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“È bello anche il tranquillamente finire”. Luigi Di Ruscio e il privilegio del dubbio

Se è ancora possibile la poesia una parte del merito deve essere riconosciuta anche a quegli autori irregolari che hanno scritto versi senza compromessi editoriali e prospettive di successo economico, ma solo ed esclusivamente per necessità impellente di far vibrare le corde del proprio spirito, denunciare la condizione umana e interrogarsi sulla propria identità. Sono i poeti ignorati dai grandi circuiti culturali e dai canali d’informazione massmediale che aiutano a riscoprire lo sfrontato bisogno del disutile, e di conseguenza l’ineluttabile mortalità malgrado il progresso scientifico e tecnologico. Di fronte alla fatalità dell’esistenza, restano solo i versi.

«Nei miei versi è la mia resurrezione» è infatti il testamento di Luigi Di Ruscio, poeta e operaio ma anche migrante in Norvegia e padre di famiglia. La sua scrittura continua, interrotta soltanto dalla morte («concludere la poesia con la mancanza di essa / l’ultima pagina sarà il certificato di morte / e che almeno questo non sia ripetitivo»), si impone un preciso intento vocazionale: «per testimoniare che siamo stati vivi lascio tracce alfabetiche». Come se orbitasse impazzita in una fuga spiraliforme, la poesia pervasa dal conflitto tra il singolo e il mondo si muove senza pausa alternando il rifugio nell’individuo all’annullamento nella totalità del cosmo, innescando il cortocircuito del dubbio quando la verità non è intellegibile.

«Il non avere dubbi, il non capire dell’incertezza di tutte le cose, il non capire che tutto è vero e falso nello stesso tempo, che giusta è solo la pietà per tutte le cose» è per Di Ruscio l’orrore della brutalizzazione. Le sue pagine diventano quindi un inno alla gioia della resistenza, possibile soltanto se si riconosce il miracolo di una vitalità palpitante nonostante la condizione umana: “scrivere è mostrare lo squarcio, raggiungere i limiti estremi, siamo finalmente venuti, scrivere la verità è mostrare l’orrore estremo, non ci accorgevamo di quando siamo stati brutalizzati, quando l’encefalogramma sarà piatto prenderanno il nostro cuore per trapiantarlo in un maiale, non assistere impotente alla tua brutalizzazione, proclama lucidamente la tua rabbia, prepariamoci per lo spasimo estremo, non saranno certo gli errori, le gazze e tanto meno i cretini ad avere l’onore di guastarmi la gioia di essere vivo”.

Quello sotteso alla vertigine individualista del poeta che si scatena nel conflitto con il mondo è però un principio universale di uguaglianza che accumuna gli uomini di ogni epoca, tutti inevitabilmente destinati all’angoscia della heideggeriana “gettatezza” nel mondo. Dal momento che è ignoto il senso del dolore metafisico, la necessaria tappa successiva è l’immersione nel ciclo naturale della vita: «L’essere che dilegua nel nulla è il passare e morte, il nulla che dilegua nell’essere è il sorgere e la nascita, la morte è un ritornare nella condizione prenatale, quando ero il niente che viveva il niente»; di conseguenza morte e vita si avvicendano senza tregua rimuovendo lo shock della fine: «la fine dell’uomo non è una tragedia è solo la fine della tragedia. Accettare il miracolo di questa esistenza in tutta la leggerezza dell’effimero, come il volo breve della farfalla bellissima, il fiore splendente che si apre per morire per sempre, essendo la poesia non la descrizione della cosa ma la cosa stessa che nasce precipitando sulla carta, nasce e non sempre diventa adulta».

«È bello anche il tranquillamente finire, tramontare senza lasciare traccia, ritornare nel niente da dove siamo sorti». Solo impronte poetiche possono essere lasciate dal poeta che si inoltra nel paesaggio della poesia come «se in principio ci fosse stato il verbo, parola, logos», centro di gravità di un’infinità di mondi in accordo con l’insegnamento bruniano. La parola in quanto manifestazione primaria dell’individuo, è in grado di incarnare l’universale condensato nell’esperienza del singolo, per mezzo di cui è possibile trascendere le frontiere spaziotemporali e annullarsi nella materia: «ho calcolato innumerevoli generazioni e alla fine ho scoperto che ci fu un periodo in cui ben 35 milioni di esseri dovettero scopare perché io nascessi nel 1930 […] alla fine mi trovo imparentato con tutto il vivente del regno animale e perfino del regno vegetale e alla fine vado a imparentarmi con tutto il vivente dell’universo, che dovrebbe essere infinito e quindi dovrebbe contenere una infinità di materia vivente che deve esistere per forza perché il concetto di esistenza del sottoscritto sia possibile. La cosa è vertiginosa. […] Tutto poteva non avvenire, la cosa è avvenuta, ci siamo perfino incontrati, nessuno può considerarsi innocente, consideriamoci un sogno!»

Trascendenza ieratica e vertiginosa che fa incontrare gli estremi dell’individuo e dell’universo in rapporto dialettico fra loro. La scrittura che precipita e si eleva forsennata come un’istanza di sogno, rivelatrice, è la prova decisiva e paradossale dell’esistenza dell’individuo, non malgrado il dileguarsi nella totalità, ma in virtù di ciò: «tutto potevo dubitare non certo l’esistenza di codesto sottoscritto scrivente».

Tuttavia il dubbio affiora implacabile dall’aporia tra essere e conoscere, poiché «tutto è dubitato, nessuna cosa rimane nelle sue certezze», e di conseguenza diventa l’unico strumento epistemologico anche se insufficiente a raggiungere la verità. «Siamo nati e poteva non nascere niente». È il caso che attesta l’esistenza di ogni individuo come un miracolo, sufficiente di per sé a rivendicare ogni individualità in contrapposizione alla fredda statistica che riconduce l’io al mero ingranaggio della macchina sociale. L’individualismo del dettato diruscesco non scade nel solipsismo, ma è la risposta alla disumana massificazione che esclude l’uno per il tutto, laddove il marchigiano si batte per il riconoscimento della dignità di ognuno: «Casino terrificante e non si capisce perché devo viverlo io e non si capisce neppure con precisione chi sia questo io da anni invischiato senza scampo nel problema dell’identità, il perché io sono proprio io e non un altro? Che significa essere io? Magari l’io di una formica è il formicaio, il mio io diventa sempre più io anche se in epoche diverse l’io di un romano era anche Roma. Il significato dell’Io unità irripetibile, una unicità che è improprio sommare, un universo a sé stante. Eppure le statistiche sommano sottraggono calcolano gli uomini come fossero unità uguali e intercambiabili».

Niccolò Di Ruscio

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