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Intervista totale a don Pasquale Di Giglio che ha fatto passare la Bibbia attraverso il cerchio di fuoco della lingua napoletana

Osea, Cantico dei Cantici, Qoelet: libri biblici e adesso anche canzoni in lingua napoletana per il progetto Hèsed disponibile sui digital store, ideato, voluto, sentito, da Pasquale Di Giglio, parroco della chiesa del Buon Pastore, Fuorigrotta. Conosco Don Pasquale, è a lui che penso quando ascolto dall’album Ovunque proteggi di Capossela: “È pazzo di gioia, è un uomo vivo”: non perché manchi di gravitas, macchè, lo dico perché avendoci a che fare va da sé avvertire a pelle come sia un uomo la cui misura è colma, traboccante, smaniosa di superarsi, di dire e dare qualcos’altro di sé. Ci incontriamo in un piccolo studio della sagrestia, mi fa cenno di sedere dietro la scrivania, in modo da avere io la sedia più comoda e perché lui non saprebbe cosa farsene del gioco delle parti e delle collocazioni prefissate: ognuno è ciò che sente e che dice e che fa, il resto è maschera. (Antonio Coda)

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Che libro è la Bibbia?

Sono settantatrè libri. Dal punto di vista religioso, e in linea con la mia esperienza e la mia formazione di studi teologici, posso dire con serenità che è il libro che ha scritto Dio con e per l’uomo. È una definizione che mi piace, per scongiurare il rischio che si possa leggere la Bibbia come qualcosa che gli uomini hanno scritto pensando a sé stessi in relazione con un altro che non c’è.

Una visione condivisa dalle cosiddette Religioni del Libro.

Aggiungo che i cristiani all’inizio venivano definiti i fedeli della Via. Gesù nel vangelo di Giovanni si definisce via, verità e vita. La Bibbia, per noi cristiani, essendo un libro ispirato, è il tentativo di Dio di parlare al cuore dell’uomo, quell’uomo che dopo il peccato originale si è allontanato dal cuore di Dio che in realtà è la nostra vera casa. Mi ha sempre commosso molto il fatto che nel corso della storia dell’umanità Dio rincorra l’uomo, volendo intrecciare a tutti i costi una relazione con quest’uomo che ora lo cerca ora lo rinnega. Accade in tutte le relazioni, e da qui il perché dei tre passi scelti perché diventassero brani musicali nel progetto Hèsed: sono storie dell’amore. C’è la fase dell’innamoramento, durante il quale tutto è saporito, per dirlo con l’accezione napoletana della parola, poi c’è la fase della fatica, il momento nel quale devi uscire da te stesso e aprirti alla possibilità che l’altro sia diverso da quello che tu avevi pensato che fosse. Nella relazione la parte più complicata è aprirsi all’altro accettandolo così com’è. È là che si fa la scelta se costruire assieme oppure no.

E la relazione tra Dio e l’uomo passa per le parole scritte della Bibbia.

Nella storia dei testi, come da tradizione ebraica, la parola non era scritta, la parola era trasmessa oralmente. La verità sulla storia di Dio con l’uomo in un primo tempo, e stiamo parlando di qualche millennio fa, era tramandata di padre in figlio. Bisogna tener presente che come cultura nasciamo da quella ebraica che è la cultura della famiglia patriarcale, del nomadismo, dei grandi clan che si riuniscono e si raccontano le storie di Dio. Quindi direi che è più corretto definirla una relazione fondata sulla parola, che solo successivamente è diventata anche scritta: perché non andasse perduta. Ma è stato proprio per non perdere la tradizione orale che gli ebrei hanno conservato l’usanza per la quale la parola di Dio oltre che essere letta viene anche imparata a memoria. Nel leggerla va poi tenuto conto che il testo non riporta le vocali, in ebraico sono trascritte solo le consonanti. In questo modo lo sforzo di chi legge è di mettere insieme il testo scritto con il testo che in precedenza ha ascoltato, in una sintesi continua tra ricordo, dunque tradizione, e esperienza personale, la novità che ciascuno di noi è.

Bibbia come opera aperta.

