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Jonathan Franzen o la condanna del romanzo perfetto

Jonathan Franzen, nato nel 1959 in Illinois, scrive. Il libro più noto, premiato, venerato risale a vent’anni fa, s’intitola Le correzioni; ha scritto altri libri, tra cui Freedom e Purity, che ne hanno consolidato lo status di “grande narratore americano” – che il Grande Romanzo Americano sia la Città del Sole statunitense, la Laputa narrativa, l’Utopia esalta il delirio oltreoceanico in formule affascinanti e tragiche: gli americani, da sempre, privi di mito, vogliono fondare il nostro mito. L’ultimo romanzo di Franzen s’intitola Crossroads, sta per uscire da Farrar, Straus and Giroux, in Italia uscirà per Einaudi, nella traduzione di Silvia Pareschi. La dida dell’edizione americana dice così: “23 dicembre 1971, a Chicago è previsto maltempo. Russ Hildebrandt, pastore associato di una chiesa liberale suburbana, sta per liberarsi da un matrimonio ormai avaro di gioie, a meno che sua moglie, Marion, che ha i suoi segreti, non lo batta sul tempo. Il figlio maggiore, Clem, sta tornando a casa dal college, preda dell’assolutismo morale, dopo aver compiuto un atto che devasterà il padre. La sorella di Clem, Becky, a lungo la regina sociale della sua scuola, ha virato bruscamente verso la controcultura, mentre il fratello minore, Perry, che spacciava droga agli studenti delle medie, sceglie di diventare una persona migliore. Ciascuno degli Hildebrandt cerca una libertà che gli altri minacciano di ostacolare”. Ovviamente, c’è chi ha già parlato di “opera perfetta”: un Grande Scrittore Americano vive sotto minaccia, ha l’obbligo della perfezione. Gli scrittori statunitensi – ci piacciano o meno – sono i mitografi del nostro tempo: il giudizio non riguarda l’altezza, l’aristocrazia formale, ma la profondità, la forza pervasiva di quella particolare storia. Franzen, obbligato al romanzo perfetto, è davvero un romanziere eccezionale? Abbiamo tradotto, come pare a noi, un capitolo del romanzo di cui, è ovvio, parleranno tutti (immaginiamo già come).

***

Avvento

Il cielo frantumato dalle querce scheletriche e dagli olmi di New Prospect era ricco di umide promesse, un paio di sistemi nuvolosi si stavano gravemente sfracellando per produrre un bianco Natale, e Russ Hildebrandt faceva il giro mattutino tra le case dei parrocchiani, vecchi, costretti a letto, sulla sua Playmouth Fury. Una tizia, tale Mrs. Frances Cottrell, membro della chiesa locale, si era offerta volontaria per aiutarlo a consegnare giocattoli e cibi in scatola alla Comunità di Dio, quel pomeriggio, e benché sapesse che soltanto come pastore aveva il diritto di godere di quel gesto di libera volontà, beh, non avrebbe potuto preferire miglior regalo di Natale che stare quattro ore da solo con lei.

Dopo l’umiliazione di Russ, tre anni prima, il ministro anziano della chiesa, Dwight Haelfe, aveva aumentato il suo numero di visite pastorali. Che cosa facesse esattamente Dwight nei giorni in cui Russ lo sostituiva, oltre a prendere vacanze frequenti e a lavorare a un fatidico libro di poesie, era un mistero. Ma apprezzò la civettuola accoglienza della signora O’Dwyer, amputata, confinata in un letto d’ospedale a causa di un grave edema, posto in quella che un tempo era la sua sala da pranzo. Amava la routine del servizio soprattutto nei riguardi di chi, a differenza sua, non ricordava cosa fosse accaduto tre anni fa. Nella casa di cura di Hinsdale, dove gli odori del pino natalizio mescolati a quelli delle feci geriatriche gli ricordavano le latrine dell’alta campagna dell’Arizona, si fermò a parlare con il vecchio Jim Devereaux, gli chiese se si ricordasse della famiglia Pattison. Per un pastore che si sentiva eccitato dallo spirito dell’Avvento, Jim era il confidente ideale, un pozzo dei desideri in cui un centesimo non sarebbe caduto senza risuonare.

“Pattison…”, disse Jim. “Aveva una figlia, Frances”. Russ si chinò presso la sedia a rotelle dove stava il parrocchiano, tirò fuori la fotografia. “Adesso si chiama con il nome da sposata. Frances Cottrell”.

Non pronunciava mai quel nome a casa, anche quando sarebbe stato naturale, per paura di ciò che la moglie avrebbe potuto intuire dal suo tono di voce. Jim si avvicinò alla foto di Frances e dei due figli. “Ah… Frannie? Frannie Pattison. Che cosa le è successo?”.

“È tornata a New Prospect. Ha perso il marito, un anno e mezzo fa. Una cosa terribile. Era un pilota collaudatore per la General Dynamics”. “E adesso? Dov’è adesso?”. “È tornata a casa… adesso… adesso è la signora Cottrell”. Russ indicò la fotografia e disse, ancora, “Francis Cottrell”.

