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“Il silenzio è colpevole”. Dialogo con Stefania Auci e Francesca Maccani

Torino, Salone del Libro, primavera 2018, ancora lontani dalla pandemia. Quando le conobbi erano due promettenti scrittrici. Stefania, palermitana, insegnante di sostegno, Francesca, trentina, insegnante in un quartiere a rischio a Palermo. Cerchiamo a lungo fra gli stand un angoletto per appartarci e fare l’intervista, alla fine ci accoccoliamo fuori, davanti una delle entrate, all’aperto. Sono affettuosissime, gentili, disponibili. La cattiva Scuola (2017), il loro libro scritto a quattro mani, mi è piaciuto subito perché oltre ad essere critico è al tempo stesso pieno di risoluzioni, pragmatico, propositivo. Qualche mese prima, a Più Libri, Più Liberi, a Roma, me ne hanno regalato loro stesse una copia venendomi incontro allegre e frizzanti, affettuose e benevole. La seduta fotografica si svolge invece a Palermo a luglio, a casa di Stefania. Anche in quel frangente scherziamo insieme come se fossimo delle ragazzine. Loro socializzano subito con Cristina e durante la seduta fotografica ridiamo così tanto che veniamo richiamate all’ordine.

Quando Cristina comincia a smontare l’attrezzatura, Francesca, che lavora ad un romanzo su una professoressa del nord che finisce ad insegnare al CEP, in uno dei quartieri più a rischio di Palermo (Fiori senza destino, 2019), mi si avvicina e invece di parlare di sé, mi dice quasi bisbigliando: “La Stefania lavora in questo momento ad una roba… non hai idea! Ti dico che sarà un successone mondiale”. “Mondiale” mi fa strabuzzare gli occhi. Lei incalza: “Ma ti dico! Non hai idea del risultato. È quasi finito e sarà un successo senza pari”, dice, portandosi la mano all’angolo della bocca perché senta meglio. Certa dell’abilità scrittoria di Stefania, la osservo tuttavia scettica ripensando alle difficili condizioni dell’editoria in Italia. Ad attrezzatura sistemata, chiediamo di poter chiamare un taxi. Stefania, che è fresca come una limonata e deliziosa come la pasta di mandorle, insiste per darci un passaggio in macchina facendo un giro enorme. L’anno dopo, nel maggio del 2019, sarebbe uscito I leoni di Sicilia e le parole di Francesca avrebbero risuonato in me tonanti come quelle di un sacro responso.  

Stefania Auci e Francesca Maccani; photo Cristina Dogliani

1. Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

F. – Io mi chiamo Francesca perché mio padre è sempre stato affascinato dalla figura di San Francesco d’Assisi.

S. – Mi chiamo Stefania perché i miei genitori speravano fino all’ultimo che fossi un maschio. Io sono l’ultima di tre femmine… E quando sono nata non c’era il pisellino, ma il fiorellino, e mia madre ha detto, vabbé, Stefania, come il nonno… paterno! (Ridiamo).

2. Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

F. – Guarda, per ironia della sorte ti dico che, spesso, le persone che non mi conoscono e che mi incontrano per la prima volta, si sbagliano e mi chiamano “Stefania” (ride!)… Allora opto per Stefania, si vede che è un nome mio putativo. (L’incontro con queste due donne scoppiettanti ha qualcosa di fresco, leggero, articolato e intenso alla volta).

S. – Io sceglierei il nome che ho dato a mia figlia e che è un nome che adoro: Eleonora.

M.D. – E perché? Che personaggio ti ricorda?

S. – Fondamentalmente Eleonora d’Aquitania, quindi una regina forte, una figura storica che è andata oltre i suoi tempi.

3. Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte ‘scomode’. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata?

F. – (Ride). Io lo so benissimo perché sono seduta su questa sedia: semplicemente perché avevo passato trentasei anni nel paradiso del Trentino, poi mi sono innamorata di un palermitano dagli occhi smeraldo che ha deciso di andare a vivere Palermo e mi sono ritrovata catapultata nel capoluogo siculo, facendo un cambio di abitudini di vita, culturali e quant’altro non indifferente… diciamo proprio “radicale” (ride)!

M.D. – E poi scegliendo di fare che mestiere, esercitando quale professione?

F. – Faccio l’insegnante e il caso ha voluto che in assegnazione provvisoria – anche perché non ho potuto scegliere – mi sia stata assegnata una scuola in uno dei quartieri più difficili di Palermo che è il CEP, il Centro di Edilizia Popolare.

