skip to Main Content

Nel nome dell’azione: “Mediterraneo” di Barbera non dà pace alla scienza

Mediterraneo di Gianluca Barbera è un romanzo a tesi, lo si palesa subito. “Ma alla fine sarà la scienza a dirci se c’è un Dio e come questo Dio sia fatto, non la religione”. È un romanzo che ha il ritmo incalzante dei contes philosophiques dei Voltaire, dei Diderot, e lo stesso bisogno didascalico di ammaestrare il lettore, anche se rispetto al romanzo illuminista classico l’autore è meno schematicamente certo di cosa sia l’errore e molto più aperto al mistero, a possibilità imprevedibili e impreviste.

È una storia che intrattiene e interroga, spalancando prospettive affascinanti, benché vi plani sopra appena, sfiorandole senza affondare. Ma veniamo al punto. Il figlio del professor Belisario è scomparso e il padre si mette sulle sue tracce, in un viaggio che dall’Italia lo condurrà a Creta e poi in Medio Oriente. Alcuni audio ricostruiscono per frammenti uno scenario inquietante: l’esistenza di una setta gnostica, la scoperta di un oggetto esoterico (in realtà il prodotto della scienza più evoluta e visionaria) di cui il ragazzo è in possesso e che consente di annullare l’illusione dello spazio-tempo, di rendere presenti eventi mitici o storici, figure quali Teseo, il Minotauro, Socrate, Gesù, Ipazia, Maometto, Einstein.

Per recuperare questa macchina temporale quantistica, la setta non si esime da violenze in un crescendo di colpi di scena, di storie nella storia che squarciano l’intreccio creando intrecci paralleli e commistioni di piani con indubbia abilità narrativa. Se l’opera ha un merito, oltre alla capacità di sedurre il lettore, è quello di presentare al grande pubblico, sotto il velo della forma romanzesca, il quadro vertiginoso di alcune prospettive dischiuse dalla fisica contemporanea. Rovelli lo fa da anni a livello saggistico, ma l’idea di un romanzo che mescidasse fiction, filosofia, scienza e religioni pur senza smettere d’essere un romanzo, senza perdere un colpo nella cadenza della narrazione, è senz’altro un’ottima idea, sviluppata con originalità.

Quello che il grande pubblico forse ignora, e che questo libro può contribuire a diffondere, è l’idea di una scienza ormai compiutamente antimaterialistica, che contempla la possibilità di altre dimensioni oltre a quella che normalmente percepiamo come realtà. Questa è una grande notizia per chi ha sempre scommesso sulla trascendenza, ovvero su ciò che oltrepassa il percepibile. Mai come ora scienza e fede possono essere alleate. Tuttavia, il rischio che la visione di Barbera palesa è quello di una strana hybris, una strana tracotanza neoscientista che pretenderebbe l’immanente capace di comprendere, di racchiudere letteralmente il trascendente. Come se, una volta spiegata cos’è l’energia oscura che dell’universo è gran parte, o spiegato qualsiasi altro enigma della natura, si fosse spiegato Dio. Come se Dio fosse immanenza – il che è un assurdo nella prospettiva teologica.

Probabilmente si tratta molto più di un rischio insito in certa divulgazione scientifica che non nella scienza vera e propria: di certo non è mai stata l’attitudine dei Planck o degli Heisenberg, senz’altro non di un Lemaitre (peccato, tra l’altro, che chiamando in causa più volte il Big Bang non vi sia mai un omaggio a chi per primo lo ha concepito). Barbera tra l’altro sembra dar corso qui a un vecchio pregiudizio, quello secondo il quale solo il paganesimo, il Deus sive natura, sarebbe l’humus culturale più adeguato al fiorire della scienza, quando semmai è vero che proprio una natura desacralizzata – quale nella visione monoteista in cui Dio è trascendenza – si presta ad essere sviscerata razionalmente.

In ogni caso, nella sua ottica cade la distinzione galileiana tra il “come” che attiene alla scienza e il “perché” che attiene alla fede e, con modalità diverse, alla filosofia: quella distinzione che pure Galileo aveva posto ad argine della hybris clericale come di ogni ulteriore hybris. Ma se anche l’istante iniziale del Big Bang si fosse replicato milioni di volte in milioni di universi paralleli, l’urgenza della domanda sul ‘perché l’essere e non piuttosto il nulla’ rimarrebbe immutata e inevasa. E se anche tutto ciò che ci circonda fosse proiezione della coscienza, illusione, ‘sueño’ barocco o postmoderno, resterebbe il mistero di questa coscienza che sogna pensa soffre e dice ‘io’, che si è accesa dall’inorganico e dal buio, che poteva non esserci ma c’è, la cui domanda di senso non può essere elusa.

Resta poi il paradosso: se tutto fosse proiezione della coscienza, percezione illusoria e suo prodotto, anche la scienza lo sarebbe, ed ecco cadute le sue pretese di disvelamento di una qualche verità universale. Ecco sgonfiata ogni hybris, ogni pretesa onnicomprensiva (ciò che di fatto la scienza autentica respinge, così conscia della sua fallibilità). Questa l’impressione di fondo che emerge dalla lettura dell’opera, che pure in alcune pagine sembra contraddetta: sono le pagine – per chi scrive senz’altro le più belle – in cui l’autore non serra la porta al mistero che fa tutte le cose, anzi pare scoprire che quel mistero può essere indagato ma mai esaurito. È la linfa vitale del romanzo, la parte più intrigante, quella in cui le citazioni sono davvero sferze all’intelletto e il fatto religioso, pur alterato, non è liquidato; in essa si sente vibrare una reale inquietudine esistenziale. Nei migliori romanzi di Barbera, i grandi romanzi d’avventura su Magellano e Marco Polo, i personaggi sono così assorbiti nell’intrico della trama da non aver tempo per l’introspezione: sono figure tutte risolte nell’azione, che sfuggono alla dittatura delle emozioni senza scadere nella macchietta degli automi-che-fanno-cose.

Anche in Mediterraneo si ricrea questo felice equilibrio: soprattutto i grandi personaggi storici qui delineati riescono a profondere un eccentrico spessore (Gesù, in particolare, talvolta ricorda il Jeshua Ha-Nozri del Maestro e Margherita, collocato com’è in uno scenario ucronico non meno grottesco di quello di Bulgakov). Nel complesso un romanzo insolito, stimolante, che convince meno quando si fa assiomatico ma che coinvolge nelle intense rivisitazioni del mito e della storia, nella restituzione vertiginosa di un tempo reversibile, di un cosmo che si espande e cresce nell’enigma quanto più è analizzato.

Elisabetta Cipriani

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca