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“Avrei potuto far ritorno al mio reame sconfinato.” Landolfi al lago

Oggi il lago (sì, ma quale lago?) mi ha ricordato quanto la lotta per sopravvivere in questo, come in qualsiasi altro mondo a noi congeniale, sia resa vana o possibile a seconda delle circostanze, piuttosto che sulla base di probabili conoscenze di qualsiasi genere e tipo. I quaranta gradi percepiti, avvinghiati addosso alla pelle, simili a sanguisughe isteriche e impaurite, ci spingevano a bramare ogni spicchio d’ombra. Dunque non ero affatto solo, oggi.

Con me, a rompere l’esilio (seppur per qualche istante) che mi vuole o vorrebbe protagonista silenzioso di questo nuovo millennio che non decolla affatto ‒ ma piuttosto caracolla in una discesa emozionale che conduce sempre più alla deriva tremenda quanto irrisolta ignoranza, oppure deflagra in menzogne egotiche e egoistiche che barattano l’umano per qualsiasi cosa possa, al contrario, farci godere come bestie nell’inverosimile somiglianza del reale che in tutto si specchia, tranne che con la sincera verità di un cuore ‒ qualcuno a cui tengo, una musa suppongo, mi parlava e guardava con sincerità, aprendosi all’abbraccio.

Tuttavia, che l’esilio sempre più sia tutto ciò che posseggo, me lo ricordano in molti: i morti come i vivi. Se dovessi scegliere però, tra queste due categorie, con chi stare o fare notte ‒ fissate nell’attimo di parole sbagliate o sbiadite quanto inopportune, eppur veridiche quanto veritiere ‒ non avrei dubbi. Perché se, volendo, cristianamente parlando, l’esilio riguarda il corpo, mentre lo spirito dopo la morte ci conduce ad Altro; ciò che mi interessa laicamente per davvero, al momento, è una poesia di quell’alfiere della parola ‒ tanto estremo, schivo e singolare; ma così tanto da far comunque, inoppugnabilmente, parlare di sé ‒ che portò il nome ora immortale di Tommaso Landolfi.

Perciò, che l’esilio sia per me (e anche questo non è mistero) ‒ come la danza, la musica e la sostanza di una forma ‒ una delle eterne ossessioni, alla quale in quanto poeta mi ci aggrappo con ogni forza, come fosse e debba essere stimolo ad andare avanti ‒ nonostante tutto, a volte, remi contro il sogno del destino ‒ è tutto ciò che, oggi (per davvero), mi tiene, incauto e imprevidente, tra parole e verbi incandescenti che fanno, di una “letteratura altra”, l’ultima speranza, prima dell’abbandono, a quel lasciarsi andare, col quale invece dovrei fare continuamente i conti, piuttosto che perdere tempo in vani soliloqui.

Cosa vorrei ancora,  dunque e dopotutto, oltre all’inizio, forse, di un nuovo amore? Sicuramente chiedere asilo al potente silenzio delle parole. Rintracciarne la scintilla. Sborniarmi di vino e poesia. Adombrarmi dall’assalto infernale di mille nemici, rovistando nella pozzanghera di un lago, alla ricerca di quella promessa, di quell’eden di felicità che, in fondo, plachi ancora una volta ‒ almeno oggi, o domani ‒ quell’insaziabile inquietudine che porto marchiata addosso, quasi come fosse un vizio inopportuno, se non un fossile d’estrema bellezza.

Credevo allora d’essere in esilio

E che un prossimo giorno

Avrei potuto far ritorno

Al mio reame sconfinato, e tutto

Che qui m’era rapito

O rimaneva inascoltato ‒

Soavità, bellezza,

Amore, gioia, tenerezza,

Gloria, potenza ‒ mi sarebbe reso.

Oggi ben so che questo,

Questo e non altro è il sordo regno mio    

Giorgio Anelli

*in copertina Paesaggio al lume di luna di Caspar David Friedrich

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