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L’editor è una chimera. Una figura a metà tra un padre spirituale, un alchimista e un chirurgo

Chi è un autore, generalmente? È un essere scrivente e in pena, in attesa (almeno era così fino all’avvento del self-publishing e del “apriamo le gabbie” di molte case editrici che hanno pubblicato di tutto e di più, pur di vendere e sopravvivere al calo di qualità della domanda) di un “verdetto” editoriale che potrebbe cambiargli, in positivo o in negativo non è dato sempre saperlo, la vita. Chi è un editor, generalmente? È un incrocio tra un alchimista, un chirurgo, un amichevole padre spirituale e un venditore di enciclopedie porta a porta (almeno era così fino all’avvento… rileggere il contenuto della precedente parentesi): gli obiettivi dell’editor sono 1) individuare, se e quando entra nel suo raggio d’intercettazione, un potenziale o già espresso talento; 2) valutare la vendibilità del talento (tenendo d’occhio il tipo di mercato già sondato con altri autori che hanno “funzionato”) 3) la vendibilità dipende, ma non sempre, dal tipo di lavoro più o meno chirurgico e approfondito che si riesce a fare (a volte anche nel corso di anni) sul testo presentato dall’autore e, forse questa è la parte più difficile del lavoro di editor, sul “carattere” dell’autore. Le capacità alchemiche (e veggenti, perché deve riuscire a “vedere”, al posto dell’autore, come sarà il testo una volta che avrà subito le dovute correzioni-corruzioni e soprattutto riduzioni: queste ultime non solo per una questione di “carta” da risparmiare ma soprattutto per una funzionalità del testo che deve “informare” senza tergiversare o addirittura perdersi in compagnia del lettore che abbandonerà quel libro e i prossimi di quell’autore) dell’editor devono prima di tutto convincere l’autore che non sempre è disposto a mettere mano alla propria creatura che, in quanto tale, considera già perfetta.

Quella tra autore ed editor è una lotta feroce: il primo deve assecondare (pena la non pubblicazione) l’irriverente intromissione nelle “proprie cose intime” di un perfetto estraneo che ha ricevuto il compito “imprenditoriale” (anche se non dichiaratamente) di ridurre drasticamente le esuberanze descrittive, e quindi spaziali in termini di carta da stampare, di un altro perfetto estraneo scrivente il cui obiettivo è quello di farsi stampare e distribuire gratuitamente (prima dell’EAP l’editore era uno che “investiva” in senso lato: verbo pressoché impopolare, oggi, tra le medie e piccole case editrici, ma pensandoci bene anche tra le grandi) tra le librerie del paese in cui vive e se gli va bene, previa traduzione, anche nelle librerie di altre nazioni.

Se l’autore arriva a convincersi della necessità di determinati tagli alla propria fatica, al contrario, non sempre (e il dubbio umanissimo assale anche il talent scout del film Genius) l’editor è pienamente convinto del fatto che il suo intervento non abbia in alcun modo alterato la genuinità e quindi il valore più intimo dell’opera originaria (si chiede infatti Maxwell Perkins: “miglioriamo questi libri o li rendiamo soltanto diversi?”); ed è un dubbio con cui non è facile convivere se si cominciano a considerare le possibili varianti dell’opera “abortite” a causa dell’azione di “mammara” in fase di editing. Beato l’editor che ha le idee chiare fin dall’inizio e sa a quale prodotto finale vuole andare a parare: per farlo deve entrare in simbiosi con l’autore, certo, senza però lasciarsi influenzare dal suo prolifico entusiasmo; calmierare (come nel caso del Thomas Wolfe raccontato nel film) l’articolata “poeticità” di un autore che tuttavia ha scelto la forma romanzo per presentarsi al suo pubblico; domare la genialità in favore di una funzionalità più lineare; smorzare la tentazione di aggiungere paragrafi a un lavoro già oceanico; entrare in sintonia con le intenzioni dell’autore ma proponendogli più sintetiche forme espressive, nuove strade narrative, scorciatoie che non alterino il senso del percorso pensato dall’autore. Ragionare insieme all’autore sui perché di una scelta formale e sui perché delle proposte alternative che andrebbero, se accettate, ad alterare irreversibilmente il paesaggio pensato dall’autore (e questo lo sanno entrambi) o almeno il percorso che costeggia quel panorama: l’editor dovrà essere al tempo stesso “profeta”, co-autore empatico e futuro lettore, come in un eterno incrocio trafficato. Arrivare allo stesso punto ma facendo qualche chilometro in meno o camminando su una strada parallela a quella originaria che non privi l’autore del panorama di cui godeva percorrendo in privato il proprio canovaccio. Un godimento che l’editor tenta di far diventare pubblico, universale, attraverso un lavoro di ridimensionamento compiuto in tandem.