La Bibbia è un testo estremamente vivo. Lo è anche nella cultura cattolica e cristiana, ai giorni nostri lo testimoniano le continue traduzioni. Vitalità spiegata anche dal fatto che la Bibbia è stata redatta in lingue che ancora oggi non conosciamo in pienezza, dal punto di vista grammaticale come da quello del peso specifico di ogni parola che le compone. L’aramaico dell’Antico Testamento è una lingua che subisce l’influenza di molte culture diverse e se ti dico questo è per mostrarti quella che per me è una delle tante assonanze presenti tra l’aramaico della Bibbia alle origini e il napoletano in cui ho tradotto i brani messi in musica. Il napoletano è una lingua che si è arricchita nel tempo, con regole miste, attraverso l’inculturazione di altri popoli, società, culture.

Altre assonanze?

Le parole in ebraico come in napoletano vengono fuori dall’esperienza diretta, concreta, reale. Pensa all’espressione patapà dell’acqua quando s’intende la pioggia forte: è una parola che trae origine proprio dal rumore della pioggia: patapà! Come per molte parole dell’ebraico siamo di fronte a qualcosa di intraducibile perché rappresenta sensazioni e emozioni precise e particolari.

Tradurre la Bibbia in napoletano è un far continuare al testo il suo connaturato cammino di traduzione in traduzione?

Il mio lavoro è stato di attualizzare una traduzione della Bibbia in napoletano già esistente ad opera di Don Matteo Coppola della diocesi di Sorrento-Castellammare, mai più edita, l’ultima edizione della Nicola Longobardi Editore è del 2004. Lo stimolo a voler tradurre la Bibbia in napoletano proviene dall’esperienza quotidiana del mio servizio a trasferire la Parola: mi sono accorto che utilizzando il napoletano il messaggio arriva e fa sì che anche le persone più semplici possano comprendere concetti e pensieri che forse in italiano hanno una complessità che ne ostacola l’ascolto.

È anche un modo per superare il limite di un linguaggio che non si accorge di essere invecchiato o di essersi allontanato, o standardizzato, smettendo dunque di essere relazione diventando convenzione.

Pensa a Dante nella seconda metà del Quattrocento quando comincia a ragionare sul volgare: la lingua perché possa chiamarsi lingua deve essere comprensibile e deve essere di tutti. Tramite il continuo aggiornamento delle sue traduzioni la Bibbia cerca una lingua che la avvicini il più possibile alla vita concreta delle persone. Una cosa che ho inserito anche all’interno del comunicato stampa del progetto Hèsed è che la Bibbia non è un libro per qualcuno: è un libro per tutti; e tra quei tutti c’è chi la lingua italiana non la possiede e fa fatica a entrare in certe dinamiche che prevedono un minimo di conoscenze e teologiche e filosofiche e storiche e linguistiche. Il lavoro di avvicinamento non si esaurisce con le traduzioni dal latino alle lingue nazionali.

Leggo dall’Angelus di domenica 30 maggio: “Questa mattina ho ricevuto un piccolo gruppo di fedeli che mi ha portato la traduzione della Bibbia tutta intera nel loro dialetto. L’ha fatta un uomo: otto anni di lavoro! Scritta, sono otto volumi, tutti in dialetto. E lui, che era presente, mi diceva che leggeva, pregava e traduceva.”  Qual è stata la tua esperienza di traduttore di brani biblici per farne brani musicali in dialetto napoletano?

Sono partito facendomi questa domanda: questo testo, essendo il desiderio di Dio di comunicare con l’uomo, che vuole fare? Perché la parola stessa è una volontà d’azione. Nel momento in cui la parola è proferita non appartiene più a chi la proferisce, vola e arriva a chi la ascolta. Noi dobbiamo accompagnare questa parola perché diventi proprietà di chi la ascolta, la acchiappa e la fa propria. Nell’accompagnare questa parola inevitabilmente la devi seguire. Accompagnare è un verbo-gesto che mi piace molto: indica chi sorregge secondo la sua esperienza personale. Come diceva il traduttore davanti al papa: l’ho letta, l’ho pregata, l’ho tradotta: è il proprium di chi quella parola la vuole accompagnare. Altrimenti una parola che non ha dietro di sé una esperienza concreta e vissuta è una parola priva di senso.

