La funzione della poesia, scriveva Pound in Come bisogna leggere, «non è la coercizione o la persuasione per via emotiva, né l’intimidire o il forzare la gente all’accettazione di un dato complesso, o di sei dati complessi di opinioni, in contrasto a un altro dato complesso (o mezza dozzina di complessi) di opinioni». E quanto vorremmo che Leonardo Petrillo, pensando e scrivendo Ezra in gabbia, o il caso Ezra Pound, sulle scene da diversi anni e che finalmente sono riuscito a vedere al Piccolo Teatro di Milano, avesse meditato di più e diversamente su questo assunto. Ci saremmo forse risparmiati settanta minuti di sermone non richiesto, di depotenziamento della carica detonante dell’arte a uso della borghesia, e ci avremmo magari guadagnato un verospettacolo, una di quelle cose dove non si va a farsi indottrinare ma a partecipare, dove ci è chiesto di sospendere l’incredulità e di vorticare nell’azione con chi sul palco quell’azione la inscena.
Invece: niente. Settanta minuti di monologo a tesi in cui a tutti i costi bisogna alternativamente far passare Ezra Pound per un mattacchione ingenuo che non sapeva quel che faceva o per un santo martire vittima di suprema ingiustizia. Tutto confuso, piegato e piagato fino a ottenere l’invidiabile risultato di tirar fuori un lavoro artisticamente sciapo, storicamente inesatto ed ermeneuticamente falso. Eh sì, perché di questi settanta minuti, i primi quaranta passano in una sorta di arringa al pubblico in cui Pound – interpretato da Mariano Rigillo – si preoccupa sopra ogni cosa di abiurare, ripetendo per almeno una decina di volte che non è mai stato fascista. Falso con ogni evidenza, ma diamine: siamo a venti metri dalla sede della Consob, a un tiro di schioppo da piazzale Cordusio, potremo mai far accettare al pubblico della ZTL che Pound non fu un criminale, ma che – non essendo un criminale – pensò, scrisse e fece determinate cose anche perché seriamente interessato al fascismo? E che fu seriamente interessato al fascismo proprio perché il fascismo incarnava al meglio le sue istanze ideali e politiche? Il fascismo, sì: e non “l’ideale fascista”, ma la sua declinazione storica; quello stesso fascismo che – come altri regimi dell’epoca, certo, ma intanto… – ha invaso nazioni, deportato, e fatto orrendamente gara a chi ce l’aveva più lungo e più duro fino a trascinare l’intera Europa nel sangue. Potremo mai farlo digerire alla ZTL in libera, artistica uscita?

La questione è in fondo tutta qui: far digerire l’indigeribile, masticare i vermi come mamma passero coi suoi passerotti e dare al volgo e alle sue élite non del cibo ma del bolo. Vince ancora Proust e il suo malcompreso controsaintbeuvismo; vince ancora la preoccupazione di separare l’artista dall’uomo e l’uomo dai suoi pensieri, perché ci piace solleticarci con i versi ma è troppo doloroso e scorticante assumere ciò che vi sta sotto, prenderli sul serio, dare all’artista il diritto proprio di ogni uomo – era ancora Pound a dirlo, era il 1959, l’interlocutore era il giornalista Sandro Baldoni – di vedere esaminate le sue idee una alla volta.
Ma a noi, a noi ci piace la tranquillità di ciò che sappiamo o crediamo di sapere, ci piace l’arte che accarezza il buon senso e i maledetti li recuperiamo solo a decenni di distanza e opportunamente ripuliti. Come amava ripetere il troppo poco ricordato Rodolfo Quadrelli, ci piace farne un monumento, perché di fronte ai monumenti non serve interrogarsi – li si omaggia e si passa avanti senza che nulla mettano in discussione. E lo spettacolo di Petrillo usa tutti gli artifici retorici più ovvi per monumentalizzare l’Ezra: dall’ormai abusatissimo sfondamento della quarta parete, con il protagonista che ammicca per tutto lo spettacolo al pubblico cercando la sua simpatia; al didascalismo più scolastico, con un rimpallo che non diventa mai fusione tra il monologare di Rigillo – che per far apparire più simpatico Pound, per depotenziarlo e trasformarlo in un “povero-vecchio-che-ne-ha-passate-tante”, lo fa parlare come Braccio di Ferro – e gli inserti dai Cantos letti senza infamia e senza lode da Anna Teresa Rossini; fino all’edulcorazione dei fatti, dei pensieri e delle parole, che tanto ci ricordano quei cristiani che davanti al Vangelo dicono «vabbè, ma non intendeva proprio quello…»
Si arriva così alla fine, alla grande domanda che il Pound-Braccio di Ferro dal palco rivolge agli astanti: colpevole o innocente? Ma di che cosa, vien voglia di urlare, di che cosa? Davvero ce ne frega qualcosa? Davvero siamo qui per questo? Davvero i Cantos e tutta l’0pera poundiana si meritano questo, di farsi atti di un processo per anime belle?
Ma che devo farmene, io, di quest’arte borghese?
Daniele Gigli
*In copertina: Ezra Pound ritratto da Richard Avedon, 1958