02 Ottobre 2020

“Cerco di giustificare un imponente piacere, pietà di me”. Guido Ceronetti, il drago escatologico e la vera sapienza (che vuole un cuore vuoto, privo di dizionari)

Nei suoi Pensieri del Tè, Ceronetti scrive: «Visto come un grande Vivente – alla Bruno, alla Vanini, alla Spinoza – il Mondo è puro e vivente Satana, noi i suoi parassiti». Se in Ap, 12, 9 Satana è il nome in cui s’identificano il serpente dell’Eden e il grande drago escatologico, lo sguardo gnostico del filosofo ignoto scava più a fondo, fondendo a questi rettili il drákonta orfico: il Tempo-Chronos. Ceronetti vede l’uomo condannato a conoscere la vita solo nelle spire cronolatriche di questa bestia. Ma oltre questo regno di costrizione e di forme (in un’architettura tutta «rettangoli di morte»), c’è qualcosa che chiama: «Sposi nel Drago e in lui vivi e dispersi / Di noi il fummo il siamo il saremo / Guardiamo come spettri; / E il grande Caos che vive di là dai vetri / Figura e notte di noi muti ingrandita / Ci rende attenti».

Come già in Simone Weil, ‘attenzione’ è per Ceronetti l’unica vera forma di preghiera. Ma la preghiera ceronettiana si rivolge proprio a quel grande Caos, infigurabile punto vuoto da cui ogni declinazione del divino s’irradia. Per questo il biblista scivola in Oriente, al cospetto della Bhagavad-Gita («Nelle strette della vita, non ho chiesto, non chiederei ai Salmi di darmi pace e riposo, mentre spesso ho fatto ricorso alla Gita… e il suo responso non mi ha mai lasciato immedicato»). Uno scivolamento strategico: poche cose potevano attirare Ceronetti come il culmine del pensiero indiano, lo Shivaismo, dove il dio non è principio vivificante, ma, all’opposto, danza vorticosa che ogni forma distrugge, dissolvendo tutto nell’amorfo e originario Uno.

Ma è un circolo sospetto: l’autore di Cara incertezza pare troppo sicuro; l’autore del Silenzio del corpo, una voragine di verbosità. Meglio arrestarsi sulla soglia ripida della gnosi. Ceronetti stesso, forse, l’avrebbe voluto: «Il problema della salvezza (della vera sapienza) è svuotarsi, e io non faccio che seguire le mie curiosità libertine, mi riempio, divoro passato, inseguo spettri nei corridoi del Tempo. Ma la sapienza che vuole come presupposto la kénosis mentale è la sola vera. Il resto è Desiderio, ricerca di distrazioni. Dio non può venire che nel cuore vuoto, concentrato in lui, non in un cuore occupato da Dizionari. I Dizionari sono Peccato sulla porta, pronto a slanciarsi. Facendo libri colti, a mia volta riempirò altri, che mi cercheranno per distrarsi, credendo di cercarmi per sapere. Ma l’incomprensibile storia umana, i suoi enigmi e baratri ci fanno segno, ci indicano qualcosa al di là dello steccato, le vittime insanguinate delle battaglie spirituali e campali ci supplicano di vendicarle per mezzo del gesto che riflette, di fargli giustizia col pensiero, di trovare un senso, la cui privazione fa ululare le ombre, a quel loro inutile bruciarsi nell’esistenza. Così cerco di giustificare un imponente piacere, pietà di me».

Emerge da questa pagina – forse, la sua più bella – una quarta testa di drago: Vṛtra, il titanico serpente che secondo la cosmogonia vedica avvolge e costringe in sé l’intera esistenza cosmica, in un’indistinzione caotica che mima quella dell’Uno, mentre in realtà si gonfia nella contemplazione di sé. Quando lo slancio verso la Bhagavad-Gita non venga dallo svuotamento mentale, ma solo da desideri e dizionari, l’Oriente non potrà non ridursi a questo rettile dalle spire di nubi, destinato a morire assassinato dalla folgore di Indra. Si legge che, trafitto quel corpo immane, le acque prigioniere in esso ricaddero nel mondo, vivificandolo, e fluirono liberi da quelle spire il sole, il cielo e l’aurora (Ṛg Veda, I, 32, 2-4). Nella confessione ceronettiana è ammessa, forse implorata, la venuta di un fratello (come Indra lo è di Vṛtra) capace di strappare alla tirannia dell’ego, all’ingombro dei dizionari. E se il Cristo di Ceronetti è maestro di via iniziatica, di una conoscenza che non troverà mai sazietà, è alla samaritana, non ai discepoli, che Gesù annunciò: «Chiunque beve di quest’acqua [del pozzo di Giacobbe] avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò [se stesso, non una dottrina], non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv, 4, 13-14).

Tommaso Scarponi

Gruppo MAGOG