M.D. – Però non ne sei scappata. Sei rimasta!

F. – Sì, sono rimasta… diciamo che ciò che non ti uccide, ti fortifica: non sono morta ma mi sono fortificata decisamente, negli anni!

M.D. – E quest’esperienza ha dato vita ad un libro bellissimo scritto a quattro mani con Stefania.

F. – Sì, abbiamo scritto insieme un saggio sulla scuola che è nato da questa nostra visione dal… basso, possiamo dirlo tranquillamente (proprio la caratteristica che rende questo libro unico, penso io dentro di me). Tutti si occupano in genere di parlare dei massimi sistemi, mentre si tratta di scuola, quindi di educazione tout court e in realtà noi abbiamo detto: “Ma provate ad entrare in una scuola di quelle dove lavoriamo noi e a vedere con i nostri occhi quello che vediamo noi ogni mattina…  La prospettiva cambia un po’!”.

M.D. – E questa è abbastanza scomoda come scelta!

F. – Molto… Molto.

M.D. – (Mi rivolgo a Stefania) E tu? Perché sei su questa sedia e stai per essere intervistata?

S. – Mi verrebbe da dire che non si sfugge al proprio destino. Io vengo da una famiglia di insegnanti. Quindi… non volevo fare l’insegnante, tant’è che ho studiato giurisprudenza perché mi sarebbe piaciuto fare la carriera forense. Il problema è che la vita dispone diversamente dalla nostra volontà: mi sono sposata e nel momento in cui sono arrivati i bambini ho capito che non avrei potuto più fare la vita che volevo e quindi ho pensato di mettere a frutto le mie capacità nell’insegnamento.

4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

F. – Nelle piccole così come nelle grandi io credo che non sia sufficiente né lo zelo, né l’occasione. Probabilmente c’è bisogno di una terza componente: la Fortuna.

M.D. – …Che per Machiavelli determina l’Occasione.

F. – A mio parere gioca molto anche questo fattore. Per quanto riguarda la scuola, e se penso al lavoro dell’insegnante, a volte tanta buona volontà e la preparazione da sole purtroppo non bastano, ma non basta nemmeno l’Occasione che può ridursi ad un momento particolare, un momento didattico che esula dal contesto solito. E a volte serve non solo la Fortuna ma anche qualcosa in più! Sono tanti gli elementi che entrano in gioco nel momento educativo. Oltre al contesto, alla situazione e all’obiettivo che ti poni, bisogna tenere conto anche dei vari fattori, quello ambientale, la distrazione e tutta una serie di cose che quando si è a scuola intervengono. Io credo che un docente animato da grande passione e da una grande, ferrea volontà, riesca a supplire a moltissimi disagi, a tante difficoltà e che riesca se pur con fatica a portare a termine ciò per cui entra in classe ogni giorno, che è il cercare non solo di trasmettere dei contenuti, ma anche infondere in questi ragazzi fiducia, spirito critico. In realtà un docente deve ricordare di essere un educatore, cioè qualcuno che, come dice l’etimologia della parola e-ducare, tira fuori dai suoi alunni il meglio. Quindi non colui che riempie il contenitore, ma colui che riesce a “tirare fuori”, come Michelangelo che dal blocco di marmo tira fuori il vero capolavoro, la statua perfetta. Dentro ognuno di questi ragazzi è racchiuso un capolavoro e non è assolutamente facile riuscire a farlo riemergere: ci vuole tanta competenza, tanta pazienza, ci vuole un lavoro continuo, attento e costante nel tempo, basato sulla fiducia, certosino e che forse non tutti sono pronti a compiere. E torno appunto alla domanda iniziale: lo zelo, la buona volontà, l’occasione e la fortuna, che io avevo aggiunto, messi insieme riescono a fare molto per questi ragazzi. E qui mi viene da fare una piccola riflessione sulla figura dell’insegnante. Oggi l’insegnante è spesso vessato, malpagato, e, soprattutto, ha perso la credibilità e il rispetto sociale… e, purtroppo, quando togli rispettabilità sociale ad un corpo docente, attui un processo di delegittimazione del suo operato, e credo che questo, oggi, attualmente, sia uno dei mali più grandi che subiamo noi come categoria ogni giorno quando entriamo nelle nostre classi.

