Si scrive spesso,  e a sproposito, di scrittori, di libri, di opere  “profetiche”, che sono stati capaci di vedere al di là e oltre, che hanno anticipato i  tempi. Disquisizioni, sovente, che a stento raschiano la superficie, il gusto per il palato poco fine del moderno (non) lettore, che cita Manzoni o Camus (prendiamo due esempi recenti) un tanto al kilo (che poi abbia capito il  significato o la montagna che si cela dietro dette citazioni, non è dato saperlo). Ma veniamo al dunque, Tommaso Landolfi: non se ne scrive mai  abbastanza e forse è giusto che sia così. Lo scrittore di Pico è meta, mito, mentore inarrivabile, intoccabile e illeggibile (se non altro per quel genere di lettore di cui sopra). 

Siamo nel 1955: nella sua fredda, isolata e salvifica dimora di Pico, Landolfi scrive un racconto (“Roboto accademico”) che poi confluirà assieme ad altri (sontuosi) nella raccolta “In società” la quale sarà pubblicata da Vallecchi nel 1963,  coi soliti infausti travagli editoriali. E in questo racconto, brevissimo racconto, c’è tutto, tutto quel che di idiota si manifesta oggi attorno a noi e che sempre si manifesterà. Si narra la vicenda di un “roboto” (computer per chi ha poca fantasia) che in un’università americana svolge il ruolo di professore  di storia. Inutile riferirsi al presente, essendo palese che Landolfi l’abbia visto meglio di noi che lo viviamo (gli asterischi van bene per gli stolti). Ma lasciamo spazio al poeta: 

“Era un roboto bellissimo, uno dei più belli che si siano mai veduti. Bello, si capisce, è un modo di dire: in definitiva era una stanza, una grande  stanza lungo le cui pareti correva una specie di mobile continuo, tutto  chiuso e tempestato di levette, comandi e spie, le quali ultime quando lui lavorava si accendevano successivamente di rosso con straordinaria rapidità,  simulando la folgore. Propriamente era professore di storia, e infatti  questa disciplina insegnava in tale università americana, ma era in realtà  dotto quanto un intero collegio accademico. Finita la sua lezione, chi  voleva interrogarlo non doveva già premere bottoni o inserire cartoncini  sforacchiati o prepararlo in alcun modo, secondo usa coi suoi congeneri:  bastava formulasse la domanda con voce distinta, neppure squillante. E lui,  dopo aver fatto udire certi meccanici borborigmi, nel mentre si scatenavano  i fuochi di controllo, in men che non si dica forniva la risposta con voce  altrettanto distinta sebben rauca (questo sì). Lo si poteva interrogare sui  più vari argomenti e quasi sempre rispondeva; mostrava perfino qualche  esperienza delle cose del mondo e qualche conoscenza del cuore umano, e in  generale era benevolo con tutti. La notte, cessato il massacrante lavoro  della giornata e taciutisi gli  ultimi quesiti degli altri professori, gli  spegnevano la luce e gli chiudevano le porte perché si riposasse in perfetta  tranquillità.”

Accade poi che un giovane professore, andato in quella università a notte fonda per consultare un suo volume, udisse tale roboto mormorare. Per sorprendere  quindi un’ancor più giovane di lui studentessa che s’era intrattenuta con il medesimo maestoso ritrovato. 

“Comunque al professore, nonché perdersi in congetture, sarebbe spettato  intervenire subito e allontanare l’intrusa. Ma nel frattempo costei s’era  messa a parlare, e d’altronde sarebbero bastate le testè udite parole del roboto a inchiodare l’attenzione del giovane. Le quali erano state: ‘non  dica sciocchezze’ ( È bensì vero che di questa frase convenzionale lui si  avvaleva ogniqualvolta non capisse bene la domanda o la domanda fosse difatto mal formulata o vertesse su argomenti a lui sconosciuti). C’era però dell’altro. Non appena la fanciulla aveva aperta bocca il  giovane l’aveva riconosciuta: certa studentessa delicatina, dall’occhio  umido e dallo sguardo un po’ smarrito, una creatura, per dir tutto, al  professore niente affatto indifferente.”

