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“E poi, chiudete gli occhi…”. L come Luce

Bisogna farsi esegeti della luce, dirimere la luminosità fino a diventarne ciechi, boccheggiare in fiamme. Nell’era elettrica, elettronica, della luce perpetua e scissa, dei mondi paralleli, digitali, diagnosticati, cosa ne sappiamo della luce? Tutto in anatomia quantistica. Ma… Che differenza c’è, ad esempio, tra la luce proferita da Dio in Genesi, ohr – “Dio disse, Luce sia. E luce fu” – e phos, la “luce vera” riferita da Giovanni nel prologo del suo Vangelo? Trazione di tradizione può trarsi, ma basta sfiorare l’incavo di una lettera per svanire: forse è diversa la sonorità luminosa, la risonanza, tra Principio e Logos, tra Alfa e Omega. Paolo, in rapinosa esegesi – 2 Cor 4, 6 –, sancisce concordia di luci: “E Dio che disse Dalle tenebre luce sia, rifulse nei nostri cuori, per illuminare la conoscenza della gloria divina sul volto di Cristo”. Cristo è luce di Dio: ma cosa rivela quella luce, di che luce si tratta? E cosa s’intende per cuore? Ogni parola merita la nostra iride, spappolare la grammatica fino all’amnio, al veleno. L’ambiguità regna: la luce illumina illusioni; ad altro allude Paolo quando dice di diventare “figli della luce”, la luce – così scrive agli abitanti di Efeso – è “bontà e giustizia e verità”, dunque ascesa. La luce, piuttosto, è ascesi nella lotta – “indossiamo le armi della luce”, Rm 13, 12 –, affondare in scintillio di malizie: “anche Satana si maschera da angelo di luce” (2 Cor 11, 14). Il male avviene nella luce che ha dunque docenza di menzogna; vasto è lo spettro dei fraintesi, la luce può essere un travestimento, può essere travisata.

Dio – così scrive Paolo a Timoteo – “abita la luce inaccessibile”: anche la luce ha una gerarchia, una discendenza, una statura a scale. D’altronde, “Dio nessuno lo ha mai visto” (Gv 1, 18), che verità accecante, e le tenebre, nella visione di Genesi, precedono la luce, ne sono il principio: per risalire a Dio bisogna attraversare la tenebra, e la Cabbala istituisce un gemellaggio tra luce (ohr) e occultamento (raz), tra verità e mistero.

Più che altro, spigare tra i meandri della luce, scindere percezione da rivelazione, sentimento da rapimento. Che la luce – l’autentica, quella che agisce a colpi d’ascia – sia tenebra è scienza antica, mendicare senza medicamento tra gli arcani: “Preghiamo per trovarci anche noi in questa tenebra luminosissima, per vedere tramite la cecità e l’ignoranza, e per conoscere il principio superiore alla visione ed alla conoscenza proprio perché non vediamo e non conosciamo”, insegna lo Pseudo-Dionigi; che a Doroteo scrive: “La tenebra divina è la luce inaccessibile in cui si dice che risieda Dio. In questa luce invisibile a causa del suo eccesso splendore ed inaccessibile a causa della sovrabbondanza dell’irradiazione sovraessenziale, vengono a trovarsi tutto coloro che sono ritenuti degni di conoscere e di vedere Dio”. L’intuizione esplode in testi paradossali, lampanti, manuali per vagabondi tra le nebbie di Dio: La nube della non conoscenza, trattato ascetico inglese del XIV secolo (“Lavora dunque con vigore in questo nulla e in questo nessun luogo, e abbandona i sensi esteriori del corpo”) e La notte oscura di Giovanni della Croce, che fa della tenebra l’alcova dell’anima, linea d’ombra della purificazione. Nottambula è l’anima, nel buio ci si avvia a Dio, un deserto costellato di morgane:

Nella notte beata
in segreto – nessuno mi vedeva
né io guardavo cosa –
senz’altra guida e luce
fuori di quella che nel cuore ardeva.

Così, con lo pseudonimo di Giusto Cabianca, per I mistici dell’Occidente, la raccolta allestita da Elémire Zolla, Cristina Campo traduce Giovanni della Croce. D’altronde, si prega nel buio, affinché la voce, fievole, cali in fiamme e le mani, giunte, abbiano entità di falò (in The conversation of prayer di Dylan Thomas, la preghiera, sonnambula, “s’aggira tra i vivi e i morti”, è un dialogo, chissà, che segrega Dio nell’altrove, incunabolo di segreti tra me e chi mi manca, per sempre). In un testo di rara saggezza, Libro d’ombra, Jun’ichiro Tanizaki pone la luce come discrimine tra la cultura occidentale e quella orientale. L’Occidente tenta il dio meridiano, è accecato dal mezzogiorno permanente: le città che folgorano il buio, dove è giorno anche di notte, sono l’emblema del progresso, utopia del sole perenne. L’Oriente, e il Giappone in modo singolare, ama i singulti dell’oscurità, il paravento, l’ardore nel chiaroscuro, la poesia – che vela il senso avverando il vero, all’ombra della prosa –, la possibilità dischiusa in un loto di tenebra. “V’è forse in noi Orientali un’inclinazione ad accettare i limiti e le circostanze della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano e scopriamo loro una beltà. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima particella d’ombra”.

