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“Tu non hai scommesso niente dal primo momento. Non sei un uomo capace di scommettere”. Yasushi Inoue, il vetraio della parola: “La lotta dei tori”

Yasushi Inoue è un vetraio della parola. Le sue parole sono vetri sabbiati. Come nelle migliori vetrerie Yasushi prende il vetro doppio, ci stende sopra una carta adesiva su cui per sottrazione si estrae il disegno col bisturi. Dal taglio si ha la forma. A questo punto avviene la sabbiatura, il pezzo di vetro ora pare non avere senso, è solo un insieme di tensioni e tagli. Inserisce la lastra nella cabina, il compressore spara la sabbia. Tolta la carta adesiva si può vedere il disegno: la sabbia rende morbido persino il taglio nel vetro.

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Leggere La lotta dei tori è esattamente come stare in una vetreria. Tutta la scrittura è tensione silenziosa, non sai chi si sta tagliando. È il romanzo d’esordio di Yasushi pubblicato nel 1949, ha per titolo la tauromachia ma nel testo si vedrà ripetersi solo come parola, continuamente, una lotta come una ossessione. La vera lotta tra i tori è relegata a poche righe in una visione offuscata, annebbiata dalla miopia delle passioni e dell’amore disperato. La lotta di questo libro non è quella tra gli animali, che pare pure annoiare perché alla fine le bestie sono semplici, ma quella tra gli uomini e le loro pulsioni, le loro segrete ossessioni. Tsugami è un giovane direttore di giornale, siamo nel dopo guerra di un Giappone che tenta di risollevarsi in tutti i modi, un giorno incontra Tashiro – un tale spuntato dal nulla – che inserisce nella testa di Tsugami il desiderio di portare la tauromachia nella loro città. Che sia però il suo giornale a promuovere questo evento, ad organizzare questa scommessa della lotta animale in pieno gennaio all’aperto.

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La lotta è quella della tensione delle molecole del vetro, si credono piene di verità nel loro immobilismo ma basta un piccolo colpetto a farle piangere in aria. Yasushi riesce con una delicatezza che è propria quasi solo della letteratura giapponese a farci scivolare nell’arena dell’uomo senza che percepiamo odore di sangue. Siamo costretti a continuare questo libro, una volta aperto, a scivolare nel labirinto delle passioni e delle paure di questi uomini d’affari che tentano tutto il loro buonumore, i loro soldi, su una lotta tra due animali. L’ansia di Tsugami, di Tashiro e degli altri personaggi è sempre l’ansia dei soldi, del riuscire in una impresa brandendo il denaro.

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La tauromachia non serve più a far espiare la rabbia dal cuore di chi guarda, non serve più a trasferire il male dell’uomo nelle urla date all’animale. Tutto si riconduce a una fredda contesa per il successo. “Il protrarsi dello scontro cominciava ad annoiare la gente e qualcuno suggerì di dividerli e dichiararli pari”. Nemmeno due animali che si scannano sono più interessanti se la lotta dura troppo, se l’animale non cede. Perché forse ci piace vedere quello che cede, quello che stramazza al suolo e manda suoni disperati. “Tutti stanno scommettendo” è forse la chiave di questo romanzo. La tensione gira attorno a questa parola, scommessa. Lasciare che a decidere del nostro destino sia l’animale fuori da noi.

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Nel sottofondo di questa narrazione c’è un’altra storia. Una storia d’amore clandestino destinata, come accade per gli amori nati nell’ombra, a essere mangiata dall’ombra. Questa relazione tra Sakiko e Tsugami si apre nel ventre della guerra o di quel che ne rimane dopo, dove chi chiede rifugio a una casa forse lo sta chiedendo anche al cuore e a tutta la persona. Tsugami è un uomo teso, affascinante, che svolge un ruolo di potere e come tale è imprendibile, non si fa avvicinare da nessuno, le sue voragini sono soltanto sue, puoi al massimo osservarle, scorgerne il precipizio. E poi c’è Sakiko, questa donna che ama Tsugami dall’ombra e dall’ombra però vuole uscirne. Il suo taglio sarà proprio la luce, uscire nelle ore che non le competono, andare nei luoghi dove può essere vista, nei luoghi che non le appartengono.

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Tu non hai scommesso niente dal primo momento. Non sei un uomo capace di scommettere”.
“E tu, allora? Cosa fai?”  Tsugami aveva pronunciato queste parole meccanicamente, ma Sakiko sussultò e trattenne il respiro. Sentendosi impallidire, rise con una smorfia. “Certo. Anch’io sto scommettendo”, disse articolando con provocatoria chiarezza ogni parola. E aveva scommesso davvero. Nell’istante in cui Tsugami le aveva detto: “E tu, allora? Cosa fai?”, Sakiko aveva affidato al combattimento di tori che in quel momento si stava svolgendo sul ring lo sbocco della questione che la stava tormentando da tanto tempo: la sua separazione da Tsugami. Si era detta: “Se vince il toro rosso, lo lascerò
”.

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Alla fine l’amore è sempre una lotta, per sfinimento ci lasciamo convincere che a deciderne l’esito sia una sorta di destino. Oppure invece decide per noi l’animale più debole tra i due. Tra i due tori quello che muore è sicuramente quello che non ha scelto, quello che può restare in pace con la sua incapacità, nel perimetro sicuro delle canne di bambù.

Clery Celeste

*In copertina: Pablo Picasso, “Scene dalla tauromachia”, 1960

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