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“Noi abbiamo paura gli uni degli altri, viviamo nell’epoca della collera, siamo degli scuoiati vivi”. Un testo di Eugène Ionesco

I sintomi degli stravolgimenti socio-culturali che si sono imposti come nuovi spartiacque storici dell’Europa occidentale del XX secolo, vanno rintracciati a partire dagli anni della contestazione giovanile che ebbe nel ’68 il suo acme, un anno emblematico della ribellione che puntava a fare tabula rasa di tutto ciò che veniva vagliato come autoritario e oppressivo. Sul piano politico, i contestatori imputavano ai governi di centro-sinistra l’incapacità di eseguire le riforme, sul piano sociale impugnavano l’illusorietà dei benefici derivanti dal miracolo economico, sul piano culturale maturavano nuove e deflagranti consapevolezze. Prima fra tutte, la famiglia veniva ridotta da valore centralissimo a covo alienante e oppressivo, sede del paternalismo che trovava nella politica una delle sue più contestate manifestazioni. Il contestatore tipo traeva inoltre le forze attingendo dal calderone letterario e filosofico marxista, ed esibendone i contenuti come tedofori che avanzano per inaugurare una nuova competizione politica e culturale.

La controparte della competizione era rappresentata da una schiera di intellettuali che consideravano la contestazione come il sintomo della decadenza culturale. Si opponevano alla strumentalizzazione politica della cultura, denunciavano l’imbavagliamento antifascista, proponevano analisi del fenomeno diverse ma complementari, quasi tutte fondate su esperienze personali di isolamento culturale. Un assaggio di questa complementarietà lo si può avere riscoprendo gli atti del I Congresso internazionale per la difesa della cultura, tenutosi a Torino nel 1973 su iniziativa del Centro Italiano di Documentazione Azione Studi. La compagine internazionale dei partecipanti comprendeva intellettuali noti e altri meno noti, tutti riuniti sotto lo slogan «Intellettuali per la libertà».

Vi proponiamo qui di seguito uno dei più significativi interventi del Congresso, quello di Eugène Ionesco, il drammaturgo che ha ripensato il teatro usandolo come mezzo per rispondere alla necessità di decomporre il linguaggio. L’autore de Il Rinoceronte, era accusato di rappresentare l’universo borghese come la naturale condizione umana. La famiglia borghese era al contempo dardo e bersaglio: se ne serviva per veicolare la deformazione del linguaggio e per colpirla al cuore rappresentandone la dissoluzione del suo nucleo di valori. Come fa notare Roberto De Monticelli nella prefazione all’edizione Einaudi (1960), Ionesco «era imputato di assenteismo, lo accusavano di non impegnarsi socialmente, di camminare lontano dalla strada maestra, di rimanere al gioco, al divertimento marginale». Per Ionesco, la politicizzazione della cultura non poteva che degenerare nell’imposizione ideologica: «lo slogan “è vietato proibire” diventa molto rapidamente “è vietato non proibire, non bisogna che proibire”». Esiste inoltre una parola che pochi intellettuali possono arrogarsi il diritto di mettere al servizio del proprio talento. La parola è “inganno”, e Ionesco è uno di questi intellettuali. Così spiegava il senso delle sue commedie: «il problema è di andare all’origine delle nostre angosce, di ritrovare il linguaggio non convenzionale di queste angosce, forse attraverso la disarticolazione di quel linguaggio sociale che comporto di clichés, formule vuote, slogan». Così confessava la sua preoccupazione per la crisi culturale al congresso del ’73: «la cultura ci ha ingannato: abbiamo creduto che potesse essere la sublimazione delle nostre angosce e delle nostre disperazioni, abbiamo creduto che potesse essere salutare, l’abbiamo voluta umanistica, ed ora constatiamo che essa è diventata disumana, anti-umanistica». (Enrico Picone)

