“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Un tempo, capivamo il linguaggio di tutti gli animali: l’orso ci istruiva, con ferma dolcezza, sui sentieri d’altura; il cinghiale dirimeva questioni sull’altro mondo – sapeva che il figlio del cielo è stato sotterrato vicino al fiume –; al corvo dobbiamo gli insegnamenti sui nomi degli astri e sul loro influsso sull’umore, la guerra, il successo nella caccia. Gli uomini sapevano trasformarsi – pur per un breve periodo – in trota, faina e capriolo. Come sempre, l’educazione più dura prevede: realizzare nella propria forma tutte le forme possibili. Levitare a sé – levarsi.
Marcovinicio serba questa facoltà sciamanica – ignaro del dono che testimoniano le sue opere. Il suo bosco ha natura di fuoco: sembra una raccolta di selci, di fossili, di petroglifi. Nella foresta pietrificata ogni rumore è un richiamo – cenere significa: andirivieni con i risorti; i santi dal cuore strigide prendono casa sull’albero. I suoi camosci – istoriati secondo l’arte degli Sciti, i popoli delle steppe che stopparono l’avanzata d’oro e di sangue di Alessandro il Grande – vanno venerati: nel loro essere non si nasconde una preda, ma un predatore. Un dio si vela sempre da fuggiasco, da trafitto, da senzatetto. Nel corpo di quegli erbivori, ad esempio, ho riconosciuto il puma, l’enigmatico felide, il re delle rupi, creatura troppo complessa per stare stipata in stendardi, lenzuola ornamentali, danze.
Ted Hughes, il grande poeta inglese, credeva nella scrittura come una razzia, come una grande caccia. In un libro aureo, Poetry in the Making, ha scritto che “la poesia è un animale. Le poesie hanno vita propria, proprio come gli animali, il che vuol dire che sono separate da qualsiasi persona, perfino dal proprio autore: nulla può essere aggiunto o tolto a una poesia senza mutilarla e forse perfino ucciderla. Le poesie hanno una certa saggezza. Conoscono qualcosa di speciale”. Ciò che Ted Hughes dice della poesia diciamolo per l’arte in generale.
L’artista – se è grande, se non è un falso – crea la vita. I quadri galoppano, azzannano, hanno una tana – insinuano discendenti.
Davanti ai quadri di Marcovinicio bisogna portare un’offerta votiva: una tazza di latte, un fascio di spighe, un fiore. Un bracciale. La cosa che lega e quella che scioglie. Come si fa davanti alle pietre sacre e davanti alle icone. Siamo, ormai, al di là dell’arte – che è fattura prima che fatto, magia nera: imprigiona al posto di sprigionare –: le opere di Marcovinicio evocano, invocano.
Un critico non ha nulla da rilevare di fronte a una rivelazione – occorre vivere, ricordarsi di quando eravamo alberi e ghepardi, mangiarne: il cielo è ancora in tasca e va sguainato, come un coltello, come un ragazzo. L’opera, invece, tolte tutte le palpebre, va tenuta sulla lingua, sul palato, tra i denti – è ostia.
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Il puma sotto tiro parla
sono pronto a lasciare questo corpo – la fame non si è allontanata non ha allentato la mia pazienza –
anche se l’essere che i miei chiamano padre non verrà in mio aiuto, non lo rimprovero:
mi ha dato tutto – la roccia, l’audacia la giustizia – è giusto che si dimentichi di me – ora confido nel cacciatore che mi insegue da mesi: è lui il mio unico dio, ora – morire
senza che me ne accorga è un privilegio che non desidero: ho divorato la messe degli acquazzoni, ho amato la siccità e la solitudine, l’oasi mi ha insegnato a schivare la pace, non ho trasgredito dalle trame del fiume: per me non è diverso da un uomo, la stessa ansia della foce colloca entrambi tra gli schiavi –
ma noi siamo creature difficili i lunghi giorni di digiuno hanno complicato le nostre visioni – voi ci disegnate sulle corazze, sulle porte sulle coperte che avvolgono i vostri figli: ci credete un amuleto, l’emblema del potere, elusivo e feroce
quanto siete distanti, come sempre dal vero: vi basta un destriero un’arma e una seminagione di città per credervi dio – di noi
è vero il contrario: passiamo la vita a contemplare la pietra e la sabbia procreiamo per estinguerci, come si dà fuoco a una casa per restaurarne il sogno – al cielo cresceranno i denti prima o poi, più volte
ci siamo spartiti il sole: mugolava come una lepre – molti di noi conoscono le lingue degli uccelli: credono così di avere dei complici nell’aldilà
ma la crema che cresce sui cadaveri non è l’anima: la si raccoglie con un cucchiaio perché se ne nutra il pettirosso