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“Dio si rivela nel volto degli uomini”. Kara Kitap, il racconto di una Istanbul in cui si perde la bussola spazio temporale

Ho chiesto a Niccolò di Ruscio di scrivere per Pangea ormai diversi mesi fa, prima che partisse per Istanbul, da Venezia, dove ci siamo conosciuti. È pronipote del poeta Luigi di Ruscio, e secondo me anche lui è un poeta, anche se non gli piace che io lo chiami così. Ho sempre pensato che lui fosse uno di quelli che Venezia la “sentiva” di più, come se la città avesse una personalità e lui la percepisse, e intrattenesse con lei un costante dialogo. Questo l’ho capito una mattina, all’alba, quando eravamo sul ponte di Rialto e lui mi parlava di Venezia come si parla di qualcuno per cui si nutre un profondo rispetto, affetto, e tenerezza. Ora mi invia questo articolo, e io leggendolo ritrovo quella stessa sensibilità, riflessa nelle parole che lui usa per parlare di questo libro, per parlare di questa città in cui ora si trova, e per parlare di sé, alla fine. Le città non sono mute ma parlano, lui lo sa bene. (Bianca Cesari)

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Sono a Erenköy da qualche mese, un quartiere di Kadıköy che un tempo era l’antica Calcedonia e oggi la principale appendice asiatica della metropoli Istanbul. È una zona di alti palazzi di cemento, slanciati e non troppo tozzi, incastrati in una griglia regolare di viali alberati. C’è il Mar di Marmara poco distante dove nessuno naviga più, se non i turisti sui traghetti per le Adalar (le isole), note agli occidentali come isole dei principi. Più che l’odore della salsedine si sente però quello della polvere delle centinaia di cantieri dei nuovi palazzi che svetteranno laddove poche settimane prima ne venivano demoliti altri di venti anni appena. Dicono di tutelarsi dal terremoto che sta arrivando ma nel frattempo il vento che si incanala nel Bosforo lascia alle finestre un velo opaco di polvere. Aldilà del senso di fatalità che si respira in questa gigantesca città di città, credo che da queste parti siano fin troppo abituati a vedere le loro case rase al suolo in secoli di sismi e incendi che hanno cancellato gran parte dei quartieri storici. In uno di questi palazzi – ci dice nella postfazione a dieci anni dall’uscita del libro – nel 1985 Orhan Pamuk sta finendo di scrivere Kara Kitap, il libro nero, o meglio oscuro; come Kara Deniz, il mar nero che inghiotte ogni anno una decina dei bagnanti che non possono permettersi la casa a Bodrum, la Istanbul marittima, meta mediterranea dei vacanzieri. 

Oscura è la città in cui Galip, avvocato di Nişantaşı – quartiere benestante della parte europea – si aggira come un fantasma nella notte innevata. Va in cerca di indizi che possano ricondurlo a Rüya, sua moglie, nonché cugina e compagna di giochi d’infanzia, che è fuggita di casa lasciando una lettere enigmatica di  sole diciannove parole. Inizia quindi la ricerca di Galip nell’inverno di una Istanbul malinconica e misteriosa, in cui Rüya sembra essersi dissolta. Il suo nome d’altronde significa “sogno” in turco, e difatti la ricerca di Galip, più che nel metodo investigativo dei gialli (di cui Rüya è una lettrice vorace) sembra trovare un senso solo nello smarrirsi nel “giardino del sogno”, che è giardino della memoria. Il suo peregrinare grottesco nei sudici vicoli della città, negli scantinati, nelle case chiuse, nelle locande di una Istanbul opaca per il mistero che conserva, e che ne offusca la comprensione, richiama le memorie della famiglia e le storie del suo paese e tutto finisce per mischiarsi e confondersi. 

La scansione per capitoli è inizialmente scientifica: a un capitolo sui ricordi d’infanzia di Galip riemersi durante i suoi vagabondaggi notturni, si alterna uno dei racconti fiabeschi e surreali del cugino Celâl, fratellastro di Rüya e rubricista del quotidiano nazionale “Milliyet”, per il quale da decenni racconta la vita della gente di Istanbul fra aneddotica metropolitana e leggenda che sprofonda nei secoli passati. Ma poi il confine fra l’invenzione delle rubriche e la “realtà” della trama inizia a dileguare quando Galip, scopre che anche Celâl è scomparso (la famiglia, la redazione del giornale, i suoi ammiratori ossessionati dal complotto politico che porterebbe all’ennesimo colpo di stato militare sono tutti sulle sue tracce) e comincia a nutrire il sospetto che possa essere insieme alla moglie, con la quale dopotutto condivideva una sintonia che egli invidiava.    Da qui avviene quella specie di trasfigurazione che porta Galip a prendere l’identità di Celâl; a rifugiarsi nella mansarda della loro casa di infanzia, il Palazzo Cuor della Città di Nişantaşı, dove Celâl spesso si rifugiava; a indossare i suoi vestiti; a studiare dai suoi libri; a mangiare il cibo del suo frigorifero; a rispondere alle chiamate dei suoi ammiratori e persino a spacciarsi per lui in un’intervista della televisione inglese al Pera Palas e a scrivere al suo posto i pezzi giornalieri per non lasciare il quotidiano senza la rubrica che Celâl scriveva da decenni.