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Il secolo passato, gli uomini potevano credere di essere in grado di sapere dove l’umanità si sarebbe diretta, perché pensavano che si potesse prevedere il futuro storico. Da allora, tutto quello che è stato edificato vacilla. Le rivoluzioni fatte in nome della giustizia e della libertà, e per la giustizia e la libertà, sono diventate la tirannia e l’inferno. Altrove, l’evoluzione industriale sembrava permettere di sperare che i problemi economici sarebbero stati vinti e che un’era di prosperità stesse per cominciare, per il benessere o per la felicità di ciascuno. La storia, irrazionale, ci ha smentito e ha deluso la nostra speranza. L’industria ed i suoi prodotti ci portano al bordo del disastro ed alla distruzione della terra e della sua atmosfera, ed è la catastrofe cosmica che ci minaccia. O forse prima, l’odio che getta i popoli gli uni contro gli altri, le speranze deluse delle nazioni e delle classi sociali avranno già messo fine alle nostre esistenze. L’umanità intera ha preso coscienza della disgrazia di esistere o della sfortuna di vivere nelle condizioni di oggi. I partigiani di politiche contrastanti si preparano a gettarsi gli uni sugli altri; più lucidi, gli avversari di tutte le politiche desiderano la fine dell’uomo ed il proprio suicidio, nella ferocità e nella violenza.

Noi abbiamo paura gli uni degli altri.

“Bisogna distruggere il mondo, esso è corrotto, pieno di bruttezze… , la morte”, diceva Antonin Artaud. Meno aggressivo, Strindberg diceva: “Io non detesto gli uomini, ne ho paura”. Alcuni, tra i giovani soprattutto, che non hanno ancora avuto il tempo di rassegnarsi e di attendere immoti la catastrofe inevitabile, alcuni fanno ancora appello alla coscienza del mondo perché si impediscano, perché si arrestino i preparativi della distruzione universale. Ma quella coscienza, alla quale essi fanno appello, dorme e non si sveglia. In ogni modo, non si può più tornare indietro. Gli enormi ordigni di devastazione, i milioni di prodotti che inquinano il mare, il cielo, la terra, innumerevoli, non possono più non moltiplicarsi e non devastare tutto. Tutto ciò non può evidentemente trovare altra ragione che negli istinti distruttori e nella detestazione che gli uomini nutrono per se stessi e per gli altri. Noi viviamo nell’epoca della collera. Solo la collera può condurci a tale andatura verso la fine. A che velocità e con quale sicurezza! La nostra civiltà ha cercato la felicità: non ha trovato sul suo cammino che la disfatta, la sventura, la morte.

Io sono un uomo in mezzo a tre miliardi di altri uomini: come potrebbe la mia voce farsi intendere? Io predico in un deserto sovrappopolato. D’altra parte, né io né altri possiamo dare la soluzione. Io credo che non vi sia soluzione. Se gli uomini non avessero voluto distruggersi, tutto avrebbe potuto aggiustarsi: non vi sarebbe stato sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, non vi sarebbero stati i genocidi. Perché le cose stanno così? “Perchè non ci amiamo?”, domandava nella sua ammirabile ingenuità l’Idiota di Dostoevskij. Perché non amarci o perché, almeno, non essere indifferenti gli uni verso gli altri? “L’avventura umana è durata troppo – mi diceva un amico rattristato dalle sventure degli uomini – bisogna finirla”.

