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Elio Grasso in “Novecento ai confini” è poeta inviolato, abita vegetazioni brade

Elio Grasso, persona misteriosa, poeta in essenza, esce in questi giorni con L’Angelo delle distanze, sua silloge ridata alle stampe a trent’anni dalla prima fortunata edizione, e ora di nuovo disponibile grazie all’editore puntoacapo. Ma è qui, segnatamente, per Novecento ai confini, opera di nuova composizione, uscita alcuni mesi fa per Campanotto Editore. In Novecento ai confini, raccolta accompagnata in prefazione da Paolo Valesio, il poeta sembra voler percorrere per intero il lirismo enigmatico che balenava in certi precedenti lavori poetici, o che, alle volte, prorompeva inaspettato in alcuni suoi colpi d’ala di critico; qui, finalmente libero da discipline, Grasso volteggia lungo versanti scoscesi, varchi fluviali sopra le frontiere, sfondi limpidi e acuminati, prendendo le sembianze della sua petrosa e assolata terra, nel verseggiare ripido, nel lessico crudelmente in fiore, nelle franose rimembranze, strette tra mare e cielo, rincorse dal magma della poesia.

Il suo essere critico, chiunque abiti sponde e territori poetici lo sa, ha matrice preziosa e singolarissima: nelle immagini materiche, a volte surreali – come ancora ricorda Valesio a proposito del suo dire di Spatola – nelle osservazioni sardoniche, negli scatti di intolleranza verso certa odierna vacuità, che atterriscono ma a un tempo richiamano, nella percezione dell’uomo e della sua lealtà al mandato, alla più ammirata tenerezza.

«Esistono grandi scrittori» – così Margherita Pieracci Harwell su Mario Luzi, «il cui dono poetico penetra nell’opera critica, e che sono poeti in proprio anche quando vestono i panni del traduttore, di cui, però, l’attività poetica propriamente detta non viene paralizzata dal prodigioso sviluppo della facoltà critica, né dallo straordinario talento nel tradurre.

Tutto questo riguarda profondamente Elio, che pare aprirsi via via nell’opera critica e poetica portando un messaggio coerente che gradualmente, per asperità e rive variegate, si dispiega. Ma, in generale, chi è l’oggetto di queste riflessioni non riesce a cogliere, da sé, la propria immagine; quella che, nei barbagli d’aria e luce, nelle volute del tempo, prende forma per chi osserva.

È necessario, per leggere Grasso, ritirarsi in un angolo silenzioso, dedicato, perché ci si affaccia a un mondo inviolato, a vegetazioni brade, a regioni miniate dove il vocabolario non è sovvertito ma è semplicemente altro; così le immagini, che si creano via via dalle sue parole, delimitano strade, vallate, sentieri boschivi; valichi, idrografie di frontiera e passaggio, lagune verdissime, infiorescenze; e particolarissimi lidi, mai immaginati, che divengono ora paesaggi urgenti e doverosi, in cui far rivivere e custodire l’asprezza degli anni, i radenti voli, i fasci di stelle.

«A placarsi occorrono anni / stagioni ne sono passate / incontro a seconde infanzie / inerpicandosi sul verde boschivo / e nel nativo oltremare. / Occorrono anni, quasi un secolo / di misura» dice il poeta, ma l’impressione, leggendo le sue carte, è che numerose seconde infanzie siano in serbo per lui. A ogni incuria risponde un barlume, e la riva s’imbeve d’oriente: il desiderio dell’anima è di vibrare nel mondo in rinnovati primordi, riaccesi bagliori, pervasi dal moto dei sensi, dall’eterno sbalordire l’occhio di forme e colori. Grasso si dichiara in «difesa continua e accorta», e questo si percepisce con facilità, per chi lo conosca; ma quel che è più sostanziale in lui, quello che più si avverte come verità di fondo, non scalfita, non menomata, è un suo particolarissimo essere «immortale per cominciare», «l’anima dentro la borsa». Un’urgenza nonostante.

