01 Gennaio 2022

“Io sono il mio modo di scrivere”. Selvaggiamente, Joan Didion

Raccontarsi storie per vivere è nodale condizione esistenziale, il concetto profuma di banalità, ma quando ad esprimerlo è la penna di Joan Didion, affilata come il suo corpo sottile, ossuto, suona come un’ammissione di colpa, la rivelazione di un peccato commesso, reiterato. È una dichiarazione preventiva – incipit di The White Album – un patteggiamento col lettore che brama verità, dissetanti realtà.

«Qualunque cosa io scriva riflette, a volte in modo gratuito, quello che penso», dichiara in Verso Betlemme e infatti, della verità, Joan Didion – aspide avvolta in foulard d’Hermès – se ne frega ampiamente, ne fa un uso prettamente egoistico, ai limiti del narcisismo, la strumentalizza, la plasma a suo piacimento, ne offre la sua versione intima, personale, in pieno stile New Journalism, così lontano dalla narrazione tradizionale, così attento a rielaborare, riscrivere, a cogliere la finzione nella realtà, il dettaglio grottesco che ne dissacra ogni residuo di attendibilità.

Raccontare storie, per la scrittrice nata e cresciuta a Sacramento, diviene un mero pretesto per affermare il proprio stile, renderlo iconico, eternarlo nelle pagine dei suoi scritti, per garantire un posto nell’empireo del giornalismo – facile immaginarla, la sigaretta fra le labbra poco voluminose, bob-cut e occhiali scuri oversize, anche ora, ombra ultraterrena – al suo io ansioso e analitico, spietato con tutti, mai indulgente, prismatico, capace di riflettere infinite immagini e restituirle sempre filtrate da un’interiorità tanto prorompente quanto schiva.

«Joan Didion non si considera principalmente una giornalista, ma la sua raccolta di articoli intitolata Slouching Towards Bethlehem ne ha consacrato l’ascesa come New Journalist nel 1968. Si ritiene troppo timida per essere una buona giornalista, ma i fotografi con cui ha lavorato dicono che a volte questa timidezza rende i suoi intervistati talmente nervosi da fargli rivelare cose inaspettate solo per colmare gli imbarazzanti vuoti della conversazione» scrive di lei Tom Wolfe nel 1975, nella breve introduzione al saggio Some dreamers of the golden dream, contenuto nell’antologia The New Journalism.

Ad accomunarla ai suoi compagni di stile – fra cui Norman Mailer, Truman Capote, Hunter S. Thompson, Gay Telese, James Mills – è infatti, in quegli anni, una forma letteraria del tutto innovativa, che volta le spalle al mito e all’idea che il romanzo abbia una qualche funzione spirituale.

«La miglior letteratura prodotta oggi in America è la saggistica, nella forma che è stata etichettata, per quanto sgraziatamente, come New Journalism», scrive ancora Tom Wolfe, padre di stile.

Gli scritti di Joan Didion – saggi, romanzi, articoli – sono infatti lontani da qualsiasi dimensione “spirituale” che non sia strettamente coscienziale, rifuggono ogni forma di sentimentalismo. La sua scrittura atomizza il dolore, lo scompone in particelle, privandolo d’ogni spettro di pateticità, lo adagia, come un corpo nudo, privo di vita, su un tavolo gelido, lo osserva in maniera autoptica.

Anatomopatologa delle emozioni, la Didion è altresì feticista del dettaglio, della minuzia, ma il suo fregio non è mai parola, in lei l’orpello si fa pensiero, totalmente avulso dalla realtà esperienziale, è ricordo soggettivo di un dato istante, ma anche l’unico, benché apparentemente insignificante e delle dimensioni d’una punta di spillo, a fornire il senso dell’intera narrazione.

Scrive, emblematicamente, in Verso Betlemme: «Il granchio che ricordo di aver mangiato a pranzo il giorno che mio padre tornò da Detroit nel 1945 doveva essere sicuramente un ricamo, inserito nel tessuto della giornata per dare verosimiglianza al racconto; avevo dieci anni e oggi non ricorderei il granchio. Gli eventi della giornata non ruotavano intorno al granchio. Eppure è proprio quel granchio fittizio che mi fa rivedere quel pomeriggio, un filmino di famiglia guardato fin troppo spesso, il papà che porta i regali, la bambina che piange, un esercizio di amore familiare e di colpa. O almeno lo era per me».

