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“In questi tempi allucinanti”. Come nasce una guerra

«Non sto piangendo, sto ragionando a voce alta e oggi non si può ragionare a voce alta senza piangere».

È settembre, è mezzanotte, è il 1991. Siamo a Pola, Jugoslavia – anzi, Croazia – e Mario guarda Petar, l’amico Petar, che si è appena fatto saltare le tempie. L’appartamento è il suo, quei «44 metri quadri di solitudine» abitando i quali, d’improvviso, «dopo vent’anni passati qui, con questo matrimonio fallito senza mia colpa e con due figli» è «diventato straniero. Ancor peggio, invasore».

E sì, perché Petar è – anzi era – jugoslavo, ufficiale dell’esercito jugoslavo di stanza a Pola. Ma la Jugoslavia non c’è più, nessuno la vuole, tutti la odiano e Petar – da ieri a oggi – non è più jugoslavo, ma serbo. Fuori posto. Ospite sgradito. «Qualche giorno fa» racconta all’amico Mario, il croato Mario, «sono andato a comprare del pane nel panificio dove lo compro da anni. Mi è successo di chiederlo alla commessa in serbo e lei mi risponde che ciò che voglio comprare lei non lo vende. (…) È stata la prima volta che mi sono sentito straniero nel mio paese. Però non uno straniero qualsiasi, ma una persona non gradita».

Questi stralci vengono da Roulette balcanica, pièce scritta vent’anni fa da Drazan Gunjaca – avvocato, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo come il suo Petar ma a differenza di lui croato – che in Italia sbarcò nel 2003 tradotto da Srdja Orbanic e Danilo Skomeric grazie alle preziose edizioni Fara di Alessandro Ramberti. In una bella intervista dell’epoca Gunjaca dice che «prima o poi arriva il momento in cui un uomo deve dire delle cose per poter rimanere uomo». E le cose che ha da dire – all’Europa del 2001, a quella di vent’anni dopo – sono limpide e glaciali, nelle parole di Petar che vuole uccidersi e di Mario che tenta invano, per tutto il tempo, di impedirlo.

Che cosa fonda un’identità? Da quali feticci assumiamo il nostro reciproco riconoscersi? È questa la ferita che Petar non sa – ma neanche vuole, com’è giusto che sia – lenire: «Chi se ne fotte della vita senza il proprio Stato. E senza la famiglia. (…) Sono arrivato qui una ventina d’anni fa e non mi sono più mosso. Sono seduto dove stavo seduto ieri, vesto ciò che vestivo ieri, faccio ciò che facevo ieri, ma oggi sono diventato un invasore. Ed ecco, tu che sei mio amico – metà della nostra vita l’abbiamo trascorsa insieme – spiegami perché ad un tratto sono diventato un invasore se non ho mosso un dito. Non ho attaccato nessuno, tanto meno ho sparato a qualcuno, e non ne ho l’intenzione, però cazzo, sono diventato un invasore».

Straniero a casa propria, persona sgradita, osteggiata, incaricata come da sempre nella storia della pece del peccato, che quando non si può più negare va addossato a qualcuno. È la storia, è l’umano, è il naturale impasto di desiderio fragilità e corruzione di cui siamo fatti. Un impasto in cui tuttavia ognuno fa le sue scelte – e in cui non si può mai dire che non ci sia, non si dia, un’opzione, e bene e male, salvezza o perdizione.

«La guerra non è finita nel nostro cortile con il paracadute. Qualcuno l’ha dovuta organizzare. O almeno permetterla». Bene e male, salvezza e perdizione. E in tutto, dentro tutto, la solita negletta domanda: che cos’è la realtà: «D’altronde, di che cosa vuoi parlare in questi tempi allucinanti? Noi abbiamo avuto la nostra vita, non è vero? Abbiamo cose da ricordare. Solo che questi ricordi mi stanno sfuggendo, non posso riappropriarmene: è come se tra loro e la realtà ci fosse un baratro».

Tra loro e la realtà. Tra noi e la realtà.

Daniele Gigli

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