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Sull’arte (inutile) di avere sempre ragione. Voler imporre le proprie idee non è che un tentativo di sopraffazione e di annientamento di chi è diverso da noi. L’editoriale di Gianluca Barbera

Tra le debolezze umane vi è quella di voler far prevalere le proprie ragioni sempre e comunque. La politica ne è un esempio. I social ne sono un altro. Lo stesso Musil osservava che è “l’impulso ad avere ragione, un bisogno che è quasi sinonimo di dignità umana”, ad avere prodotto nel corso dei millenni “migliaia di mirabili filosofie, opere d’arte, libri, azioni e fazioni”.

Per prevalere tutti si danno un gran da fare: argomentando, esibendo fonti, appellandosi a questa o quella auctoritas, sciorinando statistiche (eppure niente è meno oggettivo dei numeri, data la loro manipolabilità). Ma ciò che nessuno considera è che le opinioni in politica come nelle altre faccende pubbliche (e talora anche in quelle private) sono quasi sempre il risultato delle inclinazioni, della visione del mondo di chi le esprime, quasi mai di un ragionamento. Scriveva Hume: “Quando definite malvagia un’azione o un carattere, non intendete dire nient’altro che, data la costituzione della vostra natura, voi provate un senso o un sentimento di biasimo nel contemplarli”. In altre parole, per stabilire cosa è “giusto” e cosa è “sbagliato”, non facciamo altro che appellarci a ciò che proviamo. Perciò non è ragionando, argomentando che possiamo persuadere gli altri. È soltanto spiegando come siamo fatti, descrivendo il modello di umanità che desideriamo vedere realizzato, esponendo la nostra visione del mondo (la quale dipende anche dalla posizione che occupiamo nella società) che possiamo sperare di tirare dalla nostra parte chi ci ascolta. I simili si attraggono.

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Vi siete mai imbattuti in un avversario che, nel pieno della disputa, all’improvviso rinunci ai suoi argomenti riconoscendo la bontà dei vostri e passando armi e bagagli dalla vostra parte? No di certo. Qualche volta potrà essere capitato, ma soltanto perché vi era – per così dire – qualche altra buona ragione per farlo. Il punto è che, qualunque sia il tema dibattuto, non è quasi mai una singola questione a essere in discussione. In gioco vi è sempre molto di più (non ultimo l’amor proprio). E dunque avere ragione in una disputa significa vedere riconosciuto che la propria visione del mondo è superiore a quella dell’altro, o comunque più desiderabile. Ecco perché ci teniamo tutti così arroccati nelle nostre idee: cedere equivarrebbe il più delle volte a rinunciare alla nostra identità, a decretare il crollo di un mondo (con conseguente perdita dei vantaggi anche pratici che derivano dall’affermarsi dei nostri valori). Si tratta spesso di una lotta mortale. Molte discussioni si trasformano pertanto in un tentativo di prevalere senza esclusione di colpi, in una guerra votata alla distruzione del nemico. Non vi possono dunque essere dubbi sul fatto che voler imporre le proprie idee non è che un tentativo di sopraffazione e di annientamento di chi è diverso da noi. Primo perché così facendo non si tiene conto dei bisogni altrui, del loro diritto a essere soddisfatti al pari dei nostri. Secondo perché non esiste un giudice supremo e infallibile in grado di stabilire chi abbia ragione in assoluto. Tutt’al più, per stabilire quale opinione, e dunque visione del mondo, debba prevalere possiamo tentare di appurare quale tra tutte sia in grado di raccogliere più preferenze, più consensi. Si chiama democrazia, la quale, pur con tutte le contraddizioni che si porta appresso, resta a oggi il sistema migliore per risolvere questo genere di dispute.

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Non si tratta dunque quasi mai di stabilire chi abbia ragione, ma soltanto di accertare quale dei differenti modi di concepire il mondo e la vita in una determinata fase storica sia predominante. Di solito la politica e la storia operano delle sintesi, favoriscono il sorgere di soluzioni di compromesso tra le differenti istanze o che ne rappresentano il superamento (dialettica). Quando però si ha a che fare con visioni del mondo dogmatiche, del tutto alternative e inconciliabili, il prevalere dell’una solitamente avrà conseguenze devastanti per le altre e per chi ne è parte. Mors tua vita mea, dicevano i latini. Ecco perché assistiamo di continuo alla demonizzazione dell’avversario (a tutti i livelli), quale portatore di male assoluto: esso va abbattuto, eliminato dalla faccia della terra. Ci si dimentica però che – salvo poche eccezioni – non esiste un modo sicuro per stabilire se una visione del mondo sia in assoluto superiore a un’altra. Altrimenti si dovrebbe poter stabilire una gerarchia tra le diverse civiltà e culture (cosa che oggi quasi nessuno si sognerebbe di fare). Tutt’al più, lo ripetiamo, possiamo accertare fino a che punto un modello o un’idea di mondo siano ritenuti più desiderabili dalla maggioranza. In questo, e solo in questo senso, possiamo dire che una visione del mondo supera l’altra: appunto in quanto maggiormente desiderata.

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A che serve dunque affannarsi nel voler dimostrare di avere ragione riguardo a questo o quello, quando tutto è già deciso fin dal principio in base ai gusti di ciascuno? A che pro scaldarsi tanto nelle dispute ideologiche come si vede fare in ogni sede? Il tuo contendente non ti darà mai ragione (a meno che non abbia qualche motivo recondito per farlo). Però chi assiste o prende parte alla disputa si formerà una sua idea, non tanto riguardo all’argomento dibattuto quanto piuttosto alla tua costellazione valoriale: e su quelle basi esprimerà la propria preferenza.

In conclusione, non si tratta quasi mai di avere torto o ragione, ma di fare la conta di chi già la pensa come noi o ha interesse a farlo credere. Poiché, come scriveva Pirandello, “non c’è più pazzo al mondo di chi crede d’aver ragione”. Ecco perché non vi chiederò se siete d’accordo con me.

Gianluca Barbera

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