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Contro la tirannia dei Dizionari dei luoghi comuni

Scrivere di questi tempi un articolo politico-culturale è un po’ come giocare a Tabù, il mitico gioco delle parole proibite. Bisogna intraprendere la via lunga delle perifrasi, glissare sui costrutti cui a torto o a ragione sono stati appesi i bargiglio dell’ideologia: una slogata corsa ad ostacoli, o l’inseguimento della rima in –occia in una terzina dantesca. Coll’avvento del postmoderno il linguaggio dell’oggi moltiplica le trappole, lo spauracchio della narrazione è subito pronto a sfoderare la sua cresta di arnesi affilati, come dal manico di un coltello svizzero. Così tutto si sviluppa in un mero gioco di astuzie altamente istruttivo su come le più complesse economie si giochino nelle calibrature del linguaggio e su come tutti i più vistosi apparati non siano che le emanazioni proiettive di questi minimi scarti verbali. Ma anche questa è una di quelle banalità mai veramente impugnata, laddove la biopolitica detiene il monopolio, laddove come diceva simpaticamente Preve, non c’è alcuna differenza economica tra il carnefice che mette a morte i condannati e il bidello che mette in bella fila gli scolari.

In quest’era altamente tassonomica la conscia od incosciente compilazione di dizionari dei luoghi comuni è precisamente l’esercizio più a buon mercato con cui si può scroccare fama di moderno interprete, l’espediente furbesco dei nuovi trickster, o addirittura la scala al Padreterno per chi è ancora convinto (questi ultimi formano un autentico esercito) che la vera dialettica si estenda fra i genuini rapporti di forza, ignorando ampiamente la scelta deliberata dei due termini, sempre arbitraria e delegata.
È molto strano. Ai tempi di Flaubert e di Bloy, i dizionari dei luoghi comuni venivano adoperati per vibrare di taglio poderose pagaiate sulle teste da manichino di una certa borghesia. Oggi il loro utilizzo è sempre sotteso al livellamento lessicale e quindi alla conformità politica. Non dovendo rovesciare nessuna vera controparte, anzi, limitandosi ad affermare un acquisito campo di potere, lo scacco alla stagionatura linguistica che dovrebbero operare converge paradossalmente in una stagflazione del senso. Ma anche del termine nichilismo deve farsi a meno se si continua a far coincidere abuso e falsità, negando della prima la contingenza e della seconda la reversibilità.

I cataloghi dell’impronunciabile vengono branditi con successo da un’entità che con tutte le responsabilità del caso mi azzardo a nominare neoborghese. I nuovi benpensanti (ossia i detentori esclusivi del nuovo buon senso), li formattano senza tregua per destrutturare, rendendoli imbarazzanti, termini ancora irrisolti come “pensiero unico” e “neoliberismo” solamente perché sussunti a slogan populisti. Un po’ come non adoperare più lamette da barba perché utilizzate anche da Adolf Hitler. Questo gruppo ancora da definire, ma facilmente riconoscibile per l’identicità dell’assunto, che non nutre tuttavia sospetto verso l’assoluta mancanza di discrasie all’interno della sua area narrativa, rappresenta il nuovo corpo di mediazione verbale, mentre il suo coro va subentrando lentamente alla classica ufficialità mediatica dei format più volgari.

Chi presiede all’invecchiamento delle parole e al loro giudizio afferma la politica più decisiva, e poiché questo ministero che un tempo apparteneva alla beata follia dell’arte, è demandato a chi siede sulla compiutezza del suo mondo, nessun vero mutamento si profila sull’orizzonte degli eventi. La classe media continua a non cogliere la differenza che corre fra qualitativo e quantitativo. Come i greci è convinta che il salto qualitativo si affermi da sé, come la somma di un determinato numero di singole gocce diviene magicamente pioggia, ignorando del tutto la trappola grammaticale. Un preciso numero di gocce per passare dall’acqua alla pioggia. Un preciso numero di atomi per passare dalla fisica quantistica a quella classica.

Il piano di immanenza da cui estende le sue derivate è ben individuabile e circoscrivibile pressoché totalmente in quel cascame ideologico che un tempo era stigmatizzato come “buon senso”. Perciò la middle class culturale, quella che dovrebbe essere la placca di unione e la sintesi risolutiva dei conflitti, si conferma ancora una volta come la piaga più fetida del corpo sociale.

Antonello Cristiano

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