19 Marzo 2018

“La top ten che avrebbe stilato Edgar Allan Poe da sobrio, se fosse ancora tra noi”. Per Gianluca Barbera i più bravi sono Cioran, Heidegger e Wittgenstein. Fate il vostro gioco!

Ieri, proprio ieri. Ho ripreso in mano Juan Rulfo. Sono passato per Alejo Carpentier. Mi sono preso una cotta per Abelardo Castillo. Ho messo la testa a posto con Eschilo. Sgomito ogni giorno nella mia libreria. Mi incazzo. Non trovo mai la lettura giusta. Questo significa fondare un canone. Spaccare le finestre perché nessun libro, mai, mi calza a dovere. Il gioco, ora, si fa alto, ardito. Gianluca Barbera, burbero e compassionevole, uno-nessuno-centomila (editore, scrittore selvaggio, giornalista raffinato nell’ode e pronto alla provocazione, saggista alla bisogna, testa filosofica), sposta un po’ più in là l’argine del nostro sguardo. “La classifica che avrebbe stilato Poe da sobrio, se fosse vissuto ai giorni nostri”, dice lui. Voi, se avete decaloghi nel cassetto, inviate qui: dav.brullo@gmail.com.

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Gianluca Barbera

Ecco la mia lista, in ordine sparso. Sono i dieci libri, di epoca moderna, che più hanno contribuito a formare il mio carattere e che maggiormente hanno inciso sul mio modo di pensare e di vedere il mondo.

L’uomo senza qualità, Robert Musil. Poiché, secula seculorum, non c’è romanzo più ricco di pensiero. Leggere Musil è come assistere al lavorio di una delle menti speculative più vertiginose di ogni tempo.

Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline. Perché non c’è libro novecentesco che contenga più verità sull’animo umano. L’unico a dirci chi veramente siamo e perché siamo così. Quasi fossero le confessioni di un Creatore.

Il processo, Franz Kafka. Nessuno nel Novecento ha compreso così in profondità il rapporto uomo/società. E lo ha fatto con una lingua di esattezza assoluta e una immaginazione senza eguali. Nessuno ha saputo creare dei miti così potenti e duraturi nell’età contemporanea, tali da porlo accanto ai maggiori scrittori dell’antichità. Vi basti questa sua frase raggelante, a mo’ di esempio: “Un libro dev’essere come un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”.

I fiori del male, Charles Baudelaire. Se un dio scrivesse in versi, scriverebbe come lui. Maestro assoluto di stile e di sfumature emotive. La sua poesia è pura bellezza incarnata.

Lolita, Vladimir Nabokov. Se un dio scrivesse in prosa, scriverebbe come lui. Maestro assoluto di stile. La sua prosa è pura bellezza incarnata. Lolita è un romanzo di una bellezza così assoluta da riuscire perfino a far dimenticare il tema di cui tratta (la relazione amorosa tra un adulto e una ragazzina). A chi altri è riuscita una simile impresa?

Sommario di decomposizione, Emile M. Cioran. Un libro che conosco a memoria e che nella mia mente ho pensato e ripensato, scritto e riscritto mille volte, quasi in un processo di immedesimazione con l’autore, ai confini con l’usurpazione. Forse il libro che più mi ha influenzato dopo Dell’origine di Eraclito.

Racconti del grottesco e dell’arabesco, Edgar Allan Poe. Il mito insostituibile della mia infanzia. Quello con cui sono cresciuto. Uno scrittore che conosco e amo come un fratello. L’autore del racconto che amo di più in assoluto e che leggo, ritualmente, almeno una volta l’anno; capace ogni volta di farmi rinnamorare della vita e della letteratura: Lo scarabeo d’oro.

Con gli occhi chiusi, Federigo Tozzi. Quando le cose e le parole coincidono. Una scrittura fatta di carne, di materia; tutt’uno col mondo. Una lingua che si mangia, si addenta; sulla quale ci si spezza i denti. L’autore della mia preistoria.

Tractatus logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein. Una finestra illuminante sulla comprensione del mondo inteso come pan. Un libro che mi ha formato in modo sconvolgente e permanente.

Nietzsche, Martin Heidegger. Nietzsche letto e reinterpretato da Heidegger. Benché a rigore siano appunti di lavoro, si tratta di un’opera di bellezza vertiginosa. Nessuno nella storia ha mai posseduto, a mio giudizio, una padronanza linguistica comparabile a quella di Heidegger. Nessuno ha mai conosciuto così a fondo la propria lingua, ogni singola parola della propria lingua. Nessuno è mai riuscito come lui a far coincidere parola e pensiero.

Naturalmente ne ho dovuti escludere tantissimi (Fenomenologia dello spirito di Hegel, Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, L’unico e la sua proprietà di Max Stirner, Materia e memoria o L’evoluzione creatrice di Henri Bergson, La fattoria degli animali di George Orwell, Lo straniero di Albert Camus, Pedro Páramo di Juan Rulfo, Il giocattolo rabbioso di Roberto Arlt, Finzioni o Saggi danteschi di Jorge Luis Borges, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, i racconti di Donald Barthelme, Ghiaccio nove di Kurt Vonnegut, Il pasto nudo di William S. Burroughs, Lezioni americane di Italo Calvino, Una questione privata di Beppe Fenoglio, Amori ridicoli o L’immortalità o L’arte del romanzo di Milan Kundera, Dracula di Bram Stoker, Il grande Meaulnes di Alain-Fournier ecc.), che includerò alla prima occasione in una lista allargata. Senza contare che il grosso della mia formazione intellettuale è avvenuto su opere pensate e scritte in epoche precedenti al XIX secolo.