occhi diventano obliqui. Dove sono i cancelli? Il divino invia l’ultimo messaggio nel buio, sempre più fitto. Il messaggio non giunge più non ferisce come un coltello nel cuore. Infine, al fondo dell’inferno, ecco, una piccola porta si apre presso la tana di un topo misera luce, misera creatura che vuole spingersi verso a noi con tutte le sue forze! Lasciate che venga il nostro salvatore frale il topo appena in vista – la nostra più grande speranza!
*
Iniziati al rito
Pietra su pietra roccia dopo roccia quelle sono le porte del sole quella la via del sotterraneo seno
per il santuario abbiamo predisposto l’adatto spazio: siamo ovunque pronti a sussultare davanti al santo
tuttavia: il fratello odia il fratello
*
Ombra
L’ombra orienta tra le rovine l’ombra compete con il vortice e la gramigna della vedova ho dissetato la mia ombra con il latte l’ho sfamata con il sangue degli uccelli alle mie labbra si è fatta blu circondando il mio corpo e ha cominciato in segreto a brillare finché tutti non hanno messo il broncio: allora riconsegnai l’ombra alla mia anima
*
Sapienza
Ogni cosa è vera così sembra giorno e notte e ciò che accade nel sogno è suprema saggezza ciò che viene detto di un pesce a tavola e di una donna ricoperta di scaglie è lo stesso
nessuno immagina
*
Al ritorno, vedi l’ala sul ciglio della strada. Chi divora gli uccelli, a terra e nella piena del vento? Non essere troppo duro: forse l’ala consuma la sua struttura nell’aria – poi cade e attende chi se ne impossessi: insetto o uomo qualcuno che ne conosca l’uso.
*
Antichi rituali
Tutto è chiuso e la città è inavvicinabile ora sacrificheranno donne bianche al nuovo dio dalle grandi antenne crudeli e vestiti con tuniche affilano le loro chiavi e si muovono verso quei corpi nudi tra vampe di fumo
Più tardi, le piangeranno pregheranno
*
Nuovi rituali
Una volta i funerali erano la norma, ora assisti a nere processioni intorno alle case basse entri nei negozi e chiedi di quelli del quartiere qualcosa ti trafigge quando inviano un acconto per pagare il funerale in assenza del cadavere
*
La scienza dell’anima
XXX
Tra parentesi e infine: le vie dell’anima sono aleatorie. Non si sa dove potrebbe smarrirsi o essere scartata: su uno scaffale impolverato, in un camino inerte, su un’isola che non conosce preghiera, in archivi di carte dalle voci maliziose. Alcuni desiderano separarsene affermando che è un male lussurioso e incoerente. Ma chi, oggi, si fa carico di un voto? Ben altro da ciò che l’Io ha promesso a se stesso! Oppure, devi accettare ciò che sussurra la guida mentre si unisce a noi – ciò che ci viene richiesto è di essere assolutamente metafisici?