Grasso denuncia, tra le afflizioni, la mancanza di «fronti attonite», il «vuoto di libri», che marcano un suo desiderio inesaudito di contenuto, rivelando uno scarto intellettuale, un anticipo sul cosmo, che lo isola e avvilisce. Sue, d’altronde, le parole a proposito di un desiderato guado, che insista sulla crescita del mondo, suo il viaggio del sognatore che svela «carri e legnami / sulla Strada maestra», suo lo stordire «i mercanti / carichi di storie apparenti».

Se il poeta sia in anticipo o in ritardo è questione antica; certamente egli è altrove, e, come dimensione costitutiva, è costantemente perduto. Quale sia il risarcimento, per chi così si smarrisce, non è dato sapere, ma Grasso: «Perdersi nella troppa polvere / convince la pioggia / a smuovere cortesie / e infanzie», e ancora: «Perdersi è un merito / aggiunto alla parola / nella trattativa della vita».

Impossibile esprimersi, eppure in questi versi abita una speranza, per chi vive la rimanenza, il ritardo, o comunque lo scarto dalla vita come un debito, un marchio di inefficienza, d’inadattabilità che fa superflui alla specie. Lo diceva Lorenzo Pittaluga, poeta nucleare, rimasto giovane per sempre, di esser «nato sfinito»; l’universo era per lui un «disastro di colline impressionanti» e, tra i versi che ci ha donato prima di indossare le ali, e migrare nel rovescio del mondo, ecco la confessione che strappa gli occhi: «Io non resisto ai princìpi / senza vera sostanza, presento / un resto, un ritardo fra gli uomini».

Non è facile, è bene dirlo sottovoce, avere a che fare con Elio Grasso. La sua «guerra bruna» si frange ancora «sulle dighe», le sue irrequietezze frontali, le «ventosità cicliche dei malcontenti» per nulla sopite, sono, per chi lo avvicina, enigma e incertezza. Ma difficilmente ci si può spaventare di questo; forse in questi anni è il molto privo di spirito, la massa opaca che brulica a levare il sangue; non il fuoco, non l’antro, non l’ara di pietra.

Elio è divinità adirata, che avverte «l’offesa dell’epoca», prima e più di altri, l’avverte con veemenza, ma qui, in questi suoi versi, lo si ritrova in pieno disarmo, nella nudità di chi, «arrampicandosi sul gonfalone montuoso» brama «un saluto», nitido, in purezza, che salvi dal buio.

«La resistenza guarda alle valli / segnate», ma il sortilegio solleva il poeta, che è acrobata del tempo, e patisce ogni cosa, mentre ride della ruota della vita. E quando egli propone, come traguardo di maturità, il sapersi «chiamare senza stanchezza nelle misurate cose», viene da sorridere, chiedendosi in che modo questo sia possibile, in chi non ha cercato, in tutto il suo percorso, che mistiche braccia, le «mistiche braccia contro i demoni», che fossero potenti, brucianti, a sovvertire gli equilibri, i giorni, la geometria delle relazioni.

Ma ecco: «La breccia della poesia / incauta e separata dal resto, / allontana dai passanti / e non sa cuocere diverso cibo / dal sogno ma è caldo profitto / senza l’ansia delle discipline»; questa forse una risposta. Vediamo l’inchiostro del poeta salire ancora sulla carta, ignorando «il peso della mano», ma il «lucido buio» in cui dichiara di entrare è visione, presenza, è riportare dal regno del sogno i brandelli dell’incauto, eterno messaggio.

In Novecento ai confini l’allegoria continua del paesaggio è straniante, magistrale, in un fondersi di pietraie, spiagge, verdi boschivi, acque languide o torrenziali, sopite nelle lagune d’oriente, che ricordano Rosadini in Fioriture capovolte; ma nelle pagine di Grasso il territorio conosce altresì mulattiere, cave di sassi, sponde e greti, polveri e angeli, strade e risolutezze carovaniere o solitarie; e l’amore è presente come un filo di seta che tutto connette, tutto redime, nel ramificare lento, notturno del paesaggio urbano che scandisce il non sopito desiderio.

«Tempi trascurabili mai», chiosa il poeta, «e non v’è cagione d’ansia / perché nevichi sul mare»; e ancora: «Parole volgeranno sicure / ai giorni germoglianti», nonostante gli «argini poco provati». Il cantore rinnova il suo voto: «Decori / in cui stare presenti, / consumati, divaganti / e agili nel vigilare»; è rimane di guardia alla bellezza, finché non porterà a termine ogni suo mandato.

