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“Sul pendio di una fiaba”. Julien Gracq

Installato nella ‘Pléiade’ Gallimard dal 1989 – morirà nel 2007, quasi centenario, arso dall’epiteto l’ultimo dei classici –, la sua opera è detta “severa e solitaria”, propria di “navigatore di vasti abissi, di un sognatore dagli occhi illuminati d’acqua”. Ancora, dicono gli esperti, la sua è “opera della pazienza, del segreto e della distanza, che trasuda enigmatica bellezza”. Insomma: Julien Gracq è scrittore dotato di una aristocrazia selvaggia, è scrittore per pochi. Vita ardita nel ritiro, Gracq conosce André Breton nel 1939 ma è la lettura di Ernst Jünger a forgiarlo: nel 1951 pubblica La riva delle Sirti, uno dei suoi grandi libri, con cui vince il Goncourt, che rifiuta, onorando la critica, feroce, al sistema dei ‘consumi’ e delle mode che domina la letteratura francese, espressa in La Littérature à l’estomac (1950). Il romanzo viene pubblicato l’anno dopo da Mondadori, nella collana ‘Medusa’: con scarso successo. La fortuna di Gracq in Italia è sinistra – nel 1972 Einaudi pubblica La penisola, nel 1968 Bompiani edita Nel castello di Argol –, resta autore per rari, dotato di una scrittura vigorosa, geologica, poco intrisa di ‘trama’, per nulla interessata al ‘sociale’. Negli ultimi anni, in riscatto, è l’editore L’Orma a prendersi cura di Gracq. In Italia un suo analogo è stato Francesco Biamonti, che recensendo Finestra sul bosco (edito da Serra e Riva), così ha descritto la scrittura di Gracq: “La tenuta dello stile è la prima virtù… La frase non è fatta per le immagini, ma le immagini per la frase”. Insomma, Gracq è uno scrittore che chiede il silenzio, la scoperta di una chiesa sconsacrata sul margine del bosco, aureolata di liane. L’editore storico di Gracq, Corti, ha da poco pubblicato Noeuds de vie, una serie di inediti raccolti da Bernhild Boie. Si sa che lo scrittore, accurato nella fuga, ha lasciato un tesoro di testi, da pubblicare dopo la sua morte. Qui si propongono alcune fiamme, squarci che incutono a mutare sguardo, a darci in pasto al mondo. (D. Terrevague)

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Spesso, dopo un viaggio in macchina, mi viene il ricordo di passi tenaci compiuti nell’oscurità, nelle ore d’estate, notturne, quando la ricerca di un ricovero ci sprona, e la tenebra cala sul viaggiatore, con la sua arcana preoccupazione. Lo scorso settembre ero arrivato tardi – alberghi gremiti contro ogni previsione – al piccolo paese di Sancerre, guidando verso La Sologne, incerto se avessi trovato cibo o riparo. Quando sono sceso dall’alta collina, il sole, frantumato, annaffiava ancora gloriosamente i pendii delle viti; ho preso per Henrichemont una strada tra ripide vallate, dove la notte dilagava come uno stagno nero. Una pupilla di luce gialla, morente, si è aperta; la notte mi ha avvolto in una pelliccia profumata, ma fredda… Rotolo in questo fondo oscuro, intriso del profumo di piante, popolato da occhi di bestia, luminescenti, come quelli che infiammano le profondità del mare: vita bestiale che si sveglia e nasce dal silenzio, siepi che danno alla mente il pendio di una fiaba, galleggiare sui bordi di una notte di Valpurga, popolata da un frinire inquieto.

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Vette di neve, decapitate con nitore dal cielo, sembrano bagnarsi nella saliva azzurra.

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La Terra ha perso la sua solidità, il proprio asse, così puoi radere al suolo questa collina, oggi, a tuo piacere, e prosciugare il fiume, mentre le nuvole si dissolvono. Si avvicina il momento in cui l’uomo non avrà più davanti a sé che se stesso, un mondo interamente rifatto dalla sua mano e dalla sua idea – e dubito che in quel giorno potrà riposarsi per la gioia della sua opera, giudicando buono il lavoro.

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Giorno limpido e freddo, di fine inverno, di un blu metallico, lucido, di zinco nuovo, quello che si vede in cielo dopo le ultime gelate, mentre il giorno si allunga; il deserto di questo freddo è esaltante, tonifica. Un desiderio brusco mi attraversa, non so perché, di essere trasportato in Bretagna, nel fiume eroso dal vento acido, che raspa lungo le piccole case bianche, sulla costa salina e frustata, verso il mare che in ogni rientranza si sbriciola e si solleva, come il bianco dell’uovo sbattuto. Lì è il sole mattutino che adoro, più bianco e gessoso che altrove, in quel paese del mondo ringiovanito, che sorge, ogni volta, dalla schiuma dell’alba.

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Paesaggio invernale della valle della Loira inondata: nastri d’acqua ruvida che la brezza natalizia accarezza, copre i prati del Thau; qualche frassino testardo risparmiato dal mucchio di rami dei cacciatori di anatre. Attraverso la leggera foschia velata che offusca la valle, Piccardia grigia, ardore fiammingo annegato per la rottura di una serratura: sulla scarsa luce dell’inverno appare appena, dopo poche ore, una palpebra di noia.   

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La faccia della terra ha il suo limbo, nel doppio senso del termine: zone di confine dove la vita appassisce, nessuna attrazione per l’anima, eppure, allo stesso tempo, anime senza destino e senza caduta, che non sono marchiate da alcun segno.

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La letteratura si basa in buona parte su un non detto: sull’assioma, indicibile, che una forma riuscita riesca in qualche modo ad afferrare la verità, per cui non ci è difficile comprendere quanto dice Rimbaud, “È piuttosto vero, è un oracolo, è ciò che dico”. Il pensiero, per natura, è troppo fluido, instabile, spontaneo e mutevole per non innamorarsi di questa gioia-della-parola che prende forma e si coagula al contatto con la lingua, senza la minima perdita di libertà. I detti della campagna – che di solito riguardano il tempo – acquistano forza perpetuando la propria alea verbale, senza imbarazzare i secoli; si infiammano con la singolare autorità che di solito assegniamo a un testo letterario. Questa autorità non è la verità, ma solo la virtù del parlar bene, che fa compiere il passo decisivo che distingue una opinione comune a una affermazione autorevole… Così procede la “verità” dispensata dall’arte: non si oppone all’errore, quanto all’indistinto, al labile, all’informe, tramite una forma inflessibile (pari al cristallo). L’arte non mente, è la garante – paradossalmente istituita e magnificata – della natura autentica e transitoria della realtà.

Julien Gracq

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