Eppure, Lumen de lumine, “Luce da Luce”, φῶς ἐκ φωτός, dice il Simbolo di Nicea; “Credete alla luce finché avete la luce, per diventare figli della luce” (Gv 12, 36) dice Gesù, e questo eccesso di luce ci cola dalle labbra, lungo il collo, ebbri di illuminazione. Nella trasfigurazione, il volto del Nazareno “brillò come il sole e le vesti furono candide come la luce” (Mt 17, 2): per fissare il sole occorre chiudere gli occhi; nessuno è aquila, nessuno si adempie da sé. “Non è né tenebra, né luce”, ne dice lo Pseudo-Dionigi, nella vertigine. Delle Resurrezioni in massa pittorica, ad esempio, prediligo quelle preparatorie e appena impaniate di china, prive di folgore e luci mozzafiato, abbozzate a matita, dove la luce è in negativo, calco di un’ombra, e la carne ha cura di piaghe, rododendri di tenebra, mai morsa da morte, moribonda, da mordere. Poiché tutto è oscuro, bisogna accendere una candela per vedere Gesù, e vederla sfiorire: anche l’egemonia dell’ombra è una luce.

Con Alessandro Dehò, a tentoni, tentiamo un Nuovo Alfabeto del Sacro.

*

LUCE che acceca

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito”. (Mc 10, 46-52; 11, 1-2) 

Io venivo alla luce nell’attimo esatto in cui gli eventi precipitavano. Io ammesso a vedere solo la fine dell’illusione, lo sfinire in sangue, la speranza in un grumo fatto dramma. Lui consegnato all’ombra e io condannato alla luce.

Dopo che i miei occhi hanno cominciato a vedere ogni cosa implodeva in Calvario: la cometa, i magi, i miracoli, le parole, i silenzi e le preghiere, sua madre, i suoi discepoli: tutto massacrato sul Cranio del mondo. Affogato nel sangue della fede. E io lo potevo vedere. L’avevo chiesto io. Lui l’aveva concesso, ultimo miracolo prima della carneficina.

Giuro, me li sarei cavati dalle orbite io stesso quegli occhi maledetti, con le mie mani. Avrei voluto prendere un fondo di bottiglia e scavare le orbite per tornare al buio, soffocare ogni forma nel sangue, bestemmiare il miracolo, rimanere a mendicare per tutta la vita immaginando un mondo umano, accogliente, divino. Stare ai bordi della vita, sentirla scorrere senza di me, muovere a pietà, elemosinare il bastante per non morire. La luce invece, la luce mi ha inchiodato alla realtà. E la realtà era un uomo alla colonna scarnificato. Gli sputi e i tradimenti, il parto di una madre a dare alla luce il cadavere del figlio di Dio.

Con quel miracolo di luce lui mi costringeva a guardarlo, a sprofondare nelle sue piaghe, a bere il suo sangue, a mordere la sua carne. La perversione del divino.

Perché un attimo prima degli eventi del Getsemani? Perché costringermi a mettere gli occhi sul Macellato Crocifisso, perché torturami con la visione di lui sfigurato, perché non mi ha lasciato nell’ombra? Io non l’ho mai visto prima, io non ho nemmeno il ricordo di lui che cammina le nostre strade, che ride con i suoi, che moltiplica pane e speranze, io non l’ho visto se non per un istante, sul monte delle beatitudini io non c’ero, per me lui è stata solo l’ombra, l’ombra del suo passaggio mentre mi condannava alla luce, il mio miracolo era il suo gesto estremo e definitivo, lasciava ai miei piedi la sua gloria, si è servito di me, sono stato la sua discarica, si è liberato della luce accumulata fino a quel momento e me l’ha vomitata addosso, lui adesso poteva consegnarsi alla custodia dell’Ombra. Io dovevo raccogliere i suoi frammenti luminosi. Lui chiudeva gli occhi io ero costretto ad aprirli.

Non ditemi che Lui è buono, chi ama ha pietà, chi ama non usa un mendicante per educare un popolo, lui invece mi ha ridotto a esempio, io da allora urlo che la fede è un rischio incalcolabile, io sono condannato a gridare che è meglio non credere in lui, che è più saggio chiuderli gli occhi, che non solo un pazzo può decidere di voler vedere l’amore umiliato sul legno, io sono e sarò per sempre un condannato alla luce.

La luce acceca, è bastarda la luce, come la vita, mostra senza pietà tutto, tutto il male e la paura di cui l’uomo è capace e lui, anche lui, non è stato da meno, perché non ha avuto pietà, perché costringermi a un destino infame? Guardatemi, guardate questo cieco appostato ai bordi estremi della notte, guardate questo cieco, pensato fin dalla notte dei tempi solo per mettervi in guardia, abbiate timore della luce, copritevi il volto, il divino trafigge le pupille, incendia, ustiona, acceca.