«E figli dissimili un giorno / saranno magnetici. / Sventolando amore / punteranno le dritte vie, / pronti a soverchiare l’oscurità»; i figli dissimili che abbiamo tra le mani, che guardiamo con stupore: loro le gemme, loro il futuro; ma ancora c’è qualcuno che ha negli occhi il dispiegarsi di molti passati anni, che ha valicato il secolo, e che continua ad allargare strade, che risalgano la valle tanto che il mare sia fondo e frontiera. La vita dissoda, la vita apre vie e le lascia in segno, in dono, a chi le percorrerà. Saranno passi diversi, ma ogni singola incisione sulla pietra sarà segno e patrimonio, tesoro rupestre, orientamento; umana comprensione, poesia: «Dal fondovalle al valico / il passo rimescola il gran folto / della storia poetica».

«Inquietarsi nel gelo uccide, / le parole rudi vantano / sorelle salve». E potrebbe, ognuno di noi, essere salvato nel ricordo di qualcun altro, in un involto di pensiero, puntuale e caro, non luminoso, non per forza, ma retto, terso, intero. Essere intesi per quello che si è, in purezza, nel contrasto, nella contesa tra messaggi e umori, istanti e cambiamenti, diversi respiri, sempre dissimili uno dall’altro.

Eppure «sabbia non è di qui, / ma pietre che vorrebbero / consacrarsi», e questo è già, in essenza, ogni germe di amore. Animo radicato, non volatile, avvezzo alla fedeltà, nel senso suo più alto, alla sacralità del legame. Segnali che lasciano messaggi da decifrare, «scritti da misurare» con precisione, computo, orientamento, percezione delle proporzioni, nel coglierne profondo, verticale il senso.

Le «impietose, / chiuse nei divieti vecchie / macerie» sono nevischio di fronte all’«evento disumano del sole», che è vedere oltre, travalicare «l’asprezza del respiro» verso le immagini dell’infanzia, grande traguardo di ogni vita, che si concretizza pienamente nell’albore perfetto, rivisitato, ricompreso, non in una informe «sommaria sera».

Il poeta non ignora le «epoche stremate», e «gli uguali del tempo», ma sa che esiste una «volontà di ferro» che «urla / ai non ancora nati», e che «la terra convulsa / attende piegando gli ordigni»; non finisce l’infanzia: «chi tutto vede» sarà perno e presidio, «non reciderà le radici»; l’albore sarà così una condizione illimitatamente presente a sé stessa, una corolla che sempre, nella luce, si schiude.

L’ultima lirica della raccolta è di un’intensità affilata, che crea una suggestione al lettore pressoché magica e perfetta, di una minuta e lucente precisione; un piccolo smeraldo in montatura d’oro: «Era candido l’amore, e cimeli / risalivano il mare, dal mare […] Fedeltà giurando fede / per la gloria dei meriggi / assolati, espansi, interminati». Un messaggio che assedia l’iride di visioni, e ha in sé un portato emotivo pulsante, vivido nel proprio lucore, che evoca commozione, e assoluta presenza alla bellezza, come poche volte succede.

Ma in tutto Novecento ai confini la natura pervade il pensiero, e lo rende materia, così come avviene spesso in Campo: «Cosa proibita, scura la primavera […] Io vado sotto le nubi, tra ciliegi / così leggeri che già sono quasi assenti»; anche nei suoi versi, il visibile è indicibilmente intriso dell’umano palpito: «È rimasta laggiù, calda, la vita […] Torno sola / tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo / roseo sugli orci colmi d’acqua e luna / del lungo inverno».

E c’è, tra le righe di Grasso, anche Luzi, lo si sente evocato, e risuona come anima affine e numinosa, nei suoi passaggi più amabili, benedetti d’armonia, teneri nel rimpianto d’amore: «Violavano le rose l’orizzonte / esitanti città stavano in cielo / asperse di giardini tormentosi, / la sua voce nell’aria era una roccia / deserta e incolmabile di fiori», nel rintocco del tempo: «Ed i giorni rinascono dai giorni, / l’uno dall’altro, perdita ed inizio, / cenere e seme, identità nel cielo». Ma non è soltanto nel verseggiare, nei ritmi, nei lemmi, vi è qualcosa di Luzi nella postura morale dell’amore, nel riconoscerlo, nello stare, e nella volontà di serbare, custodire persino il complesso e l’incompiuto: «Sia grazia essere qui, / nel giusto della vita, / nell’opera del mondo. / Sia così».

