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THE END. I 10 romanzi apocalittici che non potete non leggere

Gli americani sono formidabili. Appena scoppia una crisi (la pandemia) la portano alle estreme conseguenze e mungono una risposta. Libraria, libresca, narrativa. L’atteggiamento, in effetti, è naturale, connaturato alla creatura eretta: l’uomo crede nella magia del libro, che la parola possa evocare e costruire un mondo. Perfino salvarlo, forse. Così, Emily Temple, giornalista per “Literary Hub”, sotto un titolo a caratteri cubitali (THE END) ha allineato The 50 Greatest Apocalypse Novel. “La fine del mondo non è mai davvero la fine del mondo. In effetti, c’è sempre qualcuno che sopravvive per raccontarcela. E che storie racconta… Gli uomini hanno riflettuto intorno alla fine del mondo da quando sono in vita, così che abbiamo una vastissima collezione di letteratura apocalittica e post-apocalittica”, scrive la Temple. È certo: la letteratura nasce pensando alla morte, vive nel vago fervore di vincere la morte. Dalla lista impilata da Emily, scegliamo dieci libri (con le adatte didascalie scritte da lei). I 10 libri sulla fine del mondo, cioè sulla vita.

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Richard Matheson, “Io sono leggenda” (1954). Eccolo, il più celebre e celebrato romanzo che tiene insieme pandemia e vampiri. A volte memorabile, a tratti noioso, certamente trabocca di idee. La giuria dei critici non è del tutto d’accordo se sia un grande romanzo: ha avuto una influenza potente, è stato contagioso, ecco. E ha una vitalità ancora vibrante.

Colson Whitehead, “Zona uno” (2011). Il più importante romanzo contemporaneo sugli zombie: chi è rimasto a Manhattan è diventato un morto vivente, oppure uno scheletro selvaggio, altrimenti un umano che soffre di disturbo da shock post-apocalittico. Un romanzo per chi ama i romanzi di zombie e il carisma pandemico; un romanzo, soprattutto, per chi ama la letteratura.

James G. Ballard, “Deserto d’acqua” (1962). Il Ballard eccezionale. Un romanzo inebriante, avventuroso, ambientato in un futuro in cui l’intero pianeta è trasformato in una serie di lagune afose, un paesaggio da neo-Triassico che inorridisce e trafigge i sopravvissuti, tormentati da inquiete visioni.

Stephen King, “L’ombra dello scorpione” (1978). Un classico. Probabilmente, il miglior romanzo di Stephen King. Un colosso (ispirato al Signore degli Anelli), con molte trame e molti personaggi, ambientati in un mondo devastato dalla pandemia, a causa di un ceppo virale fatale a quasi tutti quelli che lo prendono (99,4% di infettività). Dunque, un libro che forse è bene non leggere in questo momento.

Cormac McCarthy, “The Road” (2006). Il primo romanzo a cui probabilmente si pensa pensando a “post-apocalisse”. Un uomo e suo figlio vagano in un mondo devastato da una causa che non viene spiegata. Aguzzo, inquieto, una specie di romanzo originario di McCarthy. La desolazione è inflessibile.

José Saramago, “Cecità” (1995). Non c’è bisogno di una meteora o di un virus per distruggere il mondo: basta una fatale epidemia che porta alla cecità. Uomini e donne si annienteranno da soli. La prosa è tortuosa, avvincente; alcune parti del libro sono cupe, pieno orrore. Eppure, il romanzo termina con una scheggia di speranza.

Mary Shelley, “L’ultimo uomo” (1826). Mary Shelley immagina il XXI secolo pressoché ripulito dalla peste bubbonica. Specie di romanzo costituito da una serie di scritti profetici, i contemporanei lo disprezzavano. “I critici dell’epoca cercarono di minimizzare la possibilità di scrivere un romanzo su un tema come questo… Fu descritto come una disgustosa serie di orrori, un romanzo figlio di una immaginazione malata, di un gusto inquinato” (Morton D. Paley). Insomma, tutti elementi che invogliano il lettore di oggi a leggere quel libro di ieri.

Hayao Miyazaki, “Nausicaä della Valle del Vento” (1994). Tecnicamente, è un manga, seriale. Ma amo il mondo apocalittico di Miyazaki, costituito da una foresta tossica, dominata dal Mare della Corruzione, invasa da insetti giganti, mutanti, che occludono ogni spazio. L’eroina è una principessa audace, una guerriera, che ha un profondo rispetto per la natura, per quanto malata o ostile.

Ursula K. Le Guin, “Sempre la valle” (1985). “Le persone di questo libro potrebbero aver vissuto molto, molto tempo fa nel Nord della California”: questo è l’esordio del romanzo, tortuoso, della Le Guin. L’apocalisse è accaduta così tanto tempo fa che nessuno tra i Kesh lo ricorda – non ve ne è traccia nelle loro canzoni. Il libro è costruito come lo studio antropologico di un popolo immaginario, i Kesh, appunto, compilato da un ricercatore di nome Pandora. Per certi versi, è un’opera minore della Le Guin. Ma resta affascinante, resiste.

Angela Carter, “I buoni e i cattivi”, 1969. Anni dopo la guerra nucleare, il mondo ha ricucito le ferite, gli animali corrono liberi e l’umanità si è divisa in fazioni: Professori, Soldati, Barbari e Stranieri. Marianne appartiene ai Professori e cresce in una vera e propria torre d’avorio con il padre, finché non sceglie una vita barbara. Come ci si attende dalla Carter, questa è una visione tersa, mitica, che si congiunge a una riflessione sui nostri giorni.

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