31 Maggio 2018

Irridere il minimalismo dei poeti di oggi: la poesia di Demetrio Marra, quasi un crepuscolare

I

 
Quiz

Dio, hai dimenticato il figlio
tuo, Cristo? Non ti viene che «dopo
la luce» anch’io – come
lui come ognuno – esisto.

 

II

«a chi parlo?» l’uomo solamente
per strada «parlo a qualcuno?»
Nessuno, per strada, ricambia il saluto.

 

III

Posto 51 e 52. Italotreno.
Mi vede mangiare patatine in sacchetto,
si stanca. Stava leggendo della famiglia
Bilderberg.
Io sfoglio Ottiero
Ottieri con la mano pulita. Posa
il libro e trae dal posto bagagli
un sottovuoto di bresaola.
La mangia schitta, disseziona le fila:
«s’apre il deserto dei fichidindia».

*

Commento di Antonio Veneziani

Dagli interstizi del tempo (il Rilke dei Sonetti a Orfeo, questo, ma anche il Galloni di Slittamenti) alla vita minore dei movimenti e delle cose. La poesia di Demetrio Marra, liberatasi dall’ipoteca caproniana che pure si respira nella brevità del verso, irride e capovolge certo lirismo minimalista così caro alla sua generazione. Quasi una rimodulazione dei canoni crepuscolari: il rapporto con il quotidiano e il sublime si definisce, nei suoi versi, come grado zero della coscienza. Ecco così che il pacchetto di patatine e il libro di Ottieri divengono lascia passare per un altrove che è tutto nelle luci sporche di un Italotreno. Poesia di esplorazione emotiva e di silenzi, quella di Demetrio Marra – quel “deserto dei fichidindia” è reale, tangibile; non più una citazione o un pensiero abbandonato nel passaggio. È in questa ottica che il verso diventa termine di conversazione, riparo ultimo.

Gruppo MAGOG