09 Luglio 2024

“Sempre in cerca d’un tratto di vita memorabile”. Zolla, romanziere

Nessuno voleva pubblicarlo.  Il giudizio di Elio Vittorini fu perentorio: “Francamente, non abbiamo mai pubblicato un libro tanto brutto e arcaico, presuntuoso e inattuale”. L’autore di quel libro, Elémire Zolla, veniva da un’ottima famiglia torinese: il padre, Venanzio, era artista di vaglia di quadri fuori moda; la madre, Blanche Smith, originaria del Kent, era morta qualche anno prima, nell’estate del 1951. Zolla, tubercolotico, viveva da “isolato”, flâneur tra gli inferi delle proprie immaginazioni, “vagando a lungo attraverso le strade miserelle di Torino, sempre in cerca d’un tratto di vita memorabile”: leggeva il Tao Te Ching e “la vita del Buddha”, preferiva Alice nel paese delle meraviglie ai romanzi di Dickens, “così carichi di odiosa compassione”. Misticheggiava, nella città demoniaca per antonomasia – che custodisce la Sindone e forse serba, nei suoi sotterranei, il Graal –, tra fondi di caffè, gatti variopinti, ricorrenze che conferivano al caos una stola regale, d’argento.

Infine, il romanzo d’esordio di Zolla, Minuetto all’inferno, vide luce. Vittorini precisò le proprie rimostranze in una “quarta” intrisa di livore. “Non so, francamente, che cosa valga questo romanzo ‘satanico’ di Elémire Zolla”, scrive il duce della narrativa Einaudi. In poche righe, Vittorini confessava di non capire un autore come Thomas Mann e in genere “un intero filone di letteratura… in cui si avverte, deliberata, l’azione speculativa dell’intelletto” (ignorando, deliberatamente, che è proprio il ‘fiore dell’intelletto’ il carisma del romanzo ‘europeo’; quello americanoide si affida infatti ai fatti, alle iperboli di una ‘realtà’ scoperta lì per lì, un Eden in subaffitto). Affibbiava a Pavese un aggettivo ctonio: “torbido”.

Non era raro che Vittorini spiattellasse le proprie ubbie in pubblico: nel risvolto de La malora aveva scritto che Beppe Fenoglio andava installato tra “i provinciali del naturalismo”, che contava quanto un Remiglio Zena. D’altra parte, vent’anni prima, ragazzo in cerca di fama, sul “Bargello”, aveva elogiato il genio lirico di Benito Mussolini, “un poeta di cui la storia letteraria, senza alcun dubbio, terrà conto”.

Nella mitica collana diretta da Vittorini, “I gettoni”, erano stati pubblicati Dylan Thomas e Jorge Luis Borges, Italo Calvino, Giovanni Testori e Anna Maria Ortese; insieme a Zolla uscirono autori diversamente dimenticati: Marcello Venturi, Rolando Viani, Angelo Ponsi. Con il suo romanzo, era stato stampato Dopo i leoni, bizzarro libro di Antonio Guerra detto Tonino, futuro collaboratore di Fellini, Antonioni, Tarkovskij. Ad ogni modo, il romanzo ebbe degno riscontro: vinse lo Strega “opera prima” nel 1956, l’anno in cui lo Strega andava alle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani.

Letto oggi, Minuetto all’inferno fa un doppio effetto. Il primo è abbacinante: scanzonata è la bravura di Zolla nel creare la vita, pur in vitro. I capitoli iniziali – quintessenziali al romanzo – che raccontano la storia incrociata dei protagonisti, Lotario e Giulia, sono un esercizio di gioia stilistica. Ritaglio un esempio:

“A diciott’anni Lotario, a furia di ritrarsi nel guscio della sua annoiata e schifata solitudine aveva assunto un abito particolare: camminava con un certo sussiego, come una statua improvvisamente snodata, come cosciente di ogni moto dei muscoli, spegnendo le risate rade in un condiscendente sorriso”.

A pagina 64 penetriamo nella radura dell’amore lesbico tra Giulia, “slanciata e di nobile sguardo”, Artemide dalla “strana crudeltà”, e Lena. Zolla, micidiale demiurgo di temi astrali, alterna una sdoppiata striatura linguistica: più marziale, solare, quando scrive di Lotario, più morbida, lunata, a odor di partoriente quando si dedica ai capitoli di Giulia. La figura della santa abietta, della mistica che si dà alla dissipazione del corpo per distillarne l’oro della rivelazione sarà sviluppato in un libro ‘mitico’ di Zolla: l’antologia dei Mistici, uscita da Garzanti nel 1963, poi da Rizzoli, ora architrave editoriale Adelphi.

Il secondo effetto di Minuetto all’inferno: lo straniamento, l’effimero del grottesco. Dal capitolo nove – pagina 157 – il romanzo muta forma – e lingua. A prendere possesso del libro, da quel momento, sono il Demonio, “il folle e malvagissimo signore che tenta di dimenticare il suo spleen creando sempre nuovi… frangenti disperati o non del tutto disperati all’umano formicaio”, e i suoi. La sardana infernale vorrebbe simulare, forse, il Bulgakov del Maestro e Margherita; l’esito è un cataclisma dai neri umori, con personaggi avviliti a burattini; il clima del libro si disfa, si fa improbabile, prende la forma del ghigno. Vien da pensare, leggendo, che la peggiore delle condanne sia una vita umana troppo umana, dedita al lavoro, alla famiglia, ai bassi vizi di tutti i giorni. A galleggiare sull’acquitrino testuale, due moniti. Il primo è mistico: se Iddio, il “dittatore”, vuole che gli uomini facciano figli, così da legarsi alla terra “come alberi”, Satana ha obbiettivi opposti, preferibili: “voglio che adorino i gatti, imparando da essi a separarsi dal mondo”. Il secondo è un monito morale, reale: diffidate della parola “fiducia”, “È una parola che detesto: la usano i governi bacati, gli avvocati incapaci, le amanti infedeli”. Con formula analoga, tempo dopo, Cristina Campo, futura compagna di Zolla, dirà che “speranza è una parola che mi terrorizza”.

