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L’enigmatica forza della debolezza. Il romanzo di Ignazio di Loyola

Accademico di Francia, avvocato, classe 1957, di primo acchito François Sureau non pare particolarmente simpatico. È del tutto francese: sagace, capace, al centro del mondo, altero. Politico. Ha fatto razzia dei massimi riconoscimenti letterari francesi, dal Gran prix du roman al Goncourt, che gli è stato assegnato nel 1997 per La Sphinx de Darwin. Molti romanzi sono editi da Gallimard, tra questi uno dei più potenti, inedito in Italia, è Inigo (2010), dedicato a sondare vita e contraddizioni di Ignazio di Loyola. Il romanzo è aperto da una frase di Rimbaud (“Il combattimento spirituale è brutale quanto la guerra tra gli uomini”) e nasce nel campo aperto di una sfida. Così dice l’autore: “A lungo ho detestato Ignazio di Loyola, anima perduta, affilata dalle lacrime, che ci impone, senza discrezione, il sacrificio, concepito dalla sua immaginazione medioevale. Non mi piacevano i suoi assiomi, il suo passato militare, l’avvenire da generale del papa, e neppure il viso, quella fronte stretta, sfuggente. Mi disgustava il suo militarismo, le regole, le discipline, i mille cavilli della sua corrispondenza. Non capivo come lo stesso uomo che aveva desiderato, secondo la tradizione orientale, diventare ‘folle di Cristo’, disprezzando tutto, potesse nei suoi rapporti epistolari soppesare con tanta arguzia i pro e i contro, ricamare le relazioni con i potenti”. Ciò che nasce dalla lotta, dona buoni frutti letterari.

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Quest’uomo, sfinito, che muore il 31 luglio del 1556, a Roma, da tempo meraviglia per l’enigmatica forza che manifesta la sua debolezza. Lui stesso, Ignazio di Loyola, a dispetto della sua energia prodigiosa, ha continuamente sostenuto di essere incapace in tutto, di fare tutto per grazia di Dio. La sua avventura terrestre termina nel fango dell’estate, in una camera dal soffitto basso, dove è attutito il ronzio della città, e si sente quel mormorio che, dice la Bibbia, è la manifesta presenza del Signore.

Gli anni appena trascorsi hanno visto Ignazio catturato da quella misteriosa presenza che in lacrime irrompe dai suoi occhi, costantemente feriti. Quella figura sfuggente che lo ha educato a Manresa è di nuovo presente, sensibile; l’opera è compiuta, l’ordine fondato, i discepoli inviati ai quattro angoli del mondo. Quella presenza che gli ha rivelato di essere “al di là delle forze della natura”, che “si deve sentire e volere più che capire”, ha suscitato in lui un amore immenso, fino ad allora ignoto. Non potrebbe descrivere questa invasione dell’anima, che si accontenta, attende, spera, e spesso sorprende. Ignazio non ha ammorbidito il rigore delle proprie pratiche ascetiche: dieci volte al giorno esamina la sua coscienza, ogni volta ha l’acuta sensazione, propria dei santi, del peccato. Chi gli è vicino lo riconosce devoto, quieto, riposato; un’estrema pietà lo agita. La contemplazione non anima soltanto le sue facoltà spirituali, ma anche la memoria, la fantasia, la volontà, disponendolo all’azione e al servizio nello stesso istante in cui misura la prossimità o la lontananza di Dio.