Degli strani filosofi, dei maestri del pensiero del giorno d’oggi, esaltano la liberazione, la liberazione dalle inibizioni di tutti i nostri desideri. Noi vediamo bene, tuttavia, che i nostri desideri esasperati si oppongono ai desideri degli altri e che l’esacerbazione dei desideri non porta, anch’essa, che all’esplosione finale. La festa che si progetta mi ricorda il Carnevale di Colonia che dura ventiquattro ore: è la festa della birra e della salciccia, coronata da vomiti sui marciapiedi e da dieci o dodici cadaveri giacenti nelle strade della città. Ma i pensatori del nostro tempo, teorici della violenza, sperano ancora di più: coscientemente o no, essi vogliono che si realizzi l’esplosione universale, alla quale, così come noi lo vediamo, i desideri e le passioni già ci avvicinano. La liberazione, detta anti-borghese, dei desideri, giustificata dai filosofi alla moda, non potrà che portarci ancora più rapidamente all’orgia universale, alla distruzione della cultura, alla fine di tutto. Ma questa cultura, in se stessa, cos’era? Senza dubbio, semplicemente un paravento, qualche cosa che nascondeva a noi stessi i nostri terrori di fronte alla miseria, al disgusto, alle tristezze, alle ansietà, e soprattutto di fronte alla morte. In che misura potevano aiutarci a vivere tanti quadri, tante opere liriche, tanti romanzi, tante commedie, tanta musica, tanti trattati di morale…? Noi tutti, umanisti da qualche secolo, abbiamo catalogato, messo su schede o nei libri le nostre difficoltà di vivere ed i nostri smarrimenti. Mettendo la nostra miseria e i nostri mali dentro i libri, abbiamo sperato di allontanarli da noi stessi. Noi abbiamo creduto di averli allontanati. L’arte contemporanea è, nella sua maggior parte, la riserva, il museo delle nostre disperazioni. “Non si fa della buona letteratura con dei buoni sentimenti”, diceva André Gide, ma si potrebbe dire anche che non è con la felicità che si fa della buona letteratura. La cultura umanistica non ha fatto che rimandarci indietro a noi stessi. È proprio quello che bisognava evitare. Tutto ci ricade sulla testa. I nostri desideri e le nostre passioni che crediamo sublimate si scatenano dieci volte più forti, mille volte più forti, così come noi ce ne rendiamo conto. Si possono enumerare sulle dita di una mano le opere create nella gioia e nella saggezza, e che ci indicano una via verso la saggezza o la gioia. Le mura dell’edificio della cultura crollano, il paravento che noi abbiamo messo tra noi e noi stessi è soffiato via dal vento. I demoni che avevamo creduto esorcizzati si levano dall’interno di noi stessi e ci lacerano. Le nostre ferite sono a vivo, noi siamo degli scuoiati vivi.

Nessuna società ci può soddisfare. A destra, a sinistra, esse sono tutte infernali. Le propagande dei regimi totalitari possono ancora mantenersi e trattenere i loro sudditi mediante l’abbrutimento degli slogans. Ma più nulla ha un vero fondamento. Le religioni hanno perso il loro potere di consolazione ed il potere di illuminare. Esse sono senza fiato. Esse non hanno più soluzioni o risposte da dare. Tutto è inaridito ed esaurito. Tutto è messo a nudo. Nei libri, come negli sguardi dei nostri vicini, è il nostro smarrimento che si riflette. Una parola, e le folle si getteranno le une sulle altre o si suicideranno; una scintilla e l’incendio universale si propagherà. I cadaveri dei poveri cospargono le strade dell’India, i suicidi si moltiplicano tra i popoli ricchi della Scandinavia ed altrove, i giovani si drogano per assenza di ideali, perché non vi è più senso nella vita, i lavoratori detestano il loro lavoro. Se ci sono dei maestri che ci possono illuminare, dove sono e perché non si fanno intendere? Gli alimenti terrestri mancano in tre quarti del mondo, gli alimenti spirituali mancano a tutto il mondo. E se il problema del cibo, se il problema economico potesse essere risolto, la ricchezza od il pane assicurati non sarebbero sufficienti, non placherebbero la nostra fame. […]