Ridatemi Gerico e la sua strada, ridatemi le mura che mi difendevano dal male di vivere, ridatemi Gerico e solo le voci di chi mi passava accanto, ridatemi l’anonimato e anche la speranza, ridatemi una vita senza fede, mi basta elemosinare, non griderò più di voler vedere, ridatemi l’ombra e il nascondimento, ridatemi l’illusione che il mondo sia buono, ridatemi un mondo piccolo fatto di niente. Ridatemi una vita che sia vivibile. Figlio della luce vieni a riprenderti tutto, lasciami nell’ombra, non trascinarmi a forza sul Calvario.

Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me , adesso, abbi pietà, strappami gli occhi, dalli in pasto agli avvoltoi, e voi smettete di voler vedere, smettete di pensare, smettete di cercare, accontentatevi di mendicare una fede che sia consolazione, declinate la vertigine in vago impegno sociale, restate tranquilli nelle mura delle vostre parrocchie, moltiplicate carità, consolatevi di buoni sentimenti, abbiate pietà di voi stessi, tenete gli occhi serrati, cucite le palpebre, assecondate l’ombra, abbiate pietà di voi stessi, non esponetevi alla luce che ustiona, alla fede che strappa la carne, che inchioda, che umilia, che muore. Venire alla luce è morire, lo capite? Un rogo vi aspetta sulla cima del Calvario.

E voi discepoli tirate dritto, voi che gli occhi li chiuderete di lì a poco, andatevene, non trascinatemi nella vostra follia, nel vostro fallimento, nel vostro fraintendimento. Io non ho chiesto coraggio, solo di vedere ciò che da sempre avevo solo immaginato, io non ho chiesto il coraggio di essere chiamato, io volevo solo vedere le albe e i tramonti, il vento tra i rami, la corsa di un cavallo, il mio volto rispecchiato nello scorrere dell’acqua. Solo questo volevo, non mi avevate detto che sarei diventato il capro immolato a eterno avvertimento: che credere e vedere sono una condanna. Meglio chiuderli gli occhi e lasciar fare a un qualche Dio, che sia lui a decidere di noi. Che credere è un delirio, una condanna all’impotenza, è il rogo di qualsiasi consolazione. La luce è la tortura più atroce, costretti a sprofondare nell’allucinazione dell’amore, nel massacro della bontà.

Ridatemi il mantello, sarà il mio utero, il mio nascondimento, la tana delle mie piccole cose, non oserò pregare, rimarrò muto ai bordi della vita. Ridatemi il mantello con cui soffocherò la mia stupida preghiera, all’arrivo dello spietato nazareno morderò i lembi e strozzerò in un gemito il delirio della luce.

Ridatemi una vita che sia sotto controllo, e se non è possibile riportarmi alla mia vita di prima, vi scongiuro, fermatevi, almeno voi fermatevi, la luce non è per tutti, accontentatevi, non franate nel Suo tormento, abitate i riti, moltiplicate le preghiere, accontentatevi di parlare di lui, inventate storie edificanti per bambini, parlate della bontà, prendetevi cura delle cose piccole, ringraziate, costruite il paradiso in cielo e abbozzate case accoglienti per la nostra povera terra, dipingete la croce con grazia e fate spettacolo del dolore, scongiuratelo. Anestetizzate la fame di verità, accontentatevi di buone prediche, di piccole pratiche, diluite la luce in sfumature, narcotizzatevi con sapienti teologie. Evitate di farvi male, trasformate il mantello in paramento sacro, santificate i buoni sentimenti, elogiate un vivere borghese e controllato, riempite di luci artificiali il Natale, rendete tutto inclusivo e corretto, illudetevi, illudetevi a fin di bene, chiudete gli occhi vi scongiuro, non fatevi ustionare le pupille, correte alla resurrezione appena potete e se non c’è niente da vedere davanti a quel sepolcro voi guardate con il cuore, quello è più facile da illudere, affrescate angeli con le ali, parlate di Dio come fosse un buon amico, di Gesù come un pastore buono, fingete, fingete senza pietà, fatelo, vi scongiuro, perché non è per tutti aprire gli occhi sul Calvario.

E quando parlerete di me, non fermatevi, non trasformatemi nell’ennesimo miracolato dalla sua presunta bontà, io sono vittima del suo agguato, continuate a leggere cosa viene dopo, franate nel Getsemani, dove nemmeno lui lo vide il Padre, spingetemi nel capitolo successivo, io l’inizio della passione e non la fine del suo splendore.

Io sono solo la sentinella a presidiare il dramma, la porta da attraversare per sprofondare nel baratro del Golgota. Fermatevi, vi prego, fermatevi prima, ricordate la sua bontà, il coraggio, l’ideale. E poi chiudete gli occhi, copritevi con un mantello, elemosinate solo ciò che basta a dire che la vita è bella e la vocazione un’avventura per rendere santa la vita. Io rimarrò, cherubino armato di occhi che hanno visto, in cui è tatuata la danza del terrore, io l’angelo armato a presidiare l’ingresso in un paradiso scandaloso.

Alessandro Dehò

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