E qui, dopo cotanta spassosa premessa, Landolfi riesce a rendere  poeticamente grottesco (o grottescamente poetico, fate voi) il dialogo tra  la fanciulla e il macchinario:

“‘Dovevo pur dirtelo: io t’amo. Sì, t’amo. Non son di quelle che non sappiano servar dall’animo la causa del sembiante: io t’amo per te stesso non per il  tuo corpo, nel quale poi non vedo nulla di deforme. Che m’importa se non hai membra umane?’ ‘non dica sciocchezze’ ‘Ma perché sciocchezze! Non si può forse amare la  vigile intelligenza, l’animo benevolo che all’alto intelletto si accompagna,  indulgente e quasi sorridente alla nostra ignoranza e alle nostre debolezze,  la sicura esperienza che ci guida attraverso la vera vita, il disprezzo  d’ogni cosa volgare?’ ‘La treggea non è da porci’ (A quali parole della fanciulla rispondessero queste di lui, del resto alquanto spostate e astratte, non è dato sapere. La  fanciulla le prese per buone)”.

L’ingenua, sconsolante e sconsolata fanciulla continua nel suo deliquio, o meglio delirio, ma tutto nel racconti di Landolfi non può che finir nel peggiore e conseguente dei modi: 

“‘Oh, ascolta. Tu non hai gambe da camminare, e io sarò le tue gambe. Io ti  porterò lontano di qui, dove il fragore di questa ignobile vita e il brusio di questi uomini non possano raggiungerci. Là saremo felici, trascorreremo in mai turbata pace, in altre visioni, il resto dei nostri giorni. Dimmi  dunque… No, per ora dimmi soltanto se acconsenti: vuoi?’ ‘Non di…ca  sciocchezze.’  Di fatto da due o tre risposte egli andava manifestando una  certa esitazione, del tutto insolita, e l’ultima risposta aveva reso con  voce positivamente interrotta”.

Il professore, dopo aver assistito a tale angoscioso e angosciante scenario, decide di intervenire. Si erge a baluardo e si immola quale salvatore:

“‘Mia cara!’ gridò entrando, accendendo la luce e prendendo la fanciulla per  un braccio. ‘Signorina! La sua mente è sconvolta, lei è preda di una  mostruosa illusione! A chi rivolge lei codeste parole infiammate che io vorrei baciare una per una sulle sue labbra medesime? …Sì, mi  perdoni…Rientri, cara, in sé, quello non è che un roboto, uno strumento  inanimato. E io…’”

La fanciulla ode a stento queste parole, non vuole cedere il suo cuore che al roboto. Roboto che al cospetto della di lei ultima invocazione: “con un supremo schianto egli si spense, e rimase cieco, peso”. 

Il sipario quindi cala con uno scenario che per altri scrittori che non siano Landolfi sarebbe banalmente risultato apocalittico. Ma Landolfi lo ha reso sublimemente plausibile, l’unico plausibile. Detto che tale racconto andrebbe letto nella sua interezza, assieme agli altri della raccolta (e assieme a qualunque cosa abbia scritto e tradotto Landolfi, ma perdo tempo), detto che tale raccolta l’ha riesumata Adelphi (a proposito, urge che in Via San Giovanni sul Muro si decidano a ristampare le opere “fuori catalogo” e che diano al più presto alla luce quel che rimane da ristampare. Basta con questo inane centellinare. Sempre che ne abbiano voglia, viste le ultime impalpabili pubblicazioni), anche in questo squarcio del suo infinito universo, Tommaso Landolfi ha reso palese la stupidità e banalità dell’uomo. L’uomo di adesso e di sempre

Cosimo Mongelli