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Il Canone Scorsese. Somerset Maugham, Céline, Shelley, García Márquez e Calvino. In un frammento di “Al di là della vita”, la salvezza attraverso la letteratura

Come sempre: nel frammento il senso del tutto, in ciò che scorre, inavvertito, o quasi, il solo punto fermo. Al di là della vita (meglio il titolo originale: “Bringing Out the Dead”, cioè tirare fuori i morti, esaltarli, portarli alla luce, partorire, dare la vita ai morti, dare la vita per i morti), firma Martin Scorsese, è un film bellissimo. Bistrattato e bellissimo. Girato con velocità psichedelica, di notte, dove sirene e luci sembrano una lotta angelica, una muta di cani, è centrato sulla differenza tra salute e salvezza, tra sanità e redenzione. Andrebbe visto oggi, ma questo poco importa. Piuttosto, Nicholas Cage, allucinato guidatore di ambulanze (mai così in parte), è visitato di continuo dallo spettro di una ragazza, appena maggiorenne, che non è riuscito a salvare. Una ragazza del sottosuolo, evocata dal sobborgo dell’uomo: il film, in effetti, filma l’inferno umano, l’Ade metropolitano, in violenta carnalità. Piuttosto, tutti gli uomini – ciascuno scandito dalla propria aura, dal proprio martirio – sono visti, si direbbe, oltre l’involucro del corpo, nel traslucido dell’anima. Nicholas Cage è uno che bordeggia con l’aldilà, più che veleggiare sull’ambulanza è una specie di Caronte, ha trattative in corso con i morti.

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Dicevo, il frammento. Al di là della vita è tratto da un romanzo di Joe Connelly – uno che dopo quel libro non ha scritto altro –, esce nel 1999, la sceneggiatura è di Paul Schrader, talento regale (c’è lui dietro Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo; nel 1985 gira Mishima. Una vita in quattro capitoli). Nel momento capitale del film – quello in cui Nicholas Cage/Frank Pierce parla dell’adrenalina che ti dilania le vene quando salvi la vita a qualcuno, perché ti senti il paladino di Dio, anzi, ti senti Dio, perché la morte non ha più regno né dominio, mentre quando i pazienti si ostinano a schiattare sei il duca degli inferi, l’ultimo, il punito –, in un fotogramma, appaiono dei libri. Sono sei. Il primo è un manuale medico. Gli altri sono libri di letteratura. Il canone di Martin Scorsese. Il canone di Schrader.

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Mentre Nicholas Cage parla, la macchina da presa fa il giro della stanza, buca la finestra, infuoca i palazzi: il giorno sfuma in notte, una notte sbandierata di luci. Il giardino di Eden è risolto nella foresta di grattacieli. Il passaggio sullo scaffale, di fianco al letto, con i libri è rapidissimo. Lo blocco. Prendo appunti. Ecco la lista, in ordine di apparizione:

William Somerset Maugham, Il filo del rasoio

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

Italo Calvino, Gli amori difficili [tradotto negli Usa da William Weaver, nel 1984; Weaver ha tradotto in inglese pressoché tutto Calvino, Umberto Eco, Giorgio Bassani, ma anche Giuseppe Berto, Oriana Fallaci, Gadda, Montale, Moravia, Pasolini…]

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine

Percy Bysshe Shelley, Poesie e prose

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I magnifici cinque sono questi: costruite voi il pentagono esegetico. La salvezza passa, eventualmente, da Dio; la salute, fino all’insano, è tutta lì, nella parola letteraria. Quanto ai corpi, quelli vanno solo corrotti. (d.b.)

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