S. – Sì, l’Occasione è una componente essenziale, perché possiamo dare il massimo di noi fino all’inverosimile cercando di mettere in campo tutta la nostra perizia, ma se non c’è l’occasione, la congiunzione astrale positiva (ride), diciamola in questi termini, allora possiamo fare ben poco! Ciò non toglie che l’impegno rimane una componente essenziale per ottenere ciò che vogliamo, per potere lavorare al meglio.

Manuela Diliberto con Stefania Auci e Francesca Maccani; photo Cristina Dogliani

5. A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata?

F. – Nei momenti più duri, per quello che riguarda il lavoro a scuola – e ce ne sono stati – ho sempre pensato che insegnare era il mio sogno, un sogno che ho perseguito con grande tenacia e a prezzo di moltissimi sacrifici. Ci ho sempre creduto in questo lavoro e ho sempre desiderato farlo. Così quando mi è capitato di vivere dei momenti di forte scoramento, di tensione, ho pensato a tutta la fatica che ho fatto per raggiungere quest’obiettivo, quello di diventare un’insegnante e, soprattutto, un’educatrice. Questo pensiero mi ha sicuramente aiutata… anche se non nascondo che spesso viene prepotente la voglia di mollare tutto. Succede, e ci si chiede: ma chi me lo fa fare? Perché devo vivere dei momenti così faticosi se ho cercato sempre di dare il meglio? Però nel nostro lavoro, a differenza di altri, si deve in primis assolvere un obbligo, l’obbligo scolastico. Si tratta di avere a che fare con persone che hanno bisogno di crescere, di essere guardate, di una guida e soprattutto di imparare, cosa che avviene nel modo migliore quando tu, docente, ti poni come esempio. Devi essere credibile in ogni comportamento, in ogni dettaglio che passa al vaglio degli occhi severissimi dei ragazzi. I ragazzi osservano, valutano e decidono. Come gli animali del branco decidono chi sia il capo da seguire e cioè chi li può salvare nelle situazioni più brutte. Hanno questo istinto innato di sapere a chi si possono affidare. E quando tu percepisci che un’intera classe ti si affida, in quel momento preciso realizzi di avere una responsabilità enorme, perché tu come persona vieni messo su una sorta di piedistallo e diventi, appunto, un modello. E se ci fai caso, quando ognuno di noi ripensa alla figura di un grande insegnante – perché tutti noi l’abbiamo incontrato un grande insegnante – se ripensiamo a quella persona, io credo che ognuno, almeno una volta, abbia pensato: “Ecco vorrei diventare così da grande”. Io ho avuto degli insegnanti straordinari anche se tutti molto diversi, e nelle difficoltà mi capita spesso di pensare: Come reagirebbero in questo caso i miei professori? Si lascerebbero prendere dallo sconforto? E mi chiedo che avrebbero fatto al posto mio. Questo mi fa superare anche i momenti più faticosi in cui ti verrebbe da urlare e mollare tutto. Non è facile… perché siamo umani, con i nostri alti e bassi, ma è come se fossimo tutti aggrappati ad un filo, come quello del celebre mito di Arianna, ed è quel filo che bisogna tenersi per tirarsi fuori dalla palude delle proprie insicurezze e dal proprio scoramento. L’importante è saper voltare pagina e andare avanti ricordandoci di avere scelto di fare il lavoro più bello del mondo, quello che non cambieresti mai per nessuna ragione.

S. – A cosa mi sono aggrappata? Eeeh… Alla cazzimma! (Ride per qualche minuto. Io la guardo stupita, anche perché non so cosa sia…).

M – (Rido con lei e ride pure Francesca). E cos’è? Io non lo so…

S. – (Lei continuando a ridere mi risponde divertita ma irremovibile). Non ho altre definizioni. …Non lo lo so, a volte c’è soprattutto la volontà di andare avanti nonostante tutto e tutti per una sorta di istinto… io sono una persona molto istintuale, che ragiona di pancia, che si fida molto del proprio sesto senso… Certo non sempre è facile! Senza voler parlare delle scelte strettamente professionali e lavorative, prendiamo la scrittura: ci sono stati dei momenti in cui ho pensato di mollare perché i risultati tardavano ad arrivare, però alla fine sono contenta di non averlo fatto! Ora, la volontà, la capacità di fare qualcosa, e quindi anche le doti naturali, sono, ancora una volta, elementi essenziali, ma ci vuole anche quella determinazione a volte un po’ cieca nel voler perseguire il proprio obiettivo. Per ciò che mi riguarda la cosa fondamentale rimarrà sempre e comunque l’istinto di cui potersi fidare. Anche se è auspicabile che sia accompagnato da una buona dose di discernimento e senso critico. Si tratta insomma di capire se sia l’istinto reale a dirti di andare avanti o, invece, solo una testardaggine fine a se stessa. Io fin ora ci ho provato e penso in parte di esserci riuscita.