Allora Rüya, che sembrava essere il centro gravitazionale dell’investigazione, diventa personaggio secondario, quasi contestuale (il contesto in cui sprofonda Galip ha le pareti fumose del sogno), quando Galip rinchiuso nelle stanze di Celâl perde la bussola della ricerca. Passa giorno e notte tra le scartoffie del cugino, tra le sue rubriche archiviate che rilegge decine di volte, quelle ancora non terminate, le lettere degli ammiratori con le loro foto allegate, e si perde nel mistero dell’indagine dei segni sparsi in ogni angolo della città e nei volti delle persone. Consulta la dottrina sufi dal Masnavi di Mevlana, il più importante poeta mistico sufista, e quella Hurufi di Fazlallah, per poi imbattersi in strampalati saggi metodologici sulla decifrazione delle lettere che si nascondono nei lineamenti del viso. 

“Dio, che è nascosto, si rivela nel volto degli uomini”. Questo gli rivelano quelle pagine che lo portano a concepire la realtà come un sistema di segni che indicano un processo, non un arrivo ma un fatale investigare. Come avviene con la lettura: fatale illusione; come col raccontare storie: fatale falsificazione e unica via per essere sé stessi. Questa trascendenza a sistema, matematica (la fisica moderna ha già compromesso la funzione di verità della scienza, non si deve certo ricordarlo qui), non è forse la stessa degli “Angeli ribelli” di Osvaldo Licini, dei suoi “Olandesi volanti” e delle sue “Amalassunte”? Queste spiritate figure mitologiche dai lineamenti circoscritti in numeri, lettere e simboli geometrici non sono il vano tentativo di indagare l’universale attraverso il simbolo, come se nel segno ci fosse il cosmo, nella lettera il mistero totale? 

Olandese volante (blu), Osvaldo Licini, 1945

Galip però scopre che con la scomparsa della dottrina degli Hurufi (e con essa anche quella delle lettere sui volti, e quindi del mistero) quelli che restano a Istanbul sono volti vuoti, tutti uguali, un insieme di elementi fisiognomici senza nessuna lettera, nessun indizio (oggi quando si cammina in Istiklal Caddesi ci si imbatte ogni venti metri nei nasini rifatti à la Barbie e nei turbanti non più tipici dei pascià, ma dei pazienti dei centri di trapianto per capelli). Solo nella lettura si possono cercare gli indizi per conoscere sé stessi. E cos’è la lettura se non l’indagine per svelare l’enigma di una pagina invasa dai segni, la pagina di un libro nero che, come Istanbul, esibisce tutti gli indizi del suo mistero ma resta comunque imperscrutabile?

Man mano nel romanzo i confini fra le rubriche di Celâl e la trama si dissolvono completamente poiché Galip si impadronisce della sua identità. Persino il confine fra autore e personaggio si appiattisce quando le deduzioni, le ritrattazioni e le nuove intuizioni di Galip si impadroniscono dell’identità del narratore tanto da creare uno slittamento da una narrazione in terza a una narrazione in prima persona (come se l’autore Pamuk, rinchiuso all’ultimo piano di un palazzo di Erenköy, si fosse anch’egli smarrito nell’identità del rubricista Celâl Salık, nel tentativo di completare la problematica stesura del suo romanzo. Cosicché alla fine anche la scrittura diventa investigazione). 

L’unica maniera per essere se stesso – è questo l’obiettivo vero della ricerca di Galip – è quella di raccontare storie, camuffarsi da giullare di corte, trobador di poemi cavallereschi. D’altronde Pamuk, nella giungla metropolitana dell’ipertrofica Istanbul, ha indagato in tutti i suoi romanzi i tratti epici della gente di questa città, intrappolata com’è in una scatola moderna che non appartiene ancora al suo tempo. Il paradosso del travestimento – che non è maschera ma esplorazione e indagine – investe tutto il romanzo: come Galip trova sé stesso solo camuffandosi in Celâl, così i sultani costretti nelle dimore sul Bosforo scappano di notte, travestiti da comuni cittadini, per sentirsi sé stessi tra la folla.