Tradurre è tradursi, rivelarsi.

Per fare riferimento a uno dei testi tradotti, il passo del Cantico dei Cantici, tra le obiezioni che mi hanno fatto ce ne è una che si riferisce al passaggio “Mietteme comme sigillo ‘ncopp’a stu core, / comme sigillo ‘ncopp’a stu vraccio”: mi hanno chiesto, perché usare sigillo e non tatuaggio? E no! Perché il tatuaggio è una forma grafica visibile, parlante di per sé. Il sigillo è un segno di appartenenza, è diverso: il sigillo non deve comunicare. Lascio la parola sigillo perché la sento, ed è così che rispondo alla richiesta della Parola di fare in modo che ogni mio pensiero e emozione abbia il sapore di Dio che io sento.

E l’attenzione a ogni singola parola c’è in ciascuno dei tre brani scelti.

I testi proposti perché fossero tradotti in musica sono stati dieci. Il progetto Hèsed comprende attualmente tre cantautori ma fin dall’inizio abbiamo contattato più musicisti, molti si sono tirati indietro, non hanno voluto affrontare a prescindere l’esperienza di lettura e approfondimento della Bibbia, senza neanche prima valutare i testi. Gli artisti che si sono cimentati hanno scelto su quale brano misurarsi secondo la loro sensibilità, e nessuno dei tre si professa cristiano praticante.

All’ascolto si sente da subito l’opera di rielaborazione: il Qoelet, che potrebbe essere il testo che meno si presta all’allegro andante, ha una coloritura pop positiva, mentre Il Cantico dei Cantici, che di per sé dovrebbe brillare di gioia canonica, ha la venatura più metropolitana, con più ombra.

Già questo per me è una vittoria. Se lo scopo è di rendere questa parola disponibile a tutti, come è secondo me il desiderio di Dio, questi tutti dopo aver ricevuto la Parola la devono fare propria. Da qui la mia proposta agli artisti: di prendere il testo così com’era come pure di trasformarlo, di restituirlo secondo la lora lettura.

Eppure fino a non moltissimo tempo fa esisteva un rapporto conflittuale tra l’istituzione ecclesiastica e l’usufruizione personale della Bibbia: lo dice la storia stessa delle traduzioni in italiano.

Fino alla chiusura del Concilio Vaticano II l’otto dicembre del ’65 sappiamo che le cose erano molto diverse, e quello che accade oggi è veicolato anche da quello che sta facendo Papa Francesco negli ultimi anni. Se si legge l’Evangelii Gaudium, che è un testo ricchissimo, fondamentalmente il papa ci mette di fronte a una responsabilità che è allo stesso tempo una facoltà, quella di usufruire della libertà che ci è data dai carismi, i doni ricevuti da Dio, per essere il più possibile prossimi, raccontatori e in uscita.

Il progetto Hèsed è un segno dei tempi.

Mi sento di dire che lo stesso vale per quando sono ricorso alla creazione dei cartoni animati per raccontare il Vangelo ai bambini durante la quarantena. Anche in quel caso la domanda è stata quella che a loro modo si ponevano i Padri del Deserto nel Quarto/Quinto secolo Dopo Cristo: al posto mio Gesù che farebbe? Se il modello è Gesù sappiamo come non si sia fatto limitare dal problema di un linguaggio consono, consentito dagli usi e costumi del tempo. Basti pensare all’episodio del Vangelo in cui Gesù siede a tavola senza praticare prima le abluzioni, come previsto dal rituale del pio ebreo. A chi quasi risentito osservava: – Maestro, ma come, non fai prima le abluzioni?, Gesù risponde dicendo: Non è quello che entra che ci rende impuri, è quello che esce. In questo modo Gesù ci ha liberato dalle convenzioni dietro alle quali ancora oggi troppe volte la Chiesa si nasconde.

Se proprio devo trovarci un tocco di sovversione in quello che fai, io ci trovo quello della gioia, della gioiosità di cui possono farsi portatori musica e fumetti. Senza per questo dimenticare che il dolore esiste.