6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente?

F. – Ah… parli con una guerriera nata, quindi il far finta di niente non lo tollero. Ho un caratteraccio da questo punto di vista, a partire da quello che getta la carta per strada e che io rimprovero… prendendomi spesso degli insulti inenarrabili! Fino ad arrivare ovviamente alle battaglie più… più toste, no? Quindi anche le cose che succedono a scuola… io non sono mai riuscita a chiudere gli occhi davanti ad una ragazzina sulla quale si sospettava un abuso: ho sempre segnalato… come ho sempre segnalato le ragazzine che mi confidavano…

M.D. – Ma hai subito mai delle minacce?

F. – Sì, una volta ho avuto un problema con una ragazzina che mi ha confidato che i genitori la picchiavano. Io ho sporto denuncia… sono comunque un agente che deve espletare una funzione pubblica, io sono veramente un pubblico ufficiale e se ad un insegnante viene confidata una violenza, noi, per legge, siamo obbligati a denunciare, pena il reato di omissione di denuncia!

M.D. – Ti potresti guardare allo specchio se cedessi ad una minaccia e non denunciassi?

F. – No, io non ho ceduto, ho denunciato. Sono stata molto cautelata dalla mia dirigente che si è resa conto della gravità e che mi ha appoggiata. Invece l’ostracismo più grande l’ho ottenuto dai colleghi che con lo sguardo e con la parola mi hanno fatto capire che dovevo farmi i fatti miei e che forse questa ragazzina aveva esagerato nel racconto, che loro non ci credevano che era come diceva… Ma nel momento in cui una ragazzina viene da te e ti dice: “A casa mi fanno del male…” No, no… proprio non fa parte del mio carattere! Ma proprio andrebbe contro la mia natura… non potrebbe passare oltre!

S. – Per me dipende molto dal livello di stanchezza, sono sincera. Indicativamente sono una persona che tende a mettersi muro contro muro, anzi talvolta mi si accusa di essere una persona aggressiva. Però ci sono dei momenti in cui… la stanchezza pesa! (dice tutto d’un fiato). La stanchezza di doverti confrontare con un mondo che spesso è un mondo ingrato! E a volte sono anche gli stessi ragazzi che non vogliono essere aiutati… Soprattutto quando sono più grandi, quando ormai hanno una scorza di pietra di metallo, una buccia proprio che li rende anzitempo cinici, insensibili a quello che dovrebbe essere un innato senso di giustizia e che invece loro non riescono più a provare. Questo forse mi fa più venire la pena, perché a volte mi dico che la cosa più brutta che noi stiamo facendo a questa generazione è il trasmettere l’incapacità ad indignarsi… i ragazzi di oggi non si indignano più! (Dice come se lo stesse denunciando a qualcuno).

M.D. – La pubblicazione del vostro libro che, invece, denuncia, rappresenta di certo la via tortuosa

S. – Sì, ma la strada critica, tortuosa, è stata quella che paradossalmente mi ha aiutato a vedere determinate persone sotto un’altra luce: molte persone che pensavo avrebbero avuto un approccio più duro con me hanno finito con il dirmi non soltanto “brava” per il libro, ma anche “brava” per il coraggio. Brava perché non tutti hanno la capacità di mettere in linea quello che accade. E questo per me è stato il passaggio più importante, cioè rendermi conto che molti si riconoscevano nelle parole mie e di Francesca. E quindi questa iniziale sensazione di isolamento era invece in realtà molto più … sfumata. C’era una condivisione… cioè, abbiamo fatto qualcosa di buono. Ecco.

7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

F. – Come ho già detto prima, io per carattere mio proprio non ce la faccio a starmene zitta. Infatti mi accusano di essere una linguaccia, quella che squieta tutti.

M.D. – Ma tu giustifichi chi non lo fa? Chi non denuncia?

