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Politicamente corretto: era già tutto previsto (e studiato) in un libro edito da Feltrinelli nel 1966. “Alla guida della lingua non sarà più la letteratura ma la tecnica”, rileggiamo “Lingua in rivoluzione” di Franco Fochi

«Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi».

Questo inciso potrebbe essere la magistrale sintesi di un vecchio volume, oggi ai più sconosciuto. Esso ha il merito di avere scavato, in tempi non sospetti, tra le stratificazioni del linguaggio politicamente corretto che si faceva strada a braccetto col boom industriale. Il testo in questione è del ’66, edito da Feltrinelli, e si intitola Lingua in rivoluzione. Reca la firma di Franco Fochi, classe 1921, uno dei più affermati linguisti italiani del dopoguerra. Da studioso si è anche adoperato per la difesa del congiuntivo e per una certa opposizione al purismo. È stato inoltre traduttore di classici greci e latini e di William Shakespeare.

La copertina sa di avanguardia ed è dell’architetto Silvio Coppola. Il Prologo forzato introduce quella che poi risulta essere una competente riflessione sulla lingua, competente e potente, avviluppata a un profondo quanto brillante racconto delle vene aperte dell’Italia, nella misura in cui la lingua si pone come prima fotografia dei cambiamenti più dirimenti di ogni epoca.

Le parole, infatti, sono cose, stanno accanto a esse, oppure sono oltre le cose, decorano o denigrano, significano, amplificano, svuotano. «La lingua è uno specchio dell’anima assai più che il volto», ma anche è specchio, riflesso o proiezione del popolo, di un insieme, perché, come diceva Cioran «non si abita un paese, ma una lingua; una patria è questo e nient’altro».

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Lingua in rivoluzione, dunque, fissa una pluralità di capriole linguistiche, solletica il perno di tante forzature dello scritto, del parlato, del “pensato”. Sciorina una moltitudine di audaci fughe in avanti di una lingua di radici antiche, ma sempre più barbaramente posta al servizio delle ideologie, del potere costituito. Cosicché la neolingua che vien da tal parto assurge a codice esclusivo e sostitutivo, essenzialmente politico. L’analisi del professore resta in ogni caso schietta, essenziale, distaccata, chirurgica, ma non rancorosa.

Già Pasolini, ricorda il linguista, aveva denunciato il misfatto delle dinamiche di quella che si andava affermando come una “sola terminologia possibile”, «quella dell’industria culturale e della sociologia», ma va richiamato, dice il maestro, «per la sua coerenza (e per non risvegliare echi di un chiasso svanito), mentre ci prepariamo a chiedere che si disperda ogni reliquia e progenie della “lingua come espressione”, a gloria e gaudio della “lingua come comunicazione”».

«Alla guida della lingua – ribadisce lo studioso condividendo la critica pasoliniana – non sarà più la letteratura ma la tecnica» e lo scrive negli anni ’60, quando la Fiat stipulava col governo sovietico un contratto per la realizzazione di un’autovettura in Russia; quando a Pavia, ad una tavola rotonda sulla dottrina giuspositivistica, l’intervento di Norberto Bobbio, apriva ufficialmente la crisi del positivismo giuridico in Italia.

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La Costituzione è giovane, non sono ancora passati 20 anni dall’entrata in vigore e vivo è il ricordo del dibattito in seno alla Costituente, ove tanti dogmi moderni, erano forieri di enormi perplessità, politiche ma anche linguistiche. La dissolubilità matrimoniale, la laicità, la parità di genere, molte libertà, non convincevano. Non perché non meritevoli di nota, ma perché considerate superflue nella contingenza di bisogni più urlanti, se non altro, quelli elettorali. «Non abbiamo sentito, come bisogno, la ricostruzione delle parole», perché, nella realizzazione del calendario imminente, nel Paese spappolato dalla Grande Guerra, erano forse più funzionali gli slogan, «”Le solite balle”: così commenta il popolo, da noi costituito sovrano». Il capitoletto in questione, ritratto di un’Italia dilaniata ma operosa, Fochi lo titola Ricostruzione, ripartenza dalle macerie.

«Sulla libertà ci siamo gettati con la leggerezza di un bimbo goloso: legittima la voglia, illegittimo il modo». Ventisette, conta Fochi, sono gli articoli della Carta Fondamentale che contengono principi di libertà, «ma avrebbe fatto comodo un ventottesimo, che sancisse apertamente la libertà dal luogo comune», o un primo articolo così strutturato: «L’Italia è una Repubblica veramente democratica, fondata sulla sincerità». Sulla sincerità e non sull’insignificanza del lavoro, espressione tanto cara a Palmiro Togliatti, alla quale, «un eminente uomo di sinistra (aventiniano, perseguitato, coerentissimo) come Emilio Lussu» – riporta sempre lo studioso – obiettava che «non aveva riscontro nell’attuale realtà italiana, e portava l’esempio della menzogna, consacrata nella Costituzione spagnola del 1931, che parlava d’una Repubblica dei lavoratori, la quale non esisteva “e cadde appunto perché non esisteva”».