Il paesaggio di Elio risplende di vita. È una terra, quella ligure, di cui hanno detto in molti. Campana, Montale, Caproni, Saba. Ma il territorio in lui è voce, materia e parola. E se Cardarelli: «per le vie lastricate / che vanno in su, fra campi di rose, / pozzi e terre spaccate, / costeggiando poderi e vigne chiuse. / In quell’arida terra il sole striscia / sulle pietre come un serpe. / Il mare in certi giorni / è un giardino fiorito»; e Sbarbaro: «ara di pietra sei, tra cielo e mare / levata, dove brucia la canicola / aromi di selvagge erbe» così dicevano di questo avamposto ripido, sottile, che culla boccioli e sentori feroci a picco sul mare, allora in questa natura potente, scarna e sontuosa, madida e riarsa, nitidissima, si vede chiaro l’incarnarsi dei sentimenti del poeta, che le paiono fratelli, nelle fioriture tra le crepe, nello scorrer d’acque gelide che precipitano al Tirreno, nell’avvicendarsi di distese e rilievi, di siccità e sorgenti, di arsure e germogli dove il dolce si mischia col salmastro, rimpianti arruffati si elevano a riflessioni altissime, e desolazioni precipiti risalgono con garbo, con cura e fatica, dischiudendo nuovi libri, nuovi anni, nuovi palpiti.

In Novecento ai confini c’è, toccante e vicina, una voce che si dona, nella nudità leale della parola, senza cercare il facile, l’immediato, il certamente compreso, ma in piena aderenza a garbugli e voli che abitano fertili profondità, a cantare l’amore come «luogo esatto dello scompiglio». In questo non cercare che trova, in questo non provare che riesce, c’è il poeta vero, il poeta che sa: che laddove tutto si sacrifica, tutto si vince, illuminati da una grazia che non chiede conto, ma semplicemente si posa, e irradia silenziosa.

 

In Novecento ai confini si nota una profonda continuità in spirito con Tre capitoli di fedeltà, poemetto che Grasso diede alle stampe quasi vent’anni or sono, opera fatata essa stessa che, in controcanto con Novecento, riluce e vibra del dono d’amore; qui il cuore del «soldato» costruisce materialmente per la coppia il futuro, che è terra e giaciglio, ricovero e nido, bosco e ponte, lo fa con mani salde e sterminate dedizioni. «Questa mia ricerca / aggiunge anni alla tua vita», dice il poeta, e da questa prima affermazione vediamo come la volontà e il pensiero plasmino la realtà; è questa ricerca, atto di creazione, che si protrae in Novecento ai confini, disegnando i propri valichi, gli attraversamenti, portando in salvo, ancora una volta nella dimensione della devozione, della custodia.

Così in Tre capitoli: «Fedeltà non è una parola / ma si allarga come bosco // a volo d’anni possiamo vederla / sulla pianura. Possiamo / lasciare fermo il resto e tradurre / tutte le parole nel verso giusto / della luce, // al tramonto, al tramonto».

E forse la poesia d’amore è tutta qui. Un pensare che costruisce, delimita i territori, le acque, i boschi, le epoche sognanti; prepara la strada ai fiori, li lascia fuoriuscire dal bosco verso la spiaggia, moltiplica le primavere poggiandole sulle passate stagioni, ammorbidisce i graffi del tempo. «Un’idea nata molto tempo prima, / so di averla voluta come una porta / un abbraccio una pioggia / di maggio».

Amore è tenere acceso, è fedeltà come sostegno e telaio di ogni realtà, nel suo intridere il reale di vita e di verità: «la parola fedeltà / non muore / non muore la laguna dal ponte»; amore è scelta, e tenacia nel volere, nel credere: «non sorgevo non terminavo la solitudine, / gettavo un ponte / perché tu passassi il secolo» e ancora «un secolo scelto a misura, una casa / che non crollerà».

