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Dialogo di Vincenzo Gambardella intorno a “Le contemplanze” di Daniele Gorret. Ecco a voi il degno erede delle “Operette morali”!

Io: Se non fosse che il termine capolavoro è abusato oggi, nel mondo delle lettere, e non solo, direi che questo libro appena uscito da Pequod Editore, lo è, amico mio; lo è, inoltre è stato pubblicato in un momento terribile, l’attuale macello dell’anno 2021, in cui c’è in atto un altro capolavoro in corso, negli uomini, fra gli uomini e il loro cuore: la fatica sfinita di sperare, di sopportare e di continuare a sperare, contro tutto, anche contro noi stessi.

Amico: E allora?

Io: Allora lo dico: Le contemplanze di Daniele Gorret è un capolavoro di narrativa, di pensiero, di lingua italiana, di poesia, di saggezza critica, di profondità umanistica, di sensibilità romantica, di ironia, di tradizione filosofica e materiale, di proposta culturale vissuta e lanciata nel mondo, per il mondo!

Amico: Wow!

Io: Parlando di questo libro mi viene in mente Van Gogh (un pittore, sì!) che usava il giallo intendendolo come luce, per lui era già luce sulla tela, era già prossimità al vero, alla radice delle cose, della sua e della nostra esistenza. Il romanzo di Daniele Gorret rispecchia questo metodo di prossimità alle cose: noi siamo lì, in quella radice, e andiamo a ricercarla, andiamo a ricercare la nostra nascita, dove ci siamo compiuti, senza essere ancora. E il nome con cui si firmava il pittore lo afferma: Vincent… Van Gogh spesso si firmava Vincent, che dice la sua prossimità agli altri, alla vita, al vero… La verità, amico, vogliamo sentire la verità negli altri, non la chiacchiera del mercato, di come si orientano le banche.

Amico: Ma che c’entrano le banche adesso?

Io: Posso parlare?, qui non siamo in televisione, dove sentiamo solo dire: mi lasci parlare, io non l’ho interrotta.

Amico: E parla!

Io: Voglio dire quello che ci fa battere il cuore. Ha ragione la Bachmann a scrivere che nell’amore risiede un dato estremo, un dato estremo!, un fuoco che brucia per conoscere l’esperienza che si compie in noi, del vero, degli affetti, della memoria, della solitudine, del peso delle parole, della luce che contengono al solo pronunciarle, nel loro suono, nel loro metro, che è il corpo a farsi soffio.

Amico: È proprio il caso di dire che stai mettendo troppa carne al fuoco!

Io: Lasciami parlare ti ho detto, tu non sai che ne Le contemplanze il fuoco del tempo ha bruciato tutto, e si parte da lì per ritornarci, ma al solo accenno di lettura, la parola risplende, la luce s’incarna nella lingua, che è strumento di luce e di vero, di esperienza in cui è necessità dire dove stava il senso allora e dove sta oggi, dove stava la ragione di quello che ci è toccato, che abbiamo vissuto: l’amore, infine, il significato più grande. Restano il ricordo, la cenere, la noia, ma al solo accenno di lettura ecco che la parola risplende, la luce di Van Gogh, come ti ho detto, amico mio, la luce che è nelle parole, soprattutto la parola poetica, che va in profondità, che cerca il vero. È un tipo di scrittura che parte dall’io, la stessa casa descritta nel romanzo è l’io, ma senza la superbia dell’ego, la superiorità esibita dell’ego, che accentra, spegne tutto in sé. L’io vive come relazione, che è l’antistato, l’opposto dell’interesse economico, addirittura si può dire che ne Le contemplanze si parla di un nuovo stato dell’io, di uno stato che ci farebbe più ricchi se solo ci conoscessimo meglio, se facessimo appello alla nostra capacità di pensare, di mettere a frutto il nostro vivere pensandolo. Una concezione della realtà più ampia. A volte viene in mente la visionarietà di uno scrittore come Landolfi, oppure la memoria va a un romanzo degli anni Venti La casa ispirata di Savinio, o, ancora, riemergono i dialoghi vibranti, il canto, la eco nostalgica delle Operette morali di Leopardi, ma senza la distanza, viceversa accorciando la distanza del tempo con l’accadere della lingua, di qualcosa che si riconosce come vero, come sentito, che il lettore percepisce nell’immediatezza dell’accadere imprevisto: apparizione, verità, verità dell’accadere, verità dell’apparizione dell’accadere, che è veracità della lingua, dono.

Amico: Io non capisco, vai a braccio, ma fatti uno schema!

Io: Che noia lo scolastichese!, come lo chiama il poeta Antonio Trucillo, qui, invece, nel libro di Gorret, non c’è, ma il libro parla anche della scuola, del tempo della scuola, una scuola sognata, sensibilità remota di abbracciare un sogno, di poter parlare finalmente del mistero del darsi, di una voce che insegna a dare, a offrire il proprio sapere per un mistero di destino più grande.

Amico: Ma questo deve essere un libro di un milione di pagine, a giudicare dalla quantità di argomenti che tratta!

Io: No, centosettanta.

Amico: Ah, pensavo… Ma perché ridi?

Io: L’ironia che c’è in questo libro, quella ti supera, è un milione di volte superiore a quella del lettore, ma non ti inganna, non cerca una tecnica, una strategia, perché si tratta dell’ironia remota del romantico.

Amico: Incredibile, un romantico che ride!?

Io: Vabbe’, ci rinuncio, siamo sempre nello scolastichese, i finti dubbi dello scolastichese, in realtà verbo della propaganda politica, di chi non sa niente e vuole discutere.