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Troppo spesso, tuttavia, si sorvolava sulle parole perché ci interessavano più i fatti. Si è preferito quindi prendere il verbo e porlo a supporto, mascherarlo per la causa, sicché a un certo punto, per ridare al verbo il suo senso antico, le fattezze delle origini, non sono più stati sufficienti aggettivi e aggettivi. Abbiamo aggettivato – nota Fochi – pure la coscienza, stradale, calcistica, venatoria, antitumore e chi più ne ha più ne metta. La coscienza però «è una sola; morale; ma l’aggettivo è superfluo appunto perché l’idea è nel nome». Non meno rilevanti per la tenuta di una lingua “sincera” sono i danni causati dalle esagerazioni, dai gonfiamenti, dalle banalizzazioni portate avanti dal professionismo politico e giornalistico, di cui disquisisce nel capitolo La bianca coltre, caustico sui balletti da eterno e ridondante ritorno delle figure “obiettivo, urgente, concreto, contesto, atmosfera, vigilia”.

La lingua comunque muta, ma mai da sé. La manomissione delle parole, per usare l’espressione di Gianrico Carofiglio, predispone di volta in volta a un mondo nuovo, aiuta ad avvicinarvisi. «La serva – scrive nel capitolo Novissimo dizionario d’arti e mestieri – se n’è andata, e ha fatto bene. Ma la servitù […] è rimasta» coccolata e finanche protetta dalla parvenza del suo superamento. La donna di servizio è stata così “ritogata” – ironizza lui – “lavoratrice domestica” «col risultato, molteplice, d’una romana dignità, d’un richiamo preciso (e ammonitore) alla Repubblica “fondata sul lavoro”, e di “una opportuna” scomodità per la datrice di lavoro, la quale d’ora in poi non avrebbe più potuto affermare seccamente e rapidamente la propria condizione (“è la mia serva”), dovendo dire invece: “è la mia lavoratrice domestica” (una bella fatica, oltre che una certa, e giusta, umiliazione)».

Che la lingua muti, tuttavia, non è un male in sé. «Rinnovarsi – si diceva – vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo…», identificandolo con la furia decostruttiva con cui il progressismo banalizza i “segni” della nostra civiltà, i simboli. Symballo è ciò che sta insieme, ciò che tiene insieme.

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Resta poi da affrontare il problema della democrazia della lingua e della lingua “per tutti”, concetti talora ideologicamente sovrapposti, come spesso tutt’oggi accade, tra i sostenitori della nervosa pan-anglofonia occidentale. L’operaio di Latina e quello di Manchester finalmente potranno dialogare! Usando una lingua commerciale che non ha bisogno di poesia.

L’aspirazione alla omogeneizzazione della lingua, in ottica decostruttivista, rende intollerabile il pluralismo linguistico, sicché ci si chiede se non siano “Troppe lingue per una democrazia?”. Un tentativo di risposta all’audace quesito si deve a Tullio De Mauro, ben recensito da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, il quale nota come l’Europa non disponga di una lingua che permetta ad «un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese». È davvero un problema? La risposta rimane aperta.

In tema di problemi del mestiere, invece, e non che quello sulla comunicazione operaia non sia rilevante, vediamo molto più sul pezzo Franco Fochi, quando evidenzia che parole nuove non “novano” in nessun verso la fatica che si deve per onorare il lavoro: «Il panificatore doveva alzarsi all’alba, quando suo padre era semplice fornaio. Non che gli sia risparmiata la levataccia; ma nella toga […] – di braccio della “panificazione italiana” – sta più fresco […] Anche il fabbro, quando s’arrovella e s’ammazza come artigiano del ferro, suda meno». Due proposte di legge di cui una del 1959, presto ritirata dai proponenti, e una del 1960, sulla cui sorte lo studioso non era informato, intendevano trasformare la qualifica di “bidello” delle scuole in “usciere” o ”commesso scolastico”, poi in “ausiliario”. Oggi l’uso del termine bidello è riservato al cantuccio della vergogna. Non si usa che nei bisbigli, nei dialoghi al riparo da orecchie troppo politicamente corrette che possano sussultare.

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La “coscienza linguistica”, questa sì ammessa da Fochi nel ventaglio delle coscienze aggettivate, in quanto nella sua cifra spirituale e per il suo «indissolubile legame con gli uomini che parlano» è senz’altro conferma che «la lingua è dominio soprattutto della coscienza». La coscienza della lingua, del codice, sembra confondersi oggi con la visione ideologica che ha la meglio nella scena del potere. E la “manomissione” delle parole così avviene in modalità più aderenti alla logica della posa che allo slancio “mistico” dell’uomo in ricerca.

Tuttavia, se esse sono cose, le parole che adoperiamo, non solo raccontano un mondo, ma ci preparano ad un mondo, ad una visione. Ci predispongono ad un sentimento e insieme lo suscitano, lo anticipano, lo sviscerano, lo rendono meno fuggevole. «Io ricordo – scrive Maria Montessori nel saggio La scoperta del bambino – una bambina di due anni, che, messa davanti ad una statuina del Bambino Gesù, disse: “Questa non è una bambola”». Concetto, parola, associazione, dissociazione.

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L’episodio è evocativo e ci aiuta ad introdurre il tema dello spirito, dell’uso religioso della lingua, non trattato nel testo, ma studiato dall’autore tutta una vita. Franco Fochi, nel testo, sviscera, invece, le contraddizioni e i vulnera di un’altra religione, quella civile: «le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra “coscienza democratica”: il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all’idea (quando va bene). E così l’idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere». Titolo del capitolo contenente questo magistrale je accuse è sempre Ricostruzione, ossia ripartenza dalle radici, dalle parole, dal loro legame autentico con la base, con le cose.

Mariangela Cirrincione

Editing Matteo Fais

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