Il suo io, cantore di storie, non mostra infatti alcun interesse a conoscerne altre, oltre quelle che racconta, si muove freddamente sulla scacchiera nella narrazione, tra verità pubblica e privata, senza mai fermarsi sulle case bianche o nere, ma spostandosi funambolicamente sul filo sottile che le separa. Il suo obiettivo è rivolto verso l’esterno ma filtrato, seppur velatamente, dall’interno, guarda ma non si unisce, rivela un atteggiamento di puro snobismo voyeuristico.

«Ho fatto la scrittrice per tutta la vita. Come scrittrice, anche da ragazzina, molto tempo prima che quello che scrivevo cominciasse a essere pubblicato, a poco a poco mi formai l’idea che il significato stesso fosse insito nel ritmo delle parole, delle frasi e dei paragrafi, una tecnica per nascondere quello che pensavo o che credevo, qualunque cosa fosse, sotto una vernice sempre più impenetrabile. Io sono, o sono diventata, il mio modo di scrivere» afferma nel 2005, ne L’anno del pensiero magico, colei che in gioventù si è dilettata a comporre arcane geometrie con la grammatica, a tagliare e sfilacciare le parole di Hemingway, ricomporle, riordinarle con femminile alchimia. Il suo stile ne disvela ogni peculiarità, Joan Didion è fusa con la sua scrittura – sono due in uno – è il suo stesso carattere, ne confessa la spigolosità, lo scarno apparato umano, gli occhi infossati prestati a una realtà tangibile, a cui dona forme alternative, svogliatamente appuntate nei suoi taccuini.

«Ma i nostri appunti ci tradiscono, perché per quanto diligentemente registriamo ciò che vediamo intorno a noi, il comune denominatore di tutto ciò che vediamo è sempre, in modo trasparente e sfacciato, l’implacabile “IO”. Qui non stiamo parlando del tipo di taccuino che è patentemente di pubblico consumo, un’invenzione strutturale per riunire una serie di graziose pensées; stiamo parlando di qualcosa di personale, di pezzi di spago della mente troppo corti per essere usati, una raccolta indiscriminata e incostante che ha un significato solo per il suo creatore. E talvolta anche il creatore ha delle difficoltà con il significato».

Prende appunti, Joan Didion, insinuandosi, come un animale a sangue freddo, negli ambienti più disparati del suo tempo – «Erano talmente tanti in quegli anni gli incontri privi di qualsiasi logica tranne quella onirica!» –  al centro degli eventi che lo contraddistinguono – omicidi efferati in tenute hollywoodiane, la lavorazione del disco dei Doors, “missionari del sesso apocalittico”, serate al brandy con Janis Joplin, i pantaloni di vinile nero che Jim Morrison indossa senza mutande, le manifestazioni del Black Panther Party, ma anche le sue crisi nervose, i meccanismi ossessivo-compulsivi, il lento disfacimento neuronale, con la sclerosi multipla prima e il Parkinson dopo – li racconta scrivendo per immagini, come le sceneggiature che compone per il cinema insieme al marito, John Gregory Dunne.

«Il contenuto delle risposte della paziente è altamente anticonformista e spesso bizzarro, pieno di preoccupazioni anatomiche e sessuali, e a volte il contatto con la realtà è palesemente e gravemente deteriorato. Per qualità e livello di sofisticazione, le risposte della paziente corrispondono a quelle di individui di intelligenza superiore alla media ma al momento la persona osservata funziona intellettualmente in modo indebolito e a malapena a livello medio» dice di lei il suo psichiatra, nell’estate del 1968, poco prima che venga nominata “Donna dell’anno” dal Los Angeles Times.

Joan Didion è infatti una donna che non ha paura di mostrarsi tale, sfacciatamente femminile, dotata dell’innata eleganza delle donne d’intelletto, non presta la propria penna alla volgarità, come sciocca forma d’emancipazione femminile. Priva di forme, scarnificata nell’aspetto, annienta con la nudità del pensiero, passa l’esame in tutti gli ambienti di cultura con il “voluto anonimato dell’abbigliamento”, in The White Album inventa e declama il guardaroba della donna intellettuale: due gonne, due maglie o calzamaglie, un pullover, due paia di scarpe, calze, reggiseno, camicia da notte, vestaglia, pantofole, ma anche sigarette, bourbon, sonniferi, crema idratante, cipria, copertina di mohair, macchina da scrivere.

E quando tentano di accostarla a deprimenti forme di femminismo, risponde graffiando, dall’alto dei suoi impeccabili completi firmati, interpretando magistralmente la parte di se stessa, l’unica figura a cui ama essere avvicinata. Rigorosamente snob, sfrontatamente chic, selvaggiamente Didion.

Fabrizia Sabbatini