Noi siamo una fede che nasce da una sofferenza. Come cristiani e cattolici abbiamo di fronte la Croce. Noi dovremmo leggere quella sofferenza e quella morte come l’inizio di una gioia. Dice San Paolo: se Cristo non fosse morto e risorto vana sarebbe la nostra fede. La nostra fede nasce da una morte e da un dolore ma così come la vita nasce da un dolore: il bimbo appena nato piange, perché deve allargare i polmoni ma ancor di più perché è passato da un luogo sicuro a un mondo dove per la prima volta appena uscito dal grembo materno sente: freddo, caldo, fame, frastuono, la nudità: il dolore è l’inizio. Il dolore lo incontriamo durante il cammino della vita. Il problema però non è il dolore: è l’atteggiamento con cui noi viviamo anche l’esperienza del dolore. Il dolore può essere accettato anche con gioia. Ricordo quando ero piccolo e mi venivano le famose frev ‘e crescita: dobbiamo benedirle quelle febbri di crescita senza le quali non saremmo potuti diventare grandi. Senza il dolore non riusciremmo a crescere nella comprensione della verità. L’evidenza della morte come nuovo inizio mi è venuta addosso ancora di più nell’ultimo anno e mezzo, quasi come un pacchero in pieno viso. Puoi immaginare come in quest’ultimo periodo abbiamo celebrato una quantità insopportabile di funerali. Di tutte le età, non solo l’anziano, perché oltre alle morti per Covid ci sono state le morti di coloro a cui la situazione provocata dal Covid ha negato l’accesso alle cure. E dunque: fino a poco tempo fa chiedevo al Signore: Dammi una vita lunga, per poterla assaggiare. Oggi chiedo: Dammi una vita piena, per non perderla. La gioia del cristiano è di chi affronta il dolore come un passaggio a una dimensione più profonda di vita. Il dolore ci insegna la bellezza della vita come il buio ci insegna quella del sole.

Da qui il progetto: mettiamola in musica.

Per questo, e perché in tutta franchezza: mi sono rotto di ascoltare le stronzatelle che si sentono cantare in giro. Vuoi mettere ascoltare qualcuno che va in giro cantando il Cantico dei Cantici rispetto a chi non va mai più in là dell’ultima vanità di un Achille Lauro o di un Fedez? Il Festival di Sanremo è stato il colpo finale. La musica deve essere l’occasione di esprimere una pienezza che hai dentro e che in qualche modo, inevitabilmente, chiede di essere buttata fuori! Perché accontentarci di buttare fuori il vuoto? Cantiamo la pienezza! E la pienezza secondo me è in un testo come la Bibbia che è parola viva, che parla di me a me e di Dio a me ed è anche l’occasione perché io possa raccontare qualcosa in più di me a Dio. Provati a leggere e a cantare il salmo del De Profundis in napoletano: è una potenza. I salmi nascono in musica: sono canzoni, con tanto di notazioni al coro.

Un libro che prevede una comunità.

E la comunità sono tutti. Hèsed non è prodotto per un’etichetta cristiana: è un progetto musicale che vuole stare al fianco di tutte le altre proposte giocandosela alla pari. E i proventi alla Caritas.

Ti dico il brano che mi ha sorpreso: non quello del Cantico non il Qoelet ma Osea. A leggere tutto il libro biblico non è affatto un testo docile, con i suoi bambini sfracellati e le donne incinta sventrate.

Nel testo della canzone sono riportati i primi due capitoli di Osea – con l’inserto del ritornello che è il Salmo 120. Qui siamo davanti al desiderio d’amore da parte di Dio. È dopo che avviene il racconto di quali sono i frutti del tradimento dell’amore, fino alla richiesta del ravvedimento di chi ha tradito, perché rientri nella storia d’amore. Il brano è anche un invito alla lettura del Libro, è una provocazione, per questo ho chiesto agli artisti di lasciare come titolo delle canzoni il riferimento del passo biblico, e in Osea puoi scoprire che quella con Dio è una relazione che costa, come qualunque altra relazione. Nella traduzione ho lasciato volutamente le parole sposo e sposa che in napoletano sarebbero dovuti suonare in modo diversa: l’omm mie, ‘a femmena mia perché nel libro di Osea è tra le prime volte che nella Bibbia si parla di sposi: nel linguaggio ebraico sposo e sposa non sono semplicemente il marito e la moglie legalmente intesi: sono coloro che si prendono cura. Dio dicendosi sposo sta dicendo: voglio mettermi nelle mani della sposa. È quello che succederà con Gesù quando dirà: Ecco il mio corpo, è questo pane, ecco il mio sangue, è questo vino. Mangiami.

