In un’intervista a “Progreso Marin”, si sentono rumori di un martello pneumatico contro un muro mentre Eugène Guillevic parla di poesia. Uno dei rari momenti in cui usa il nome esteso deciderà in seguito di incidere il solo patronimico nei frontespizi dei libri. Cancella il nome di battesimo come si toglie il cappotto prima di una colluttazione in un bar di provincia. Eugène resta soltanto scritto a un’anagrafe del riflesso puro sul mondo, mentre sulle copertine rimane il cognome, compatto, senza appigli, a strapiombo sui versi. Già nella firma c’è la sua ars, sottrarre la persona, perché la presenza diventi più grave.
Nasce nel 1907 a Carnac, dove i morti hanno costruito prima dei vivi e i menhir sembrano le vertebre della terra, la scoliosi visibile del mondo, da un padre marinaio diventato gendarme, che farà trasferire la famiglia altrove.Eugène legge La Fontaine, impara il tedesco e l’alsaziano, parla correntemente bretone in famiglia e con gli amici, oltre a inimicarsi la disciplina delle cose che non spiegano perché esistono. A quattordici o quindici anni scriveva alessandrini alla maniera di Musset; passò poi a Lamartine, del quale aveva ricevuto le Méditations poétiques come premio scolastico. Se si gira in macchina nei dintorni di Carnac, si trovano filari infiniti di pietra disposti a caso, dove pascolano pecore e capre che s’assomigliano tutte. Se siete così sfortunati da andarci in estate, probabilmente non vedrete mai il sole.
Prende un diploma in matematica, entra nell’amministrazione francese nel 1926, lavora alle Finanze e Ispezione generale dell’Economia. Sono anni in cui studia bilanci, congiunture, piani territoriali. Ma sono anche gli anni in cui il suo rapporto con il francese assume una nuova piega di senso, lo trasforma, come tutte le lingue che non sono madri, in una sottospecie di idioma ieratico, appartenente al sacro perché non messianico. Uno dei pochi esempi di poesia in cui la lingua regionale è quella dell’amministrazione paolina, mentre quella nazionale diventa escatologica. Il poeta della pietra aveva un cartellino e pratiche da chiudere. Mentre altri affidavano la poesia alla febbre, lui imparava che ogni sistema crolla quando i segni smettono di corrispondere al senso e assumono contorni propiziatori e oracolari.
Terraqué, raccolta-simbolo, esce nel 1942, contenente terra e acqua e non promettendo armonia: una fattispecie del nome geologico della nostra condanna: abitare un pianeta solido che continua a muoversi sotto i piedi, nelle dorsali atlantiche. Intorno a lui c’è l’Occupazione e una paranoia diffusa che porterà Guillevic a sviluppare una particolarità che non lascerà più per tutta la vita. Scrive poesie su foglietti bianchi piccolissimi, che riempie di parole e poi nasconde in tasca, senza lasciare spazi bianchi. Una centuria manganelliana in versione chiavetta usb usa e getta. I corpi tutt’intorno vengono contati, schedati, sottratti e deportati; Guillevic risponde facendo l’inventario di armadi, muri, cantine, rocce intorno a un mondo che brucia. Lontanissimo dal simbolismo, lascia lì oggetti massicci, quasi ostili, mentre l’uomo scopre di essere quello più deperibile della stanza.

Questo è il punto in cui la sua apparente modestia diventa violenza. Guillevic diffida della metafora perché rischia di rapire una cosa per attribuirle un’altra. La rosa deve testimoniare l’amore, il mare l’infinito, la pietra la durata. Lui interrompe l’interrogatorio e la pietra non rappresenta più strani affanni, pesa e il muro non allude, ma ostruisce la visuale. La poesia comincia quando smettiamo di chiedere al mondo di parlare di noi e si diletta col pratico.
Mostri
Ci sono mostri che sono bravi
Che vi si siedono addosso gli occhi chiusi di tenerezza
E sul vostro polso
Poggiano la loro zampa pelosa.
Una sera
Dove tutto sarà porpora nell’universo
Dove le rocce riprenderanno la loro traiettoria di folli
Si risveglieranno.
Ponge apre gli oggetti e ne osserva il meccanismo verbale, Guillevic ci appoggia l’orecchio ad ascoltarne il battito. Il primo moltiplica la materia nella lingua, il secondo riduce la lingua finché la materia accetta di restare. Il minimalismo è un tipo di arredamento costoso, caratterizzato da pochi mobili, in cui ogni parola è sopravvissuta a un crollo. Nel frattempo, si lega a Éluard, entra nel Partito comunista, collabora con la stampa clandestina. Conosce l’idea di fratellanza e la disciplina ideologica, il sogno di ricostruire l’uomo insieme alle città. Ma i suoi versi migliori non diventano manifesti. L’astinenza dalla poesia lo rendeva intrattabile. Diceva che, dopo alcune settimane senza scrivere, si sentiva vuoto; dopo tre mesi diventava cupo e irritabile. Scrisse canzoni perché aveva bisogno di denaro. Compose testi cantati, fra gli altri, da Jeanne Moreau e Francesca Solleville perché: “in Francia, si canta, non si legge poesia”.