Amico: Scusami, vorrei solo capire il libro di che cosa parla, non voglio sentire discorsi sui massimi sistemi, ma essere informato, fino a ora ho sentito tutto e il contrario di tutto.

Io: Stufi di essere pensati, si decide di contemplare, di contenere in sé tutte le età. Questo è il libro! Che poi è un dono, riuscire in una simile impresa è un dono, contenere in noi stessi tutte le nostre età. Le età che se ne sono andate. Eravamo bambini, e quel bambino non c’è più, siamo stati ragazzi, e il ragazzo non c’è più, l’adulto che eravamo è scomparso nel tempo, e l’anziano incomincia a piegarci. Quindi ci si abbandona ai luoghi, il libro è diviso in capitoli che descrivono le varie parti di una casa: l’ingresso, la camera da letto, la cucina, la sala da pranzo, il bagno, lo studio, la cantina, la soffitta, il balcone. Ché è la memoria dello scrittore a parlare, e allo stesso tempo, la memoria di tutti, degli altri che hanno abitato la casa, o l’hanno solo visitata, sfiorata. Si tratta di una scrittura prodigiosa che ci fa arrivare dappertutto, ci fa ritornare a essere, ci fa toccare e ritornare a rivivere la gioia e il dolore passati. Soffrivamo già?, prima ancora di sapere?, o già avevamo capito? La vita è una cosa che non si capisce, per questo ci addolora, e non riusciamo a dirla pienamente, ci manca sempre un pezzo, perché è ancora davanti a noi, e non sappiamo che cosa ci capiterà, non sappiamo cos’è, infine indaghiamo e continuiamo a interrogare i nostri giorni, le persone che ci stanno accanto, la natura, gli oggetti, il mistero che avvolge tutto.

Eppure, un giorno, la nostra esistenza ci appare in un colpo solo, in una granata scintillante, imprevista, e in quel fermo-immagine che custodiamo per sempre, rivelativo, ci leghiamo a quel momento in cui ci è apparso chiaro chi siamo, che siamo una relazione, forse un sacrificio, che ci siamo dati agli altri sacrificandoci, decidendo di essere quell’evocazione, quell’ingresso, quella camera da letto, quella cucina, quella sala da pranzo, quel bagno, quello studio, quella cantina, quella soffitta, quel balcone, quella dissoluzione, giacché tutto si dissolve, come il bambino che eravamo, il ragazzo che eravamo, l’adulto che eravamo, e avanti, avanti ancora all’infinito, per quel giorno che saremo Infinito, senza più una casa, senza più noi stessi, o meglio: la casa e noi stessi saranno il nostro Infinito, la nostra Dimora, che inizia già qui, destinati a essere noi stessi e noi stessi destinati a essere davvero, perciò più veri di quanto avessimo potuto pensare di essere o di diventare; pura luce dello spazio, e spazio puro della luce, affetto di quella mano che ci ha voluto, che ci ha accarezzato, per attraversare il mondo, per il desiderio degli altri di vederci felici, non feriti o angosciati, bensì risorti, nel sentirci dire: ma che fai lì, con quella valigia, te ne vai?, hai deciso di andartene?, ma se avevi detto che rimanevi?… Ebbene, ora voglio leggerti un brano tratto da Le contemplanze di Daniele Gorret, è un esempio magnifico, alto, nobile, di prosa:

“Per compensarti del bene che mi hai sempre voluto e di quello che sei tornato a mostrarmi, vorrei insegnarti il segreto di allungare i tuoi giorni, come riesco da allora, da quel giorno d’estate in cui cessai di parlarti, a fare quassù: un anno infatti m’invecchia di un’ora soltanto, il passaggio del giorno è un minuto soltanto di più! Il segreto è uno solo: respira pensando di essere morto, inspira ed espira credendo che guardi la vita di là, dall’immobile calma di mummia che ha già passato la riva che porta a occidente!” (pag.137).

Amico: Bello, solo il pensiero è una dedica alla vita: per ritornare bisogna partire, dico bene?

Io: Sera del 27 febbraio 1994, 10 aprile 1958, 12 ottobre 1960, 29 luglio 1912, 30 novembre 1949, 16 settembre 1937, 24 dicembre 1926, 13 maggio 1944, 27 agosto 1975, 30 marzo 1975, 5 marzo 1961, 31 ottobre 1938, 7 novembre 1959, 5 maggio 1900, 28 giugno 1931, 19 luglio 1968, 7 febbraio 1917, 20 dicembre 1924, 24 novembre 1957, 10 marzo 1959, 24 febbraio 1976, 9 giugno 1890, 28 aprile 1944, 6 giugno 1946, 23 luglio 1962, 5 agosto 1956, 7 febbraio 1927, 27 marzo 1973, 3 giugno 1901, 21 maggio 1954, alba del 28 febbraio 1994…

Amico: Ma cosa sono tutte queste date?

Io: Le ha scritte l’autore e sono i tempi in cui si svolge il romanzo. In un solo giorno accade tutto, accade la vita, che sia sera o alba. Il tempo procede in avanti o all’indietro, va a zigzag, tutto è compresente, gli inizi del secolo, o due secoli fa; i tempi, le epoche si stringono la mano e si uniscono, occorre dire quel giorno in cui è avvenuta la vita. Ogni età convive sulla pagina di questo mirabile romanzo e si unisce, in nome della grandezza misteriosa del vivere. Ecco l’adempimento vero della letteratura, una delle più belle invenzioni dell’uomo.

Vincenzo Gambardella

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