Esperienza personale. Le peggiori occhiatacce in metropolitana le ho ricevute quando leggevo la Bibbia nella traduzione concordata pubblicata dalla Mondadori.

C’è un pregiudizio. Oggi la dimensione religiosa si affianca alla paura del fanatismo. È anche una forma di difesa: il cristiano fanatico difende quelle verità in cui crede e si difende dal pregiudizio dell’altro rispetto alla propria fede, perché oggi l’idea dominante è che chi crede sia un debole. Così come chi si innamora è un debole. Il progetto Hèsed mira anche a questo: liberare la Parola dal settarismo o comunque dalla sua sola funzione liturgica o privata.

È un capolavoro letterario da rendere nuovamente disponibile a qualsiasi livello.

Puoi leggere la Bibbia come un bellissimo romanzo che racconta la storia di un popolo che piano piano cresce, arriva all’apice e poi crolla, ma certo in questo modo non porteresti dentro di te quella guerra contro sé stessi che ciascuno deve vincere per potersi aprire all’incontro con Dio.

Per te leggere la Bibbia significa entrare in dialogo con l’autore, o l’ispiratore, che è Dio. Questo tipo di approccio rende più debole ogni altra esperienza di lettura?

Io faccio questa riflessione: secondo la nostra fede ogni uomo è consacrato a Dio in virtù del battesimo. Il sacerdote durante il rito del battesimo unge il bimbo con il sacro crisma, che è lo stesso olio con il quale consacriamo gli altari delle nostre chiese, le nostre chiese, le mani dei sacerdoti, le mani dei vescovi. Allora perché la stessa reverenza che dimostriamo verso ogni luogo sacro non la pratichiamo allo stesso modo gli uni verso gli altri? Quando io entro in relazione con un testo so che dietro quel testo c’è una persona e attraverso quella persona io so che Dio potrebbe volermi dire qualcosa, per questo non posso mai minimizzarlo. Io non sono un lettore accanito ma le storie in generale mi appassionano, perché è attraverso la storia dell’uomo che Dio si rende presente. Oltre alla Bibbia Dio ha reso sacri anche quegli altri testi che siamo per esempio io e te. Per questa stessa ragione per me è inconcepibile ogni forma di violenza o di discriminazione verso l’altro, ed è sempre secondo questo senso sacro della vita che sono contrario all’aborto e che faccio fatica ad accettare fino in fondo l’eutanasia: senza giudicare chi li sceglie, ma in rispetto alla verità per come io la sento.

Se domani dovesse venire alla luce un rotolo con passo inedito dalla Bibbia, quale sarebbe l’episodio mai raccontato prima che ti piacerebbe poter leggere?

Ti dico cosa avrei voluto che fosse raccontato di più: il dolore di Dio per il rifiuto dell’uomo. Nella Bibbia è raccontata la rabbia di Dio, la frustrazione di Dio quando l’uomo lo rinnega, ma non il dolore, per quanto ci siano passaggi dove questo dolore si percepisce, uno su tutti quello della morte di Gesù: il terremoto, l’oscuramento del sole, il velo del tempio che si squarcia: quello è il momento in cui, in Gesù, Dio muore di dolore. Il dolore dovuto alla massima incomprensione.

In te colgo la nuova sensibilità manifestata dalla cultura cattolica, che sembra sia passata dal rigore alla tenerezza, per usare una delle parole che contrassegnano il papato di Bergoglio. A fare la differenza sono gli uomini che aprono nuove strade o i tempi che già corrono di per sé?

