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“Il codice dell’anima” è un libro che vi propone di guardare la vostra vita, smettendo di narrarla, lasciate che la storia venga dopo l’immagine

Il codice dell’anima (traduzione di Adriana Bottini, Adelphi 1997) è un libro per liberarci dalla colpa e dal giudizio. Leggere Hillman è passeggiare nel bosco, passo dopo passo ci si riappropria della nostra dimensione divina dimenticata. Hillman ci restituisce a noi stessi superando tutte le teorie della colpa genitoriale, ridandoci in mano il nostro destino, Il codice dell’anima è un libro per ricordarsi della vocazione. “È possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla. I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili, bensì – è quanto si sostiene in questo libro – dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia come un periodo di disastri arbitrari e provocati da cause esterne che ci hanno plasmati male”.

Hillman non si nasconde e già dal primo capitolo vi espone gli argomenti che tratterà nel corso del libro, dovete essere disposti a deporre le armi della colpa e dell’accusa, applicarvi alla lettura come fosse la prima volta che vi domandate io chi sono. Ma l’autore espone la sua teoria “a partire da una idea antica: ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata. L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nobile, la Repubblica. (…) Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino”. Entrare nella foresta di queste pagine per ritornare alla sacra verità che porta il mito greco, una sorta di percorso iniziatico a ritroso, in questo libro le parole vi svestono, non vi coprono. Hillman ci vuole nudi e svestiti da tutte le teorie psicologiche, da tutti i moralismi e da tutti i giudizi che il tempo ha impiantato nella pelle. “La teoria della ghianda dice (e ne porterò le prove) che io e voi e chiunque altro siamo venuti al mondo con un’immagine che ci definisce”.

Hillman ci porta in dono in questo libro una serie di esempi di personaggi importanti che si sono distinti in qualche modo, parte dall’analisi dell’infanzia smontando e smitizzando le teorie della compensazione ad esempio, dove se un adulto è così conformato la colpa risiede nei genitori, nell’infanzia. Ecco perché Il codice dell’anima è un libro che ci libera dalla colpa; attraverso i racconti di queste vite straordinarie possiamo compiere mentre leggiamo, pagina dopo pagina, una sorta di autoanalisi del nostro vissuto e della nostra infanzia. Il tutto senza più colpevolizzare i nostri genitori, rendendoci più ricettivi a cogliere i segnali di quella che è stata la nostra personale chiamata, quando ad esempio abbiamo sentito la voce che ci ha spinto a scegliere quel corso di laurea piuttosto che un altro. Questo testo lo consiglio in particolare a tutti i genitori per ampliare la capacità di visione del proprio figlio, guardatelo come qualcosa di umano e allo stesso tempo affiancato da un qualcosa di divino, il sovra citato daimon. Hillman insegna a non condannare i figli a giudizi e classificazioni, insegna invece a osservare come il destino di una piccola creatura si compie, quali strade e quali modalità sceglie.

“Per cambiare il modo di vedere le cose, bisogna innamorarsi. Allora la stessa cosa sembra del tutto diversa. Al pari dell’amore, il cambio di prospettiva può avere un effetto di riscatto, di redenzione, non nel senso religioso di salvare l’anima per il paradiso, ma in senso più pragmatico. Come al banco dei pegni, ci è dato qualcosa in cambio, il nostro pegno non era privo di valore come credevamo. I fastidiosi sintomi quotidiani possono godere di una rivalutazione, è possibile reclamarne l’utilità”. Un importante richiamo al potere dell’immaginazione, il trauma dell’infanzia non sta tanto nell’azione subita ma nel come lo immaginiamo, come lo narriamo. Utilizzare la fantasia come metodo di liberazione dal dolore può essere un modo per scoprire che il nostro pegno ha un valore, l’immagine era solo nascosta da un’immagine più densa, più solida, più determinata e scura. “Prima di diventare una storia, ciascuna vita si offre alla vista come una sequela di immagini. Chiede innanzitutto di essere guardata”.

Il codice dell’anima è un libro che vi propone di guardare la vostra vita, smettendo di narrarla, lasciate che la storia venga dopo l’immagine. Guardate a voi stessi come a un quadro, come a una composizione di suoni, cercate nel vostro passato il dettaglio della chiamata nel quadro.

L’unica colpa possibile in questo testo è quella del daimon: “Ma la colpa è dell’angelo, della difficoltà del non umano che cerca di discendere nell’umano”. Il daimon ha una potenza tutta sua, ha una forza che travalica spesso le normali possibilità biologiche, come per esempio si vede nelle biografie dei musicisti dove la chiamata è visibilmente precoce. Il daimon esige di essere ascoltato e seguito, esige che l’umano si doni totalmente alla chiamata, e qui nascono i sintomi quotidiani di fastidio, quando non seguiamo quello per cui siamo chiamati a esistere, quando non ci guardiamo e non ci immaginiamo. E qui si inserisce lo strappo. “Il senso di solitudine nel cuore di un bambino può essere aggravato dalla paura del buio, dai castighi dei genitori, dal rifiuto dei compagni. La sua fonte, tuttavia, sembra essere la solitaria unicità del daimon, è una solitudine archetipica inesprimibile con il vocabolario di un bambino e a stento perfino con il nostro. (…) La solitudine presenta le emozioni dell’esilio; l’anima non è riuscita a crescere, cioè a discendere, del tutto nella vita e vorrebbe tornare a casa”. In questo libro che è un percorso Hillman ci spiega perché sentiamo la solitudine dell’esilio quando stiamo facendo qualcosa che non è “nella nostra natura”. La dimensione della vocazione è qualcosa di assoluto che permea tutta la nostra vita, che entra nei nostri organi, che fora le nostre viscere se smettiamo di ascoltarla. Il daimon pretende tutto e a tutti i costi e sceglie in anticipo dove farti nascere. Ecco che quindi viene a saltare in aria tutta la superstizione parentale dove “tu sei la causa diretta di danni irreversibili alla vita dei tuoi figli, che si potranno manifestare non soltanto come fallimento e frustrazione, ma addirittura nella delinquenza e nella follia”. La chiamata come intuizione arriva senza annunciarsi, sceglie a volte metodi obliqui, quel che avviene dopo dipende dal carattere, cioè dalla forza e dalla determinazione della nostra risposta.

“L’incontro tra amante ed essere amato avviene da cuore a cuore, come l’incontro tra scultore e modello, tra mano e pietra. È un incontro di immagini, uno scambio di immaginazioni. Quando ci innamoriamo, incominciamo a immaginare al modo romantico, veementemente, sfrenatamente, follemente, gelosamente, con intensità possessiva, paranoide. E quando immaginiamo intensamente, incominciamo a innamorarci delle immagini evocate davanti all’occhio del cuore: come quando iniziamo un progetto di lavoro, organizziamo una vacanza (…). Siamo innamorati perché c’è l’immaginazione. Liberando l’immaginazione, perfino i gemelli identici si liberano della loro identicità”. Leggete Hillman e il suo Codice dell’anima come un inno all’immaginazione, come un percorso di lettura che vi porta alla liberazione dalla colpa, ritorniamo quindi nudi alla dimensione divina del mito.

Clery Celeste

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