Ignazio muore lontano dai Paesi baschi che ama, che ricorda con affetto. Allora lo chiamavano Eneko, o Inigo, in castigliano, un nome che evoca il fuoco. Lui, così attento a discernere l’ordine divino dentro l’orda del caos delle apparenze, non pensava di essere nato per caso su quelle colline, di cui forse avrebbe dovuto cancellare la memoria per servire meglio Dio. Ugo da San Vittore scrive: “Ecco un’altra voluttà: la dolcezza del paese natale. Coraggioso è l’uomo per cui tutta la terra è patria. Perfetto chi vaga per il mondo come un esiliato”. Ignazio fu pellegrino a Montserrat, a Manresa, a Gerusalemme, non tanto per coltivare l’erranza, per amore del mendicare, ma perché era certo che questo mondo è la prefigurazione dell’altro. Mentre il Medioevo, nei monasteri, nelle immani cattedrali, aveva tentato di riprodurre quaggiù l’ordine della Città di Dio, Ignazio incorporò l’intuizione del suo tempo: il movimento è una qualità di Dio, Dio va cercato ovunque. Dispensava i fratelli dalle regole monastiche. Voleva che lavorassero dentro quel movimento. Ma la forza ha sempre un’origine, un punto di scatto, di incisione. L’attaccamento di Ignazio alla patria derivava dalla consapevolezza di essersi forgiato proprio lì, che Dio viene a stanarci dove siamo nati, per come siamo.

L’11 giugno cominciò a indebolirsi. Aveva la febbre, non riusciva a guidare l’ordine. Affidò i poteri a due padri e al suo segretario, Polanco, e si ritirò in una piccola casa sull’Aventino, da restaurare. Ricevette con indifferenza un medico, che rinforzò le sue intenzioni: la solitudine gli avrebbe giovato. Ignazio, tuttavia, continuava a indebolirsi. Il 24 luglio tornò alla Strada, nella casa della Compagnia, ormai in seno alla Chiesa. Vivevano in pochi, lì, in un labirinto di corridoi e stanze strette. Quella di Ignazio sembrava la cella di un beghino fiammingo. Il pavimento era fatto di tavole spesse, la lavorazione del legno alle pareti era semplice, una candela illuminava a mala pena la stanza; c’era soltanto una piccola finestra, in alto. Dominava il silenzio. Per un attimo, molti anni prima, aveva pensato di farsi certosino. Gli piaceva il silenzio.

Lui è François Sureau

È malato da tempo, è debole. Stava per rifiutare la carica di superiore generale nel 1550, la prima volta. Il 1554 è stato un anno particolarmente difficile. Ignazio è un uomo di sessantacinque anni, al quale mancano da tempo le forze per compiere quel lavoro sbalorditivo, reso possibile da un potere sconosciuto. L’autopsia, guidata da Colombo, un discepolo del Vesalio, rivelerà innumerevoli calcoli ai reni, ostruzioni ai polmoni e alla vena porta. La sofferenza di Ignazio doveva essere costante, profonda, durata per gran parte della vita. Alla fine di luglio i medici che lo hanno visitato non danno troppa importanza al deterioramento delle sue condizioni: Ignazio ha conosciuto diverse cadute, le ha sempre superate. Ma Ignazio, ora, vede la fine della sua vita, la ammira. Non è uomo di illusioni, di dubbi. Il 29 luglio chiede a Polanco di convocare i medici, poi di andare in Vaticano e sollecitare la benedizione del papa. L’ambizioso cavaliere, il signore basco, lo storpio di Pamplona è diventato una delle più importanti figure della cristianità, ed è già venerato come un santo.

“Ha lasciato questo mondo in modo piuttosto ordinario”, scrive Juan Alfonso de Polanco. “Indubbiamente, voleva che la gloria fosse di Dio, chiese la grazia che nessun segno particolare marchiasse la sua morte”. Ignazio fu sepolto nella Chiesa del Gesù a Roma: una statua in argento massiccio, sopra l’altare in stile barocco, avrebbe sorpreso i fedeli. Era lo spirito del tempo. I fedeli accorsero presto, in folla, per ottenere l’intercessione di quell’uomo pregno di mistero. Il processo di canonizzazione fu avviato nel 1595, Ignazio fu beatificato nel 1609 e dichiarato santo nel 1622, insieme a Francesco Saverio, l’apostolo delle Indie, suo compagno di studi a Parigi. Eppure, è difficile immaginare di poter seguire l’esempio di Ignazio di Loyola. Né il suo carattere né la grazia di cui ha beneficiato possono essere spartiti con chiunque. Quanto ad adorarlo, è da escludere, perché, come diceva, attraverso i santi il solo glorificato è Dio.

François Sureau

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