Pensiamo alla canzione del Qohelet: c’è un tempo per ogni cosa. C’è un progetto. Con questo non voglio dire che c’è una predeterminazione, una predestinazione, ma che quando i tempi si fanno maturi per delle svolte importanti arrivano per grazia di Dio dei personaggi che amplificano e attuano il bisogno dei cambiamenti necessari. Il Concilio Vaticano II, il concilio di un papa anziano, ha sconvolto la Chiesa. Tra i cambiamenti che ha segnato c’è stato anche quello di essere Papa: dalla portantina agli scarponcini neri. È cambiato il linguaggio. Ed è cambiata la prospettiva: Dio ha parlato, adesso tocca all’uomo mettere in pratica. Il Concilio Vaticano II ha aperto le porte della Chiesa, ha messo la Bibbia nelle mani di tutti chiamandoli a leggere tanto la Bibbia quanto i segni dei tempi.

Come fosse venuta la fine del Grande Inquisitore dostoevskiano: si smette di rinnegare la nuova venuta di Cristo, ovvero a tutti è consegnata la responsabilità di essere liberi.

La Chiesa potrebbe aver preso coscienza di qual è il suo vero compito: mostrare la via, non essere la via. La via, lo abbiamo detto all’inizio, sappiamo chi è. E percorrere la via spetta a te.

E se ti chiedessi quali altre letture reputi siano state formative?

Uno dei miei libri preferiti è Le novelle per un anno di Pirandello. Non ne posso fare a meno. C’è stato un tempo della mia vita in cui sul comodino avevo la Bibbia, il Breviario e Le novelle per un anno. Pirandello mi ha aperto gli occhi sulla verità che va cercata continuamente, che non si può dare mai per assoluta, conquistata definitivamente. L’altro autore prediletto è Giordano Bruno. Si definisce nell’anti-prologo alla sua più bella commedia, Candelaio: “Achademico di nulla achademia; detto il fastidito”; per me è un genio assoluto, ha capito che quel che conta è di appartenere a sé stessi, e lo sento in sintonia alla storia della mia vocazione: Dio non mi ha chiamato per essere prete come se esistesse un essere-prete uguale per tutti. Se Dio ha chiamato proprio me non è stato perché aveva bisogno di un prete, ma di Pasquale prete.

Altre letture?

Leggo volentieri De Crescenzo per esempio, e poi: i fumetti, che mi hanno insegnato tante cose. Daredevil, il cieco. Oppure: il nerd Peter Parker. Oppure: l’orfano Superman. Oppure: lo sfortunato Paperino. Mi hanno formato, così come mi hanno formato, per la reazione di rifiuto che mi hanno suscitato: le opere di Leopardi, delle affermazioni dello stesso Dante. Non ho mai sopportato Torquato Tasso. Sto rivalutando molto i decadentisti, torno a Edgar Allan Poe. Al centro dei miei interessi c’è l’uomo, la sua storia che è inevitabilmente anche la mia. Diogene che afferma “Cerco l’uomo”: è fantastico. Il primo sconosciuto che incontriamo nella ricerca siamo noi stessi. E sai la capata qual è, la più grande bellezza? Che Dio ci conosce, e ci aspetta. Come nel testo di Osea: un Dio che non si vergogna di amarmi laddove io sono il primo molte volte a vergognarmi di me, a non amarmi. Un Dio così ‘nsisto – instancabile, irrefrenabile, che non si arrende mai – è un supereroe.

Mi piace concludere con un verso proprio dalla traduzione di Osea: “Allora t’aggia purtà ‘int ‘o deserto / e parlarraggio a ‘o core tujo”. Abbiamo parlato di musica, parola, bisogno di comunicazione, di esserci all’interno di una comunità viva, ma poi il momento del faccia-a-faccia con la verità avviene nel deserto.

Il deserto è il luogo in cui puoi portare con te solo l’essenziale. E l’essenziale sei solo tu e il tuo cuore, ‘o core tujo. Dio non vuole parlarti mentre sei distratto da altre mille cose, vuole parlare con te quando non puoi fare altro che parlare con lui. La musica guida al silenzio in cui puoi metterti in ascolto di te stesso e della Voce che ti parla, una Parola che non ha più bisogno di parole. In napoletano diremmo: me guardà dint all’uocchie e me capì.

 

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