Ripetutamente scomparso dal mercato editoriale, Minuetto all’inferno, romanzo-sfinge di Zolla, è risorto vent’anni fa per Aragno, ritorna – con impeccabile saggio di Grazia Marchianò – per Cliquot. Secondo la consuetudine narrativa degli ultimi decenni – libri puliti, imburrati di buone opere o di perversioni per il sofà, pari a una saponetta, tutti trama, scritti al vaglio di Google Traduttore – un romanzo come questo è impossibile. Al lettore comune, dall’intelletto con le braghe corte, parrà ostico.

Certo del suo ardimentoso estro, Zolla scrisse un altro romanzo. Cecilia o la disattenzione fu stampato da Garzanti: un romanzo così raffinato, tanto affettato, da essere degno di rapido oblio. Era il 1961: da allora Zolla si diede ad altro.

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In questa lettera ad Alejandra Pizarnik, Cristina Campo testimonia la vita ‘monastica’ di Elémire Zolla, cinta da “odio cieco” da parte dell’intelligenza italica dell’epoca; si cita il suo secondo romanzo, “Cecilia”. La lettera è pubblicata in “Cara amica, la patria è la lingua. Lettere di Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik (1963-1970)”, a cura di Stefanie Golisch, libro fuori commercio stampato da Magog nel 2023 per i propri abbonati.

Martedì [gennaio/febbraio?] 1963

Mia carissima amica, […]

Roma è una città dove, per non morire, anche senza vocazione, anche senza religione, bisogna vivere come i santi. “Y pasar la noche con una espada en la mano”. Non ho mai conosciuto un posto dove l’odio per tutto ciò che vive è talmente feroce, di una ferocia da scimmia e da pollo. Per esempio: ho appena ricevuto la nuova edizione italiana dei meravigliosi saggi di Gottfried Benn (un libro che Le appartiene, credo). L’editore si scusa nella copertina, per questa pubblicazione, parla del grande poeta, l’ultimo: “certamente né un maestro, né un modello”; eccetera. Vorrebbe essere perdonato per aver aperto a un vivente la porta del grande cimitero. (Lo stesso odio cieco circonda Zolla che vive come un monaco e non ha alcuno in patria).

Non dimentichi, Alejandra, di mandarci al più presto il suo saggio su Macedonio Fernandez. Se dovessi dare un giudizio soltanto considerando alcuni passaggi della Sua lettera su “Cecilia” (che Zolla mi ha letto al telefono la mattina stessa), infinite altre gioie ci attendono nei Suoi saggi. Non so nulla di M. Fernandez. Se non ricordo male, si tratta dell’ammirabile assente al quale Borges dedica il suo Hacedor (“quel libro che non gli sarebbe piaciuto”)? Quanto a Borges, è accaduta una piccola magia. Avevo preparato per Lei questo pesante e noioso ritratto (Prix Formentor), tagliandogli la testa ed i piedi, stilizzandolo fino all’emaciazione. Stavo per spedirglielo quando, molto disgustata, trovo tra i miei vecchi quaderni un foglietto battuto a macchina (cosa che faccio raramente) e che non ricordavo di aver scritto. Questo foglietto s’intitola Omaggio a Borges, ma non ha nessun rapporto con Borges che non sia analogico, perché non si tratta di lui, non parla di lui, ma di un bellissimo piccolo monumento alchemico, la porta magica, nascosta nel mezzo di uno squallido mercato romano vicino alla stazione. È una porta cieca (che, del resto, non introduce in alcun luogo) ma sulla quale si trovano misteriose incisioni latine ed ebraiche, quali: “Quando i vostri neri corvi genereranno bianche colombe, potrete chiamarvi saggi.” ecc. (Ecco, di nuovo, la metamorfosi dei mostri!). È questa paginetta che Le invierò (se non preferisce l’altra versione, quella accademica, per questa occasione così poco ufficiale).

Io sarò occupata per due giorni alla correzione della Venice sauvée di S[imone] W[eil] che ho tradotto in italiano; poi copierò quel foglietto e lo riceverà, spero, al più tardi entro circa una settimana.

Come vede, Alejandra, la Sua presenza è causa di ogni sorta di fenomeni inquietanti. L’atto stesso di scriverLe produce delle specie di cortocircuiti e questo non è una metafora, perché avevo appena cominciato a scrivere questa lettera quando un fulmine è caduto a due passi dalla casa (con mia grande gioia, perché attendevamo il temporale da ieri) e dopo qualche minuto un campanello ha cominciato a suonare da solo nel corridoio – nessuno alla porta, soltanto questo tintinnio allegro come un riso che mi ha donato una grande gioia.

È durato circa dieci minuti, a tre riprese.

Cosa ne dice? Mia cara Alejandra, La stringo tra le mie braccia. Attendo le poesie. Grazie.

La Sua

Cristina

 *In copertina: un particolare dal Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, 1480-1490 ca.

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