skip to Main Content

“E ogni lacrima pura illimpidisce lo specchio”. La poesia esiliata di Federico Pietrobelli

Nel suo profondo vidi che s’interna

legato con amore in un volume

ciò che per l’universo si squaderna.

Dante, Paradiso XXXIII

Se nei tempi a venire l’impero dell’espressione poetica avrà mantenuto un qualche potere sulle provincie di sua competenza, nell’anima dell’uomo, Federico Pietrobelli sarà ricordato per aver composto alcune poesie perfette.

Non si parla qui di una perfezione formale, di mero ossequio a regole formali e dunque, a dirla tutta, di una qualche formalità più o meno codificata (perché esistono anche formalità e relative genuflessioncelle non codificate, cari slammer di ogni fede e latitudine e parrocchia! – cari marinettisti, maudits, chlebnokoviani della domenica…) ma di poesie in cui si ha la rara, rarissima sensazione che ogni parola sia al proprio posto.

Come è facile evincere da alcuni passaggi dei Commenti statici, fitte prose cui Pietrobelli confida varie riflessioni, la necessità della perfezione coincide con la necessità insieme artistica ed intellettuale della misura: e solo in questi termini, a queste condizioni sarà allora lecito parlare di forma: è proprio questo, solo questo, tutto il lavoro dell’artista: poni un limite, chiudi, traccia un solco. Altri possono aprire dibattiti, vogliono aprire discussioni e dialoghi, aprono le menti e ne lasciano la materia grigia all’aria. Invece l’artista – ricordiamoci: le Parche filano – deve chiudere, deve tagliare, deve escludere anche. Ora, lo spazio, la terra sono immensi, qual è il tuo luogo? Ed egli in anni di digiuno nel deserto, tra i venti del Geist e le sabbie della miseria, si è fatto qualche idea, si è fatto un orecchio, e queste idee sono dei pali, l’orecchio le sue mani, e li conficca nella polvere, o nella roccia se necessario, li dispone più o meno in tondo, ne fa un recinto, se lo fa sempre più stretto (canzone, terza rima, sestina), e vi sguinzaglia la sua muta di immagini, e queste debbono o soffocare nella strettezza dell’orizzontalità, o respirare in alto, in volo.

Ogni parola al proprio posto, si diceva: ovvero fare in modo che il necessario ricorso a elementi dal piano dell’espressione – dunque la traduzione in elementi di linguaggio di un nucleo emotivo e intellettivo a-linguistico – abbia letteralmente tra-dotto, quindi portato di qua e in un certo senso conquistato al linguistico questo nucleo in pieno, senza residui.

Quando si legge poesia si ha spesso questa sensazione: la sensazione che qualcosa non torni, che qualcosa resti colpevolmente in sospeso e irrisolto, che il testo non sia riuscito a chiudere e a richiudersi su ciò che aveva aperto. È un po’ come quanto avviene con equazioni e operazioni matematiche, per esempio con le divisioni. La sensazione che il risultato, che la divisione non sia perfetta – che vi sia sempre un qualche passaggio, testimoniato dalla presenza di un resto o residuo numerico a fine operazione, che sia sfuggito alle possibilità espressive del linguaggio – ora che lo scrivo, mi pare che Schopenhauer abbia impiegato da qualche parte nei suoi Parerga questa stessa metafora, ma per illustrare il diverso grado di presa intellettiva sul mondo dei diversi sistemi filosofici. Matematica o filosofia, sia quel che sia… in ogni caso, in fatto di versi mi pare che la sincerità si possa misurare in base a questa assenza di residuo, o meglio: l’assenza di residuo è segno certo, indiscutibile di una sincerità in costante azione nella scrittura. Ma smetto di parlare e lascio parlare il testo di una silloge (tutt’ora inedita) di Pietrobelli intitolata Pallide Pietre:

Ora posa mio cuore. Le sirene

del nuovo non incantino il tuo ritmo.

Ricorda: tu hai appreso l’oblio

di te, del mondo, dell’ibridazione.

Le specie si soverchiano nel nulla.

Ora vinci e ora perdi, e un barbaglio

solo rimane della neve. E il flusso

non rimane alla gola, ma il suo canto.

Ovunque hai scorto la nascita, e ovunque

il termine. Separati dal sangue.

È l’ora la sostanza della sete.

L’oro dell’alba non è oggetto di conto,

il tuo battito non lo può dire.

Dire la luce, è che tu non sia.

Basterebbe questo solo testo per convincere che l’arte di Federico Pietrobelli ha molto da dire a chi si cimenti nella scrittura di versi, quindi nell’arte di ottenere il più alto grado di espressione tramite il più esteso, preciso, esatto, rigoroso e cosciente ricorso a tutti gli elementi che compongono il linguaggio principe dell’uomo (animale simbolico, probabilmente, prima ancora che sociale o politico, secondo il noto ritornello aristotelico).