Sì, avete letto bene prima: il “carattere” di un autore, più che il suo metodo di lavoro. Il genitore è disposto a lavorare su sé stesso prima ancora che sulla propria prole? L’autore che ama ciò che ha scritto, perché sa bene da quali viscere scaturisce ogni singola parola “avvertita” prima ancora che scritta, combatterà fino all’ultimo respiro – in alcuni casi sarà tentato di chiudere ogni rapporto con l’editor e ficcare il manoscritto nel cassetto pur di non farlo violentare – per difendere la paternità di certe scelte scritturali; l’editor dovrà essere veramente molto in gamba (e qui entrano in campo il padre confessore e l’amico) per convincere l’autore della necessità dei cambiamenti che propone: un padre spirituale anche un po’ “psicologo”, per giocare al gioco del “sostituiamo la parola?” oppure “cancelliamo l’intero stralcio sottolineato?” o “prosciughiamo il capitolo?” senza irritare il genitore del bimbo di carta. È un gioco di equilibri: “se io ti espongo le valide motivazioni di un cambiamento, tu mi permetterai di compiere questo taglio?”. Al punto che, nell’enfasi del transfert editor-autore, quest’ultimo esalterà il carnefice della propria opera, lo seguirà entusiasticamente in questo processo, ormai a buon punto, di smembramento del corpo del figlio. In altri casi, e nella migliore delle ipotesi, sarà lo stesso autore che, convincendosi della necessità di tagli e modifiche, metterà mano da solo (e proponendo il risultato all’editor in un secondo momento) alla propria opera. In questo caso le responsabilità, i dubbi (i rimorsi?), i palesi pentimenti dell’editor saranno magistralmente evitati e l’editing diventerà un processo da condividere con l’autore rassegnato all’idea di una doverosa rivisitazione del testo. Ma anche in questo caso un po’ di dubbio rimarrà, non potrebbe essere altrimenti: anche se l’autore è convinto delle modifiche, sarà l’editor responsabile dell’imperdonabile alterazione (anche se per mano dello stesso autore) di un’opera che se fosse rimasta quasi come gli è stata presentata forse avrebbe avuto un impatto sul lettore di gran lunga più incisivo? Non lo sapremo mai: l’editor, in quanto chirurgo, è l’unico responsabile dei casi di “malasanità” in ambito editoriale; casi che non sempre è facile ricostruire recuperando “cartelle cliniche”, soprattutto se alla prognosi ha partecipato ampiamente l’autore. Ecco perché molto spesso l’editor si trasforma in semplice “consigliere”: propone smussamenti, incentiva caratterizzazioni, rivede descrizioni-fiume in compagnia dell’autore, espone alternative a processi lunghissimi vissuti dai personaggi… senza però compiere di persona tagli draconiani che potrebbero titillare la suscettibilità dell’autore o peggio ancora, come già ricordato, causare pentimenti postumi o dubbi laceranti.

I “pentimenti” del Bronzino (anno 1550) emersi grazie all’indagine multispettrale N.I.R.

Come ricordato nel film Genius, l’editor è un fantasma, un innominabile e di fatto un innominato; è un “non scrittore” a suo modo geniale (che molto probabilmente non scriverà mai niente di suo da proporre per una pubblicazione, e non proverà mai direttamente sulla propria pelle il calore del successo se non attraverso gli autori che egli cura) che deve gestire e contenere l’ipertrofia delle creature di chi invece l’intenzione di scrivere la coltiva da moltissimo tempo e anche con una certa passione e “bellicosità”. Sono due mondi, diversi e a volte inconciliabili, che devono per forza di cose incontrarsi e in molti casi scontrarsi: da questi “scontri” possono nascere chiusure definitive all’idea di una pubblicazione o arricchimenti proficui e altamente positivi non solo per l’opera in esame ma addirittura per idee future. Nel film si vede chiaramente come questa fase di “discussione” accesa intorno ai vari punti del testo da cambiare, dia vita in maniera sana alla nascita di nuovi punti di vista lentamente assimilati dall’autore, benché all’inizio indignato dalla proposta di modifica. L’autore che non difenderà gli stralci e i capitoli su cui l’editor ha posato la sua matita rossa, è un autore che non crescerà mai, che non sarà mai partecipe in maniera dignitosa della propria evoluzione editoriale e addirittura letteraria. La febbre di innovazione e di presunto rivoluzionamento della scrittura da parte dell’autore deve fare i conti con l’azione mitigatrice, “antipiretica” e realistica dell’editor che avrà il compito di leggere il manoscritto con gli occhi di diverse tipologie di lettori, anche se alla fine gli occhi da convincere saranno solo i suoi. Purtroppo oggi nell’editor prevale il venditore di enciclopedie porta a porta: forse dell’evoluzione letteraria dell’autore se ne importa poco ma di quella dei conti bancari della casa editrice che lo stipendia, moltissimo. E già all’editor del film interessano le entrate dell’editore: figuriamoci all’editor di oggi che professionalmente – in compagnia del “correttore di bozze” – sta andando a scomparire, fagocitato da sempre più pressanti esigenze di accorciamento e semplificazione del processo editoriale. L’editor è (o dovrebbe essere) un muro di carne umana: l’autore può scegliere di schiantarsi contro quel muro oppure tentare di scavalcarlo per dare un’occhiata differente da lì sopra e trovare un modo diverso e più funzionale di raccontare una storia che all’inizio, in sala parto, gli sembrava perfetta così com’era.

Michele Nigro 

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