Con Carnac, nel 1961, ritorna al luogo natale senza concedersi il turismo della memoria, nessuna Bretagna da cartolina, nessuna nebbia messa. Il mare è una forza che urta, la costa una cicatrice, i menhir una folla che ha rinunciato al voto, lascia che il paesaggio corroda la postura letteraria. Solo lontano dalle spie nemiche, dopo avere ricopiato i versi in un quaderno, li sottoponeva alla moglie. Lei gli segnalava quali funzionavano e quali ripetevano quanto già detto. La selezione avveniva quasi in cucina, senza liturgie né autoerotismi da café littéraire.
Poi arrivano le Euclidiennes, nel 1967. Cerchi, rette, angoli, parallele ricevono la parola. Sembra un gioco scolastico, in realtà è un bestiario metafisico della geometria. Le parallele soffrono la distanza che le definisce, il cerchio è prigioniero della propria perfezione, l’angolo scopre che incontrarsi significa ferire lo spazio. La geometria, che dovrebbe proteggerci dall’equivoco, diventa una forma esatta di solitudine (senza dimenticare che la scuola pitagorica era iniziatica). Arrivando a pensare che persino l’astrazione abbia un corpo e che ogni corpo abbia una frontiera, d’altronde: “questo linguaggio deve mettere in contatto, deve essere un rilevatore, un elemento di comunicazione, di comunione”.
Parallele
Si va, lo spazio è grande
Ci si affianca
Si vuol parlare.
Ma quello che si racconta
L’altro lo sa già
Poiché dall’origine
Rimossa, dimenticata
È la stessa avventura.
In sogno ci si incontra
Ci si ama, ci si completa.
Non si va più lontano
Che nell’altro e nel sé.
Guillevic lavorò con Dubuffet, Léger e Manessier perché la sua pagina ha già qualcosa dell’incisione. Il bianco è uno sfondo resistente, la parola vi entra come un taglio, gli aggettivi, come diceva spesso, sono superflui. Dire che la poesia è la scultura del silenzio non era una formula per calendari letterari. Indicava un lavoro manuale e animale per togliere, urtare, levigare, urlare ciò che non viene detto. Oggi scambiamo facilmente la brevità per purezza, dei contemporanei non comprendiamo nulla per il loro essere prolissi o per il senso curioso e ricercato del segno accademico. Bastano quattro versi, ampio margine, una fotografia sfocata e il silenzio diventa grafica. Guillevic è l’opposto di questa pseudoinnocenza. I suoi testi sono brevi perché hanno subito pressioni, come il carbone, come un osso dopo la terra, per verificare quanta realtà può entrare in una parola. In Art poétique, pubblicato nel 1989, la poesia non è un genere letterario ma un modo di essere messi al mondo. Il poeta non domina il linguaggio, lo tratta come qualcosa che lo precede e gli sopravvivrà. Scrivere significa avvicinarsi alle cose senza addomesticarle, accettare che il reale non abbia bisogno della nostra biografia. Una lezione insopportabile quando ogni esperienza diventa contenuto e ogni ferita pretende la didascalia.
Guillevic muore nel 1997, dopo aver ricevuto anche il Goncourt per la poesia nel 1988, oltre al Gran Premio di poesia dell’Accademia di Francia e al Gran Premio Nazionale della Poesia. Tutti i premi maggiori francesi. I menhir di Carnacne custodiscono il ricordo tra gli uomini e tra gli ovini, tutti uguali.

Quando sono andato a Carnac, pioveva come sempre. Sulla via verso casa sua avevo fatto a botte con un bretone, o meglio, m’aveva aggredito fisicamente, perché secondo lui spendere undici euro non era abbastanza per usare il bagno dismesso della catapecchia che chiamava bar. Ricordo di averlo picchiato e poi mi aveva inseguito insanguinato con un bastone, mentre scappavo con la portiera aperta della macchina che non guidavo io. Non ci siamo denunciati, io perché non parlavo bretone, lui per la vergogna. Arrivato di fronte a un’immaginaria maison d’enfants poetici, pensai che alla fine restano pochi nomi: terra, acqua, muro, cerchio. Il bretone non lo so ancora, ma c’è una cosa che mi ronza sempre in testa: “vivere ogni evento quotidiano nelle coordinate dell’eterno”.
Graziano Mazza
*
Erbario di Bretagna
Ovunque le piante
Crescono tra i morti
Affondano le radici
Nei cadaveri
Di tutti i regni.
Le erbe
Dei cimiteri
Sono diverse
Da quelle dei parchi,
quando le vediamo
senza posizionarle?
In effetti, la
Bretagna
Non è un cimitero
Che importa
Che angolo di terra.
Ma in
Bretagna, ed è vero
Che qualcosa finisce
Che si è al limite di
uno spazio dove il vivere
sarebbe differente.
Altrove le piante
Devono voler colmare
La verticalità.
Eugène Guillevic