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Come una mattina all’Eurospin può salvarvi la vita. Racconto di un disperato alla ricerca dell’immortalità tra asparagi e Alzheimer

Copertina 2 (2)

Il privilegio di essere disoccupato e abitare di fianco all’Eurospin è quello di avere sempre a portata di mano una bella scorta di birra Kenner. Ingozzarsi del suo fantastico luppolo austriaco, nella solitudine del mio loft romano, davanti ad una serie Netflix non ha prezzo, o meglio, lo ha: 2,99 euro per una confezione da quattro e 7,99 euro per un abbonamento Netflix standard. Adoro crogiolarmi negli abissi abietti della mia malsana solitudine. Mi accorgo che, dopo un paio d’ore consecutive passate davanti al monitor, a tracannare con sguardo vitreo e occhi gonfi, avverto una fitta dietro la nuca ai lati della regione occipitale, la vista cala e le mani si intorpidiscono. Decido allora di fare una piccola pausa, per evitare di passare l’intera notte in preda alla turpitudine esistenziale e al reflusso gastrico. Ma il privilegio di abitare di fianco all’Eurospin è anche quello di incontrare, nonostante io sia un misantropo, una fauna di umanità disperata ai limiti dell’immaginazione. L’altra mattina, ad esempio, seppur ancora in attesa del reddito di cittadinanza, mi trovavo nel mio amato supermercato. Tra i più temuti incontri che si possono fare, vi sono quelli con i vicini di casa. In prossimità del banco dei surgelati, notai in lontananza la vecchia del secondo piano. Ha dieci nipoti, quattro figli e persino tre bisnipoti, e nessuno che la vada mai a trovare. Vive nella solitudine totale e nonostante l’artrosi, l’arteriosclerosi, lo spettro della demenza senile e l’Alzheimer galoppante, non è disposta a cedere e si afferra con fervore alla vita. L’ossessione della vita eterna è quello che ci tiene in piedi. Non siamo disposti a cedere, a venire a compromessi. Mi chiedo cosa pensi la sera, quando è sotto le coperte, e cosa aspetti a farla finita. Capite bene come la sua storia sia per me di conforto. Spinto da un’irrefrenabile e assurdo moto di compassione, decisi di salutarla. Più mi avvicinavo al suo corpo rattrappito e più mi accorgevo di quanto la vecchiaia sia spietata. Siamo sicuri che il fatto che la vita media si sia allungata costituisca un bene? Il suo volto appariva bucherellato, lapidato come un paesaggio lunare. I capelli sporchi, grigi, diradati come quelli dell’anziana gattara dei Simpson. La sua mano artritica si muoveva lentamente nella difficile impresa di prendere una confezione di asparagi surgelati. Mi avvicinai ancora di più. Non c’era nessuno al banco, oltre noi due poveri disgraziati. Lasciai perdere il mio mood malinconico, che mi avrebbe condotto verso una sana estinzione glaciale sotto le confezioni monodose di pizza surgelata, presi coraggio e le parlai.

“Buongiorno signora, sono il sig Nutricula del piano terra.”

La vecchia si volta, mi guarda, strabuzza gli occhi. Appariva incredula. Attimi di silenzio e poi parla.

“Ginoooo! Ginoooo! Disgraziat! Ma t par chist o’ mod e’ anna ‘n’miezz a via?”

Il suo principio di Alzheimer stava vincendo. Gino, suo figlio, napoletano da tempo emigrato a Milano, l’aveva ormai abbandonata al suo triste destino romano. Ma non capivo perché quella vecchia ce l’avesse con la mia amata tuta adidas alla Fidel Castro.

“No, signora. Sono il sig Nutricula del piano terra, ha presente?”

“Gino che fatt?! T sì trasferit o pian e’vasc – piano terra – e nun m’e ritt nient?! Vieni da me, disgraziat!”

Nulla da fare. Il suo cervello era andato in pappa. Decisi di stare al gioco. Provavo una certa empatia per quella simpatica vecchia rincoglionita di origini partenopee.

“Si madre, è stata una decisione sofferta ma inevitabile. Dovevo tornare alle origini per potermi sopprimere.”

Qualcosa in lei scattò e un sorriso comparve sul suo volto straziato dagli anni.

“Ginoooo! Ti sei ricurdat e me purtà a’muzzarella?”

“No madre, sono allergico ai latticini, alla gente, alla vita, a tutto. Medito l’estinzione della specie. La vita è un massacro, madre. Il tempo ci annienta.”

“Ginoooo! Figlio mio, ma come te sei ridotto? Vamm a pija a’muzzarella. Curr!”

Niente. Mi trovavo davanti a un muro di gomma, un apparato umano scarnificato del suo essere. Ma tutto sommato provavo una strana sensazione di gioia. Avevo trovato un interlocutore sordo, un rispettabile antistress, un antidoto alla mia sofferenza, alla mia solitudine.

“Va bene, madre. Andrò subito, ma tu converrai con me sul fatto che la vita ci ha fottuti. Il solo fatto di esser nati basta a farci precipitare nell’angoscia.”

“Gino, figlio mio, figliuzzu beddu, domani viene padre Alfio dalla parrocchia, fatti benedire! C’amma fa truvà a’muzzarella pur a’iss.”

“Madre cara, Dio è morto. La fede è un virus. Dobbiamo recedere da siffatti pensieri, tenerci per mano, cedere all’infertilità e camminare felici verso l’estinzione.”

Quanta gioia ho provato nel potermi confidare con lei. L’Eurospin poteva riservarmi ancora delle belle sorprese.

“Ginooo! Tieni, prendi questi! Stasera faccio una bella cena.” Si rattrappì ancora di più e prese dal banco freezer una confezione di asparagi che mi offrì con somma gioia. “Questi ti faranno bene, sì sciupat! Gli asparagi fanno bene alla salute, t fann annà into o’cess, so’ na bomb! E tu sei cagionevole a’ mammà.”

“Madre, ti ringrazio per tale dono e per la splendida discussione sull’efficacia degli asparagi nel combattere il lento e triste decadimento del corpo. Credo che tu sottovaluti le tue capacità intellettive.”

“Eehhh? Non ci sento più tanto bene, Gino. Ho sempre stu’ fischio int e’recchie. O’duttore m’ha detto che soffro di aracfene, alfiene, aufenne… nun m’arricord mo.”

“Acufene, madre. Acufene. Ma non temere, quel fischio che tu senti non è altro che un ronzio, quel ronzio di fondo lo si percepisce in ogni attimo della nostra vita, un ronzio incessante che non porta a nulla. Col passare degli anni quel ronzio si accentua e diventa rumore, poi, da morti, scompare del tutto.”

Non eravamo più soli al banco dei surgelati. Qualcuno cominciava a guardarci con sospetto. Ma era comprensibile: tali pensieri elevati erano irraggiungibili per dei comuni mortali. Decisi in quell’istante che avrei accettato volentieri di cenare con la vecchia, per riprendere il nostro magnifico discorso. Ci salutammo con rammarico, ma con la promessa di rivederci presto.

Ho trovato finalmente l’antidoto alla mia solitudine. L’Eurospin mi ha dato in dono un essere spogliato del suo stesso essere. Mascherarmi in un Gino qualunque, per non dovermi pensare, per non dovermi sopprimere. Confessarmi a un muro di gomma bucherellato e straziato dal tempo. Parlare per non sentirmi ascoltato. È così che andremo avanti io e la vecchia del secondo piano. Stasera cenerò con lei. Gli asparagi mi hanno salvato la vita.

Marco Nutricula

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