F. – Certo che lo giustifico, perché capisco che in certe situazioni magari anch’io, se mi spavento di qualche cosa… Che minacciassero la mia famiglia non mi è mai capitato, quindi proprio non so che farei, ma non giudicherei mai la scelta di non parlare. In linea di massima, anche come indole, io tenderei a denunciare, a rischiare…

S. – Io per mia formazione e anche per modo di essere ritengo che l’inerzia è sempre colpevole. Il silenzio è solo colpevole. Per cui, là dove possibile, cerco sempre di parlare, o di mandare segnali a chi lavora con me per far capire che comunque qualcosa dev’essere fatto. Mi è capitato di dover parlare di determinate situazioni nel consiglio di classe, per esempio, e taluni mi hanno guardato come per dire: “Per forza lo devi dire?”… e io: , per forza! Ci tocca, è il nostro lavoro.

M.D. – E tu giudichi chi si astiene?

S. – A volte sì. È brutto da dire, ma a volte sì. Io, personalmente, sono una persona molto dura con me stessa. Con degli standard alti. Per cui talvolta, sbagliando, pretenderei che gli altri si comportassero allo stesso modo.

M.D. – Questa frase l’avrei potuta dire io… (Mi sorridono).

8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni ’30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

F. – Assolutamente no! (Ride del mio stupore davanti alla sua foga). Anche perché io per formazione politica e per scelta professionale ho tutto un altro vissuto. A casa mia diciamo che è più facile trovare… (ride e mi dice che non lo vuole dire. La incoraggio a parlare liberamente) …ma… a casa mia è più facile trovare i libri di Karl Marx piuttosto che il Mein Kampf di Hitler!

M.D. – Tieni presente che per lui è un ricordo dei genitori…

F. – Ed io lo trovo abbastanza agghiacciante! Quasi peggio delle statuine di Capodimonte che detesto (scoppio a ridere!). Lo trovo anche di cattivo gusto esibire un libro di questo tipo. Ecco, diciamo che la trovo proprio una scelta di cattivo gusto, al di là dell’intenzione. E legittimo non lo è nel momento in cui espone pubblicamente un testo che ha dato il via allo sterminio di milioni di persone, quindi proprio… non mi sento nemmeno di commentarla una scelta del genere (ride)!

S. – Non so, questa storia mi fa pensare a chi tiene il procione impagliato sulla scrivania perché fa tanto ricordo dello zio (dice sarcastica)… Dico, capisco il legame affettivo, ma sincerità per sincerità, il legame affettivo si può avere anche se il libro lo metti dentro lo stipetto, anziché tenerlo in vista. Quindi capisco il ricordo, l’affettività, ma sono passati… settant’anni? Ecco…

9. Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole Francesca descriverebbe Francesca e Stefania, Stefania? Che descrizione ne daresti?

F. – Ma… allora… domandona! Io penso che mi descriverei come una persona estroversa, che ascolta, che ama stare con la gente, che ha un lavoro che la porta a stare a contatto con la gente, quindi empatica… E poi una gran rompiballe di quelle micidiali! (Rido) …perché sono una pignola che proprio non ne fa passare una a nessuno! (Mentre Francesca parla, Stefania ascolta sempre in un silenzio rispettosissimo e pieno di stima. Ai miei occhi incarnano l’esempio dell’armonia femminile, dell’impegno e della solidarietà).

S. – Se Stefania si incontrasse, punto primo, penso che scapperebbe a gambe elevate… Passi lunghi e ben distesi! (Rido). No, in realtà penso che direbbe, “Ahò, questa c’ha problemi seri!… ma proprio seri!” (Ridiamo tutte e tre).

M.D. – E perché (chiedo continuando a ridere)?

S. – Ma perché non parla, ma quando parla, parla sempre troppo e soprattutto fa le facce strane…

F. – E gesticola!

S. – E gesticola! Dio quanto gesticola! (Ride). Quindi, no, non sarebbe una bella persona da frequentare (ridono insieme, divertite).

10. Se non fossi Francesca o Stefania, chi vorresti essere?

F. – Allora io se non fossi Francesca, lo so benissimo chi vorrei essere: un magistrato che si occupa di violenza sui minori. Ma non ho mai avuto le competenze, né ho fatto il percorso di studi adeguato per poterlo fare, per poter affrontare questa carriera. Però lo farei… innanzitutto vorrei essere un maschio, perché ho un’indole molto mascolina io, da maschiaccio.

M.D. – E dici che le donne hanno veramente bisogno di utilizzare la parola “maschiaccio” per descrivere una delle parti di se stesse che per convenzione culturale si attribuisce agli uomini?

F. – No, no… e’ che siccome io ho proprio un’indole maschile, mi trovo bene con i maschi…

M.D. – Che cos’è esattamente un’indole maschile?