Ma chi è Celâl se non chi vorremmo essere? Se non la persona che la donna che ami stima di più al mondo, la persona che più è in grado di indagare il mistero, di avere l’arguzia di barcamenarsi e restare a galla facendo scandalo nella rubrica di un quotidiano nazionale. Nel romanzo Celâl non agisce, difatti non c’è come corpo ma soltanto come cantastorie. E tuttavia viene sempre evocato. È puro travestimento, chiunque vorrebbe prendere le sue sembianze e Galip può permettersi persino di vivere in sua vece. Pur con salti acrobatici e voli pindarici il raccontare storie lo rende autentico, quindi rende autentico il travestimento. Tuttavia anche Celâl viene accusato di mancare di originalità, di non aver inventato niente; come del resto dicono i turchi  anche di loro stessi, quando riavvolgono il nastro della storia e alimentano quelle ossessioni e quei complessi di inferiorità, ai limiti della psicosi collettiva, che il libro indaga senza requie. 

Quella del Libro nero è una Istanbul in cui si perde la bussola spazio temporale, che passa dal caos della moderna metropoli di dolmuş scassati e loschi night-club di travestiti, alla Costantinopoli di epoche imprecisate piene di sultani che si aggirano camuffati da civili tra le deserte vie della città nelle notti di coprifuoco. È una Istanbul di traghettatori e rigattieri ambulanti, di giornalisti occidentali spaesati e cinema squallidi dalla discutibile programmazione americana che solletica la voglia d’Occidente nel popolo turco. Se il lettore malauguratamente dovesse trovarsi a Istanbul a leggere il Libro nero non potrebbe che  perdersi nel mistero di questa città, perché la investigherebbe allo stesso modo di Galip. Come lui dimenticherebbe di non essere Celâl, confonderebbe i ricordi con la realtà, la vita coi libri, i volti con le lettere e dimenticherebbe quello che ha e che non ha letto mentre attraversava il Corno d’oro, dai bazaar di Eminönü alle strade veneziane di Galata. 

Un piccolo aneddoto: dei luoghi del romanzo alcuni sono luoghi reali come la bottega di Alaaddin che ancora oggi si trova in uno degli incroci fra Teşvikiye Caddesi, il viale principale del quartiere Nişantaşı, e una delle strade secondarie della zona. Sono andato lì a ricercare il Palazzo Cuor della Città, la casa dove viveva Galip da bambino e dove lui e Celâl si rifugiano senza dirlo a nessuno, tra i vecchi mobili dall’odore stantio della mansarda. Non l’ho trovato ma sono entrato proprio nella bottega di Alaaddin che oggi è un tabaccaio/edicola e tekel, ovvero un minimarket autorizzato a vendere alcolici (evidentemente le riviste scandalistiche e i giocattoli per bambini non sono più abbastanza redditizi al giorno d’oggi, mentre le birre e il rakı – il tradizionale liquore turco all’anice – hanno consumi sempre in aumento nonostante la tassazione altissima sull’alcol, a causa della quale almeno un terzo della popolazione turca preferisce distillare in casa).

Decido di comprare un gelato e faccio per pagare con 10 lire e mentre l’uomo dietro al banco apre la cassa per prendere le monete di resto, accenno con un turco stentato al Libro nero, a Orhan Pamuk, a Alaaddin (il nome fittizio del proprietario precedente). Mi aspettavo che si inorgoglisse della fama internazionale della sua bottega grazie alle menzioni di un premio Nobel nei suoi romanzi; mi aspettavo che mi chiedesse da dove venissi, e che si prodigasse nelle solite battute o luoghi comuni sull’Italia – Totti, Avrupa Sampiyonu, Maneskin, pizza i più quotati tra new entry e evergreen – invece con fare indispettito mi lascia le monetine e senza rispondere dice iyi günler, iyi günler! (buona giornata) invitandomi a togliermi dai piedi. Subito l’incomprensibile scortesia mi disturba, poi scoppio in una fragorosa risata allontanandomi a piedi nel quartiere. Quel mistero che ci racconta Pamuk sta in questi piccoli e improbabili scatti d’umore di una città oscura. E oscura, necessariamente, è anche la sua gente. 

Niccolò di Ruscio 

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