Il vero incontro – la sintesi, per così dire, di tutti gli incontri accaduti nel lampo di un’incredibile precocità, autentiche capriole del senso e del sentire – fu con Friedrich Hölderlin. David Gascoyne pubblica Holderlin’s Madness con J.M. Dent & Sons nel 1938: nel frontespizio è riprodotto il disegno realizzato da Johann Georg Schreiner nel 1825, che ritrae il poeta tedesco arguto nella pazzia. Gascoyne aveva 22 anni, era passato tra diverse voragini: l’esordio, sedicenne, con Roman Balcony; l’esperienza a Parigi, alla corte di André Breton, tra le falangi dei Surrealisti, di cui, con A Short Survey of Surrealism (1935) divenne l’avanguardia inglese; l’ammirazione totale per Benjamin Fondane, che insegue e incontra nel ’37, a cui segue l’allontanamento dal Surrealismo, la fuga da tutto. Aveva affinità con i Romantici, Gascoyne, autentici sabotatori della lirica, cronaca di eresiarchi; amava “i poeti e i filosofi della nostalgia e della notte, una notte turbata le cui strade conducono lontano, oltre frontiera, tra le cose dimenticate, i residui del sogno, la follia – una notte, tuttavia, che precede l’alba, che ha fame di sole; questi poeti fuggono dalla propria notte, così Hölderlin, nella sua pazzia, scriveva sempre della luce, dell’aria d’incendio, abbagliante, delle isole meridiane del Mediterraneo”. Qui è la diagnosi del sentire di Gascoyne, che adempie il sapere attraverso la mania, per desiderio di luce, fino alla cecità.

Hölderlin – Gascoyne lo ammette in nota – gli fu rivelato da Pierre Jean Jouve, un altro maestro, l’altro incontro per ustioni, che nel 1930 aveva tradotto i Poèmes de la Folie de Hölderlin. “La conoscenza accompagnata dalla maledizione, la visione trascendentale il cui prezzo è la follia. Il movimento romantico, che apre l’era capitalista, ne avverte già la catastrofe finale, la voce che scandisce il comando storico: Fin qui e non oltre! Il futuro vedrà forse la nascita di una razza in grado di sostituire questo decreto?”. Gascoyne, poeta/profeta – che quella domanda rimbalzi tra le pieghe delle nostre lenzuola, in questo immotivato millennio –, piega Hölderlin, in traduzione di apocalittica eleganza – “Tutto è in fuga/ e si separa/ nel rifugio è il Poeta/ Folle! speri di vedere in faccia/ la tua anima/ ma devi passare tra le fiamme” –, alle proprie esigenze liriche: palestra nella follia. Con scaltrezza, il poeta cita Georg Büchner e Goethe, William Blake, André Gide, il libro di Giobbe; soprattutto, però, si riferisce a Rimbaud, secondo l’interpretazione che ne ha dato Fondane in Rimbaud le Voyou. “In Fondane trovavo un pensatore diverso da tutti gli altri”, ricorda Gascoyne in un libro di metallica bellezza, Incontri con Benjamin Fondane, in uscita per Aragno (la cura è di Luca Orlandini; al libro originario, del 1984, è aggiogato un repertorio di documenti che comprende, tra l’altro, l’intervista a Gascoyne realizzata da Michel Carassou e una lettera di Fondane).
Riemerso dai deliri della follia, dalle peregrinazioni per diversi sanatori, che lo alienarono dalla vita letteraria lungo l’arco di un ventennio, Gascoyne pubblica, nel 1979, una Note on Benjamin Fondane, in cui sottolinea “di essere stato enormemente influenzato da lui, in un momento fondamentale della mia giovinezza”. Attraverso Fondane, Gascoyne conosce l’opera di Lev Šestov, a cui dedica alcune pagine nel Journal 1936-1937 (1980); il poeta inoltra Henry Miller alla lettura di Fondane. “Fondamentalmente, era un uomo religioso”, attacca Gascoyne, in una lunga, dissennata intervista rilasciata nel 1991 a Mel Gooding, sbobinata e ora custodita negli archivi della British Library. Quando parla del pensatore/poeta rumeno, morto ad Auschwitz nel 1944, Gascoyne è roso dall’emozione. A un certo punto, blocca la memoria, legge un testo, In Memoria di Benjamin Fondane (1898-1944), a memoria, “l’ho scritto durante la guerra, quando Fondane viveva in clandestinità, a Parigi. No… non ha mai letto questa poesia… non so se lo rappresenti… è la pura soggettiva reazione a ciò che ho ricevuto da lui”. La poesia è scritta, in origine, in francese, poi Gascoyne la traduce nella sua lingua, pressappoco fa così:
Ecco il deserto di ossa, vago,
valle – eccola – delle tenebre morte, dove la dolce
fonte dello spirito che desideriamo cercare
è scoperta impossibile.