F. – Ma… è questa cosa che loro sono… semplici, che non si arrovellano il cervello con mille fisime, paranoie… Certamente io sono appesantita, multitasking, faccio centomila cose contemporaneamente e li invidio, invidio questa capacità di seguire un filone e fare solo quello. Quindi penso che se fossi un uomo e anche magistrato, farei molto bene il mio lavoro perché non farei nient’altro (ride a lungo dopo aver detto l’ultima frase).

M.D. – Qui si dovrebbe aprire una porta ai discorsi sulle teorie di gender… Vabbé non l’apriamo, sennò possiamo rimanere qui fino a mezzanotte! (Ridiamo).

S. – Io stavo per dire una cosa strana… Sono seria, non è una battuta! (Fa una piccola pausa di sospensione). Io vorrei essere Batman.

M.D. – Neanche Wonder woman, ma Batman! Ancora un uomo… accidenti! (Rido).

S. – Ma non tanto per il discorso dell’uomo, ma proprio per la figura… per questa malinconia profonda che ha, questo senso di solitudine, il senso radicato, fortissimo della giustizia, per questa duplicità che ha…

F. – (In sottofondo Francesca aggiunge) …Dottor Jekyll e mister Hyde.

S. – Un simpatico minchione da una parte e dall’altra una persona … appunto, dedita alla vendetta.

M.D. – Anche Peter Parker è così (aggiungo, sfoderando le virtù del mio supereroe preferito: il discorso si fa serio).

S. – Ma Peter Parker è un fissacchiotto! (Dice, con un tono di inappellabile, sommario biasimo). Batman mi piace quando viene definito il cavaliere oscuro, ecco… Sì, è lui (conclude solenne e ironica).

*

Domanda Personale. Nella scuola ideale, quali devono essere, a vostro avviso, le tre componenti fondamentali?

F. – Sicuramente al primo posto io vorrei l’educazione alle emozioni, come materia proprio fondante. Due, assetto laboratoriale e non lezioni frontali: la classica aula con cattedra e banchi. Vorrei proprio una situazione molto più dinamica dove ci sia – la dico un po’ alla don Milani – il saper fare. Sono convinta infatti che è proprio attraverso il fare che si possa apprendere in molti casi. E tre, tanto sport, perché ho una figlia agonista e mi rendo conto che è una devastazione che la scuola italiana non sia assolutamente attrezzata ad accompagnare gli studenti che decidono di fare agonismo (la guardo pensando a quanto sia d’accordo e alla grande attenzione che in Francia, dove vivo, si presta all’educazione fisica e al nuoto).

S. – Un’area verde attorno a ogni scuola, e non soltanto perché è bello, perché è ameno e ti dà la possibilità di rinfrescarti, ma per aiutare i ragazzi che devono essere sottoposti ad una punizione, a capire che non ha senso la punizione in sé e per sé, e che si può anche prendere una zappa in mano e zappare! È il lavoro fisico che ti fa capire un sacco di cose. Punto secondo, filosofia, io incomincerei ad insegnare la filosofia se non dalla scuola elementare, dalla scuola media…

M.D. – Lo approvo! Ma anche dalle elementari! Mica i bambini so’ scemi!

S. – Esatto! Terza cosa, Francesca parlava di “educazione alle emozioni”, io parlerei di educazione alla gestione delle emozioni, quindi anche delle ore di yoga o meditazione all’interno della classe per aiutare anche a decomprimere l’aggressività che naturalmente i ragazzi si portano addosso.

M.D. – Ma se aveste davanti Matteo Renzi (autore principale della legge 107 del 2015, detta La Buona Scuola) che cosa gli direste in poche parole, con una sola frase?

F. – Allora, istintivamente gliene direi subito quattro, perché io sono sanguigna, nonostante sia nordica… si vede che ho proprio una componente meridionale dentro! Invece a mente lucida gli direi che non ha capito assolutamente nulla della scuola, e che se avesse dato più spazio e più voce agli insegnanti, anziché renderseli tutti nemici, oggi la scuola non sarebbe quella che è, e il corpo insegnante non si sarebbe spostato tutto quanto in massa dal PD al Movimento Cinque Stelle. (Siamo nel 2018).

S. – Io più che una frase, una parola: “Perché?”. Punto.

Manuela Diliberto

*In copertina: Stefania Auci e Francesca Maccani, insegnanti e scrittrici, in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. 

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