Lo avrebbe incontrato al parcheggio della Prima Riforma, alle due e mezza. Come un ragazzo che aspetta il Natale, arrivò alle 12.45, si mise a mangiare il pranzo al sacco in macchina. Nei giorni infelici, e ce n’erano stati molti negli ultimi tre anni, ricorreva a una elaborata deviazione – in chiesa, dalla sala delle funzioni, andava su per le scale, lungo il corridoio punteggiato da pile di inni dei Pellegrini in esilio, attraverso il ripostiglio pieno di leggii e di presepi esposti undici Avventi prima, un caos di pecore di legno, il bue, pacificato dalla polvere, con cui sentiva una grigia fratellanza, poi giù per una scala stretta dove solo Dio poteva vederlo e giudicarlo, entrava nel santuario tramite la porta segreta, dal paravento oltre l’altare, e poi fuori, per l’ingresso laterale, evitando di passare dall’ufficio di Rick Ambrose, il direttore del programma per i giovani. Gli adolescenti ammassati nel corridoio erano troppo piccoli per aver assistito all’umiliazione di Russ, ma di certo conoscevano la storia, e non poteva guardare Ambrose senza tradire l’incapacità di seguire l’esempio del Salvatore, e perdonarlo.

Oggi, tuttavia, la giornata era buona, le sale della Prima Riforma erano vuote. Andò nel suo ufficio, arrotolò la carta nella macchina da scrivere, pensò al sermone per la domenica dopo il Natale, quando Dwight Haefle sarebbe tornato dalla vacanza. Si curvò sulla sedia, accarezzò le sopracciglia con le unghie, verificò il naso, toccò il viso i cui contorni volitivi, aveva capito troppo tardi, piacevano a molte donne, non solo a sua moglie, e immaginò un sermone sul suo Natale missionario nel South Side. Predicava troppo spesso sul Vietnam, troppo spesso sui Navajo. Pronunciare audacemente dal pulpito, Frances Cottrell e io abbiamo avuto il privilegio – pronunciare il suo nome mentre lei sedeva ad ascoltare nella quarta fila, mentre gli occhi della comunità, irti di invidia, la sogguardavano – era un piacere precluso dalla moglie, che leggeva i suoi sermoni in anticipo, si sarebbe seduta in un banco, non sapeva che Frances lo avrebbe raggiunto proprio oggi.

Sulle pareti dell’ufficio c’erano alcuni poster: Charlie Parker e il suo sax, Dylan Thomas e il suo frocetto; una piccola immagine di Paul Robeson alla Judson Church, nel 1952; il diploma di Russ al Biblical Seminary di New York; una fotografia ingrandita di lui con due amici Navajo, nel 1946, in Arizona. Dieci anni prima, quando era diventato ministro associato a New Prospect, quelle affermazioni di identità scandite in immagini avevano un senso per gli adolescenti che crescevano in Cristo, guidati da lui. Per i ragazzi che oggi affollavano i corridoi della chiesa erano solo residui del passato. L’ufficio di Rick Ambrose, capelli neri, scintillanti, aveva invece un’atmosfera da asilo nido, le pareti decorate dalle rozze effusioni dei suoi giovani discepoli, pietre piene di significato, fiori di campo, collane, manifesti serigrafati di concerti che promuovevano una qualche raccolta fondi senza alcuna relazione con alcuna religione riconosciuta da Russ. Dopo l’umiliazione, si era nascosto nel suo ufficio, pieno della torbida nostalgia che i totem sbiaditi della sua giovinezza gli proponevano e che nessuno tranne sua moglie trovava più interessanti. Ma Marion non contava perché era Marion che lo aveva spinto a New York, Marion che lo aveva mutato in Charlie Parker e Dylan Thomas e Paul Robeson, era Marion che si elettrizzava per le sue storie sui Navajo, era lei che lo aveva esortato a dare attenzione alla chiamata per il ministero. Marion era inseparabile da una identità che si era rivelata umiliante. C’era voluta Frances Cottrell per redimerlo.

“Mio Dio, sei tu?”, gli aveva detto, l’estate precedente, durante la prima visita in ufficio, mentre studiava la fotografia dei Navajo. “Sembri un giovane Charlton Heston”.

Era venuta da Russ per una consulenza sul lutto; era parte del suo mandato spirituale, non quella prediletta, dato che la perdita più grave che aveva subito era la morte del cane, Skipper. Era sollevato sentendo che l’unica lamentela di Frances, un anno dopo la morte di suo marito in Texas, era un senso di vuoto. Al suo suggerimento di unirsi a uno dei circoli che frequentavano Prima Riforma, agitò la mano, “Non vado a prendere caffè con le signore”, disse. “Ho un figlio che inizia il liceo, ma ho solo trentasei anni”. In effetti, era piuttosto magra, senza rughe, vitale in quell’abito aderente e senza maniche, capelli biondi, naturali, corti, da ragazzo, mani piccole e squadrate. Era ovvio che si sarebbe risposata presto – che il vuoto che sentiva era poco più che l’ombra dell’assenza del marito – eppure ricordò la sua rabbia quando la madre, dopo la morte di Skipper, troppo presto, gli aveva chiesto se non volesse un altro cane.

C’era, disse a Frances, un particolare circolo di donne, diverso dagli altri, guidato da Russ, che lavorava con i membri della Comunità di Dio. “Le signore non prendono il caffè. Dipingono case, trasportano la spazzatura, accompagnano gli anziani, aiutano i bambini a fare i compiti. Lo facciamo ogni martedì, tutto il giorno. E lasciami dire che non vedo l’ora che arrivi quel giorno. È il paradosso della fede: più dai ai meno fortunati, più ti senti ricco di Cristo”.

“Dici quel nome così facilmente”, rispose Frances. “Sono tre mesi che vado al servizio domenicale, e sto ancora aspettando di provare qualcosa. Neanche i tuoi sermoni mi smuovono”.

Jonathan Franzen

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