Noi abbiamo visto che la cultura ci ha ingannato: abbiamo creduto che essa potesse essere la sublimazione delle nostre angosce e delle nostre disperazioni, abbiamo creduto che essa potesse essere salutare, l’abbiamo voluta umanistica, ed ora constatiamo che essa è diventata disumana, anti-umanistica… La politicizzazione spinta alla quale noi assistiamo risponde probabilmente alla nostra disperazione. Ciò che l’arte, la musica, la letteratura non ci hanno dato, è la politica, pensano molti, che ce lo potrà dare. Ed essa non farà che completare la lacerazione dell’umanità. Il problema adesso non è più quello dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. O non è solamente quello. Si tratta di un desiderio più mostruoso ancora, si tratta della dominazione dell’uomo da parte dell’uomo, possibilmente da parte di qualche uomo che assoggetterà tutti gli altri. L’azione sembra rispondere alla sete di potere, ma la sete di potere è paranoica. In tutto il mondo, i folli del potere impongono già a centinaia di milioni d’uomini l’oppressione o la schiavitù. Decine di milioni di esseri sono minacciati nella loro esistenza se non adottano la fede, cioè l’eresia o quello che si chiama ideologia, imposta dai tiranni e dai dittatori. Nuovi catechismi devono essere letti ed assimilati, assorbiti, con le loro domande e le loro risposte folli, o rudimentali… È necessario che l’uomo non sia altro che un cittadino in tutto il suo essere. È necessario che l’uomo sia totalmente, assolutamente burocratizzato cioè, di fatto, snaturato, e che la sua anima, la sua individualità, sia dissolta. Naturalmente si finisce per resistere.

È probabilmente a partire dal XVII secolo che la cultura ha affrettato la sua decadenza. Essa è divenuta sempre più umanizzante, invece di essere metafisica, sempre più psicologica, invece di essere spirituale. Vi sono dei sorrisi di santi, di angeli e di arcangeli sui volti delle sculture che si trovano nelle cattedrali, e noi non sappiamo più guardarli. Eppure la serenità del loro volto potrebbe guidarci verso la loro serenità. A ben guardare quelle colonne, quelle forme, quei volti, si potrebbe arrivare al livello dell’equilibrio spirituale, e noi non sappiamo più guardare. Gli uomini girano in tondo nella loro gabbia che è il pianeta, perché hanno dimenticato che si può guardare il cielo. Come vivere, come vivere bene, come possedere il mondo, come goderne, come ingozzarci, dunque come produrre degli oggetti amabili, degli strumenti del nostro piacere, come godere continuamente senza tener conto degli altri, rifiutando loro il godimento o non ponendosi neppure il problema della felicità o della disgrazia altrui, come industrializzare l’umanità fino alla saturazione? Ecco ciò che gli uomini, e ciò che si chiama l’umanesimo, si sono proposti. È l’abbandono delle cure spirituali o metafisiche. Il problema del nostro destino, della nostra esistenza nell’universo, del valore o della precarietà delle condizioni esistenziali nelle quali viviamo, tutto questo non è più stato preso in considerazione. E proprio il problema essenziale che è stato dimenticato, e cioè il problema dei nostri fini ultimi. Abbiamo dimenticato questi fini ultimi o li abbiamo abbandonati per dei fini immediati. E così non sappiamo più cosa fare, non sappiamo più dove dirigerci e, a causa del voler vivere, ci è diventato impossibile vivere. Guardate intorno a voi! Il mondo ha perso il suo orientamento. Eppure non sono certo le ideologie dirigenti che mancano. Esse non portano in nessun luogo. Il godimento ha sostituito l’allegria. Noi abbiamo la scelta fra il torpore coi nostri desideri alienati o la morte violenta nell’esplosione dei nostri desideri che si urtano dentro di noi, gli uni contro gli altri, o che si urtano con quelli dei nostri simili. Noi abbiamo dimenticato ciò che doveva essere la contemplazione. Noi non sappiamo più vedere, noi non sappiamo più fermarci nell’agitazione generale e guardare, immobili un istante, quella agitazione. Noi non sappiamo più guardare né la terra né il cielo, noi non ne abbiamo più il tempo: eppure è guardando intorno a noi, al di sopra di noi, in noi stessi, che si potrebbe ritrovare la freschezza dello stupore, uno stupore di fanciullo, che renderebbe il mondo così giovane e fresco come il primo giorno della creazione.

Eugène Ionesco

*In copertina: Philippe Halsman, Salvador Dalí con testa di rinoceronte, Performance per lo show della CBS-TV “Morning Show”, 1956

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