È nell’aldilà
lontano, perduto nell’azzurro essenziale
dello spazio, tra pietre e nevi, nel luogo
sigillato che l’istinto reclama. Per chi attende
senza la vasta sete dei disperati, tutto è maledetto,
chi si disseta alle acque morte
assidera tra miraggi. Ma l’ispirato,
l’autentico, si scatena, dotato di grazia oltre ogni speranza
forza l’ultima porta e con violenza preda il Regno di Dio, attinge l’ultimo Stato, l’unico.
Qui sotto, invece, si traducono un paio di poesie del Gascoyne ventenne, che si guadagnò l’appellativo – per certi versi mistificante – di surrealist poet. Il tentativo del poeta – totalmente ‘modernista’ – è quello di tradurre la forza pittorica in evidenza verbale; più che imitare Dalí o Tanguy, però, Gascoyne cerca, come sempre, di deragliare altrove, di capitolare nella mania. In rete, si ricava una lettura intima di David Gascoyne del 1995. Il poeta, in giacca & cravatta, occhiali grossi, ha una voce nobile, la casa è frugale – le mani, simili a falchi bianchi, tradiscono un’attitudine agli abissi, come le labbra, alate.

*
Salvador Dalí
La faccia dell’abisso è nera di amanti;
Il sole che li celebra è una sacca piena di chiodi; in primavera
I fiumi sfociano tra i loro capelli.
Golia affonda le mani nel pozzo avvelenato
Abbassa la testa e sente i miei piedi sul suo cervello.
I bambini inseguono farfalle si girano e lo vedono lì
Con la mano nel pozzo e il mio corpo che s’irradia dal suo cranio
E si spaventano. Lasciano cadere le reti e sbattono contro un muro di fumo.
La pianura perfetta con i suoi specchi ascolta gli scogli
Dove il basilisco inghiotte fiori.
E i bambini, persi tra le ombre delle catacombe,
Urlano al vetro di aiutarli:
“Piegati al sale, sciabola la memoria
Scrivi sulla mia mappa il nome di ogni fiume”.
Uno stormo di stendardi si fa strada nella foresta telescopica
E vola come uccelli al suono della carne che crepita.
La sabbia cade nei fiumi infuocati attraverso le labbra del telescopio
Forma candide gocce di acido con petali di fuoco.
Gli animali araldici guadano l’asfissia degli astri,
Le farfalle sbucano dal guscio e crescono lingue lunghe come piante,
Le piante giocano con corazze simili a nuvole.
Gli specchi scrivono Golia sulla mia fronte,
I bambini si ammazzano nel fumo delle catacombe
Mentre gli amanti galleggiano tra le rocce come pioggia.
*
Yves Tanguy
I mondi erompono nella mia testa
Soffiati da un vento scervellato
Che viene da lontano
Cupo di crepe e di crepuscolo
E pioggia isterica
Le gracili grida della luce
Risvegliano il deserto infinito
Rintronato dal sonno tropicale
Rinchiuso da morti oceani grigi
Rinserrato tra le cosce della notte
I mondi erompono nella mia testa
Frammenti come briciole di angoscia
Pasto per solitari eresiarchi
Attendono il tumulto ignobile
Giorni con rivolgimenti senza fine
I mondi erompono nella mia testa
Il futuro in fumo non dorme più
Perché i semi stanno sbocciando
Strisciano e strepitano in mezzo
alle rocce dei deserti a venire
Seme planetario
Piantato da un vento grottesco
Con la testa tumefatta di rumori
Con le mani rapide di tumori
Con i piedi conficcati nella sabbia.
David Gascoyne