In una Venezia che Campo descriveva, con cromatismi sottili «scintillante, perfetta, posata sullo specchio dell’acqua come un fiore bianco-rosato», Grasso costruisce nuovi orizzonti, tratteggiati e lucenti, depositati come involti preziosi nella nebbia; spazi abitabili in cui il cuore discioglie nel territorio, tra i ponti distesi, le linfe salmastre, il languore dei canali, lo sguardo della luna, assorta nel suo pallore minerale; dipinge afrori umidi, opachi, in cui risuonano sirene, si richiamano i clacson delle barche, nel sottofondo di svogliati sciabordii sui pali della laguna.

È una presenza pittorica, questa Venezia, ma è anche simbolo e soglia di altri mondi, in cui i mari ondeggiano e salgono lenti, a lambire l’esistenza degli uomini, a ricordare loro che cammini e orli sono frontiere: «Non finisce, / il cammino e l’orlo del canale / mi ricordano che questa notte / fa parte del bagaglio. / E parte del mistero»; accanto riverberano altre dimensioni, compresenze che ci sfiorano, ricreandoci continuamente in un universo onirico e sfumato, che è profonda essenza della realtà: «come rivolgersi all’altra vita, / al marinaio dritto sul molo, antenato / tirato via con dolcezza / dalla sua barca // perché io nascessi?»; in recessi del creato dove le isole hanno pareti e anelli, le fermate dei battelli sono deserte, e le guardie attendono immobili, nel buio, con la sigaretta accesa; e sotto i pali esiste una città sommersa, di pesci indescrivibili, dove i cherubini viaggiano sott’acqua, tra i mostri e le chiglie degli uomini.

E ancora «immortali per cominciare» sono gli amanti, in questa Venezia che di loro vive e a loro dà vita, avvolgendoli nella propria malia e nutrendosi di destini incerti, di cuori potenti, per nulla intimoriti dagli anni a venire, solidi come gli archi di ferro dei pontili, sempre più lontani dai morsi del polpo, dalle tragedie di gioventù, perduti tra cammini autostradali e doni di poesia, sempre sullo sfondo di linfe salmastre, assopite nel loro torpore: «E così sia, / che la navigazione prosegua / al contrario ma pur sempre preferendo / le palafitte in favore di corrente […] In mezzo alle barche e fra le canne / della laguna lineare / nella camera da letto più distante / dalla terraferma , nel tempo relativo / e nel tempo assoluto che ci assecondano / come funi di mare. // In certe sere d’inverno, avremo le tasche / piene di anime in corsa / e ali al posto giusto».

Frenaud scandisce la sua silenziosa Genova di torri e scalinate, di gru e pennoni sul fondale d’azzurro, di rampe, mercati, voci e notti sognanti chiedendo Saprai presentire ancora il sogno inscritto / e ripetuto in queste pietre? E questo pare il centro di ogni cosa, ora; ora che d’improvviso tutto, depositandosi, recupera i propri contorni. Ancora ragazzo Elio scriveva: «Lungo le traiettorie / dopo terreni di rottura / ancora un terremoto / inaspettato / sposta autonomi linguaggi» e ancora: «Il cauto cedere lo spazio / quando parole e paesaggio / passano oltre le palpebre».

Con il suo vocabolario, Grasso ha voltato davvero l’universo verso ciò che gli premeva, come prometteva in Tre capitoli: «È questo vocabolario a voltare / l’universo per te / non si può che riparare una volta / la notte, // il resto è una scelta»; ha dato battesimo e respiro alle cose, facendole rinascere a sé stesse. La sua ricerca ha costruito gli anni e le dimore, ha eretto con le nude mani borghi incantati, posandoli sulle acque come candide, schiuse gemme. Nelle pieghe dei muri ora vi sono porte che si aprono, sui torrenti s’elevano archi di ponti che reggono al passaggio; e han preso forma moli e approdi, rifugi, stanze per le stagioni, e territori d’acqua e pietra, alberi e infiorescenze, in cui è disciolta l’anima delle cose.

Se non altrove, l’amore è qui che vive; e palpita, ancora oggi, inscalfibile, nella cavità del palmo del poeta, nel mondo alato creato dalle sue parole.

Isabella Bignozzi

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