La sua arte, la sua scrittura ci si presenta spesso difficile: il che, in molti casi (e data la media di ciò che viene scritto) significa “non corrivo”.

Se ciò avviene e se una certa difficoltà effettivamente sussiste, è perché la concatenazione delle immagini e il discorso che vi si va ordendo, con le loro variazioni e ricorrenze, spesso non vogliono descrivere una qualsiasi scena, materiale o psicologica che sia – la primavera che torna, un fiorellino che sboccia, una coda in farmacia e sentimenti concomitanti – bensì trasmettere una tensione, una certa esperienza del linguaggio (ergo dell’intelligenza). Questa esperienza è in particolare quella della soglia, mi pare. Soglia che è prima di tutto quella esperita immediatamente dal poeta nell’uso e nell’esercizio del suo strumento espressivo, quindi la soglia del linguaggio e della parola – là dove l’uomo ha esperienza della propria in-fantia, per citare Agamben e un suo interessante contributo alla questione espressiva – e quindi, attraverso la parola e le sue vicissitudini, l’odissea dell’intelligenza nel mondo delle forme.

Ma odissea e vicissitudini dell’intelligenza sono, in definitiva, la storia stessa e più intima dell’uomo, o dell’uomo più intimo…

All’imbrunire del mondo rammenta,

dell’alba è la promessa: che ogni giorno

porti al tuo giorno, come l’onda e il velo

divino del mare tra il regno e il sogno,

sete inestinguibile, sono uno,

una unica immagine rifranta

dal tuo occhio, che nel diverso rifrange

l’identico, che nel fasto rifrange

l’amore che solo crea, e ogni lacrima

pura illimpidisce lo specchio, questa

legge per il mortale: col patire,

capire, essere, col capire, essere

un attimo e poi sparire, errare

per le forme, e tutte farle proprie…

Iris sottomarina, messaggera

del fulmine, che ricami i fondali

e le memorie, così hai parlato

fra i flutti al naufrago insensato, quasi

a riva, che molte ferite e sale

dovette portare, molte ombre e voti

per tornare al letto in vetta all’ulivo

alto di albe e di auguri, alla fonte

dove la casa e il viaggio sono uno.

In poesia e nella sua supposta critica (chi è aggettivo e chi sostantivo?) si sente spesso parlare di dimensioni “orfiche”, “misteriche”, “sapienziali” e via dicendo.

Victor Segalen, l’autore di Pietrobelli

Foglie di fico decisamente, etimologicamente troppo grandi per nascondere quelle che in genere, a una lettura più attenta e smaliziata, si rivelano come assai miserevoli (sempre per restare in tema dimensioni) pudenda… ma l’uso di termini vaghi, fumosi e generici per nascondere fuffa e ciarpame intellettuale è l’ABC della mistificazione. Ora: niente di tutto ciò in Pietrobelli. Nei suoi versi, nello scorrere i suoi testi si sente piuttosto l’azione di una intelligenza sofferta e rigorosissima, spietata.

Altra cosa straordinaria è poi l’unità di fondo – quasi basso continuo, un om che risuona ad ogni verso dai testi di Pallide Pietre. Unità bentonica, appunto di fondo ma che sempre affiora in un microcosmo di scelte lessicali ricorrenti – fasto, deserto, conca, esilio, specchio – quasi tracce lasciate da quella muta d’immagini eletta dall’intelligenza nella selva oscura del mondo… ma che ci si fanno via via più chiare di testo in testo, di ricorrenza in ricorrenza:

Dalla soglia è venuto il dolore,

perché mortale, certo è questo il fato,

ci hai dato il vivere nell’immenso,

e il nulla, quando finito lo spazio

erriamo dall’inizio dell’oblio.

Tu vedi, ma a noi non hai dato

il tuo vedere. Tu ascolti, ma l’ascolto

che a noi dai, è il nostro silenzio.

Perché non è un nome il tuo nome, e tutto

è in tuo nome, e il tuo nome in nulla,

noi soli in noi ti diamo nome: Amore

oh un nulla, se non amando… tu pensa

come non pensando il pensiero muore,

e chi vive muove, e chi muove soffre.

Un’arte, quella di Pietrobelli, che in questi testi ci si mostra estremamente matura – to sprout in spring – sbocciata nel suo tempo, nella sua stagione. E quella di aspettare il proprio tempo resta, forse, una delle più importanti lezioni che sia dato apprendere a un poeta.

Francesco Zevio

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca