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“E poi vedevo il suo santo capo tutto pieno di buchi a modo di stanzine”. Maria Maddalena de’ Pazzi, la mistica straordinaria

Visse, Maria Maddalena de’ Pazzi, fiorentina, quarantuno anni, dal 1566 al 1607. Morì in maggio, nel dolore, rifiutando tutti gli incarichi offerti, nell’epoca che fu di Caravaggio, tanto da poter essere una delle sue Maddalene, scandagliate dall’ombra – con la luce nel cassetto intercostale. La sua opera – Quaranta giorni, Colloqui, Revelatione e Intelligenze, Probatione – è straordinaria (Maria Maddalena de’ Pazzi è inscritta tra le grandi mistiche italiane, insieme a Caterina da Siena e ad Angela da Foligno), ma la sua vita è irrilevante. Inizia con la profanazione dei nomi, in effetti. Figlia dell’alta nobiltà di Firenze, fu battezzata Caterina, ma chiamata Lucrezia. Entrò nel Carmelo di san Frediano sedicenne. Lo schema che precede le rivelazioni è consueto alla virtù mistica, che giunge in punto di morte: una grave malattia la coglie nel 1584, ad essa si appaiano le prime estasi. Risorta dal male – colma d’eccesso di grazia – Caterina, fattasi Maria Maddalena, medita il suicidio. Il cupo abisso è però bolide di luce: il corpo scosso della mistica è luogo d’incontro con il divino, sala da pranzo di Cristo. Eppure, Maria Maddalena de’ Pazzi è puro incavo, un vuoto: emersa dalle estasi, non ricorda nulla, se non lo sbigottimento bianco, armato nel sudore. E nulla scrive. “Fu scritta da altri a sua insaputa” (Giovanni Pozzi): che formula magnifica! La donna è puro tramite, inconsapevole, va spiata, come se fosse una porta socchiusa. La ‘traduzione’ delle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi segue un canone inconsueto, formidabile: “Le sue compagne, con interminabile pazienza, ne trascrissero le parole, dandoci un documento pressoché unico per la sua natura di totale e autentica oralità… Tre, quattro di loro ripetevano a turno ad alta voce le parole dette da lei; altrettante, nello stesso ordine, le trascrivevano. Poi facevano il montaggio delle parti, richiedendo alla veggente chiarimenti nei punti rimasti oscuri”. La veggente, d’altronde, cagliava oscurità su oscurità, al pallore di un sorriso. Chi ascolta l’estasi è responsabile della sua trasmissione: il veggente resta nella sua vaga inadeguatezza. Riconosciuta dalle consorelle, infine dalla Chiesa – è canonizzata da Clemente IX nel 1669 – Maria Maddalena de’ Pazzi è sconosciuta al resto del mondo, oltre il recinto del Carmelo: “La sua vita straordinaria… passò quasi inosservata”. La visione è scritta su altro foglio che non il libro, supporto posto ai perplessi, agli incatenati – ma la parola, tratta a gesti (la gestualità di Maria Maddalena ci è raccontata, ma perduta, il ‘teatro’ delle estasi) – ma qui è in vita l’incanto. “Una parola che non ha dietro di sé un passato né davanti a sé un futuro; senza memoria; senza tempo, se non quello che corre nella dizione”. Dio si dice – non si legge – va eletto. Di seguito, alcuni brani estratti dai libri di Maria Maddalena de’ Pazzi. (d.b.)

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Vedevo Gesù tutto bello col suo costato aperto che mi pareva fosse come una fonte d’acqua molto limpida e chiara. Quest’acqua intendevo essere la chiarezza della sua divinità, la dolcezza e inaffiamento della sua umanità e la purità della sua anima. Questa sì dovrebbe provocare la sete e il desiderio di andare a bere a quel sacrato fonte del costato di Gesù più che non fa l’acqua del fonte materiale al cervo.

Vedevo poi le anime come tanti bei cervolini che andavano correndo a bere di quell’acqua; ma alcune andavano più adagio e alcune pareva non avessero sete né desiderio di bere e andavano a quel fonte per fare come le altre non per voglia nessuna che loro ne avessero. Intendevo poi che assomigliando le anime al cervo, Gesù mostrava voleva avessero le proprietà di questi animali. Sono i cervi molto ansiosi di andare al fonte e bere di quella limpida e chiara acqua; così voleva che fossimo molto ansiose e sitibonde del suo onore della salute del prossimo, dico, avere una gran sete che Dio sia amato e onorato da tutti come conviene e che le anime che Gesù ha ricomprate a sì gran prezzo del suo prezioso Sangue si salvino e non ne vada tante per la via della perdizione. Il cervo quando è infermo non ha quella sete di bere dell’acqua; così quelle che andavano a quel modo, adagio e non avevano sete di bere dell’acqua di Gesù, dico di bere a quel fonte del suo costato, erano inferme e avevano guasto il gusto e avevano perduta la sete del santo desiderio.

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E poi vedevo il suo santo capo tutto pieno di buchi a modo di stanzine, e rilucevano tanto che parevano specchi: erano i buchi che gli fece la corona di spine.

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Poi vedevo tutte le piaghe di Gesù che erano a modo di specchi, acciocché le creature si potessero specchiare in lui. E stando Gesù in croce lo sentivo gridare e dire: Chi ha sete venga a me e beva. E vedevo che l’acqua che si doveva bere usciva dalle membra di Gesù e da tutto il suo corpo e veniva a modo di pioggia e scendeva nei cuori delle creature, e intendevo che quest’acqua era la sua grazia. E mi pareva che così come quando piove e la terra riceva quell’acqua, venendo poi il sole e riscaldandola coi suoi raggi, viene essa a germogliare e fare i frutti, così mi pareva che Gesù facesse a quelli che ricevono tale acqua, e aprendosi poi il suo costato, vedevo che a guisa di sole mandava raggi alle creature del suo santo amore, dico in quei cuori che avevano ricevuto quell’acqua, e riscaldandoli li faceva germogliare e produrre frutti soavissimi di buone opere.

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Desidero di non essere, e ora vorrei avere un essere infinito; desidero di non potere niente, e ora vorrei poter ogni cosa; desidero esser dispregiata, e ora vorrei esser esaltata.

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La prima opera che fai entrando nell’anima è che disfai tutto tutto quello che è creato e la vai annichilando, dandogli talmente la cognizione di sé che se le creature gli domandassino quel che gli pare essere, risponderebbe che non è altro che un nichilo, un niente. O gran cosa condursi in verità di cuore a confessare di essere un niente!

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Il morire a sé e perdersi in Dio è un sicuro impegno per l’eternità.

*In copertina: Andrea Solari, “Maria Maddalena”, 1524 circa

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