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“Nulla è più nero dell’alba luminosa del ricordo”. Celan e i suoi frammenti che travolgono e pacificano

In poesia, capita a volte che un unico verso possa contenere l’intero universo, proiettandoci su traiettorie sconosciute o, al contrario, completamente contemplate nel bagaglio della nostra esperienza. In poesia ‒ dico ‒ se ciò avviene, e lo si avverte compiutamente, scatta un sentore di vero, un aroma di autentico; quella fragranza che una scossa renderà immortale nel ‘per sempre’.

Perciò quando m’imbatto in quel frammento, negli abiti cristallini di Celan, in microliti che sembrano più fiammanti meteore che minuscoli minerali, la mia vita, nell’istante, può cambiare immediatamente. Se poi il microlito fosse un’arma, quella piccola pietra tagliata destinata all’uomo preistorico per cacciare e / o raccogliere, il significato misterioso del poeta diventerebbe ancora più nascosto e impertinente.

Cosa, difatti, potrebbero dire a noi ‒ a me ‒ determinate parole? Qual è il senso celato di tutto un cosmo poetico: infinito creato nel firmamento dell’etere.

Quando leggo: “Il poeta: sempre in partibus infidelium“, mi riconosco innocente e schiavo delle contingenze passate, nelle quali, inesperto e volontario, affrontavo, immischiandomi, l’incoerenza e la fanciullesca intemperanza. Tutto doveva portarmi là, nelle terre desolate e guaste degli infedeli d’amore. Coloro che sapevano già tutto del mondo, e straripavano in sesso, alcol, droga e bestemmia. Tutti increduli, atei, devoti all’opportunismo, mi guardavano come dèi dall’alto, e ridevano come demoni di nascosto della mia fioca voce da poeta. Eppure, inconcludente, m’immergevo insieme a loro, in vasti oceani di non curanza; nello spleen che addirittura ti fa noia; in una perdita di tempo clamorosa e totale, dove vigeva e valeva unicamente il carisma dell’irrisolto e dell’irresoluto.

Dunque in questo verso che contiene persino parole latine, parole di una lingua morta, che se pronunciata (a voce o nella mente, poco importa) spalanca mondi e meraviglie a chi ne voglia esser ebbro, un poeta come me si compiace e si ritrova. Ed il messaggio lanciato da Paul Celan ha raggiunto, tra gli altri, proprio me. E lo raccolgo, tra le mani sconosciute e fedeli ad un gesto millenario. Come una conca che possa diventare culla o nido, le mie dita stringono e proteggono le parole di un aedo ad un altro cantore:

“Il poeta: sempre nelle terre dei non credenti.”

Come fosse una missione, oggi più di allora cosciente e sprezzante. Impertinente al pericolo, non curante delle trappole e trabocchetti, il poeta ingenuamente dimentico è destinato all’incontro continuo con il fato altrui.

Ed io, che ora mi ricordo tutto ciò che fu irragionevole, nell’alba della Natura ad ospitarci tra ninfe e canti, tra massi, boschi e torrenti, con gli occhi alla volta del cielo, leggo di Celan un’altra scheggia, quel detrito, il tassello che solo potrà, sempre e unicamente nel baleno del tempo, ricordarmi chi ero e chi fui. Proteggendomi maggiormente nell’adesso.

“Nulla è più nero dell’alba luminosa del ricordo.”

Perché “Ricordare in poesia ‒ ricordare come assenza”, è interamente ciò che so. L’inequivocabile scarto, l’avventato pericolo nel tuffo spericolato dentro all’ignoto che sempre ci attende, se solo sentissimo di voler essere e appartenere a noi stessi e agli altri fino in fondo ‒ fino alla radice ‒ fino al midollo che brucia e scoppietta e scintilla sempre e soltanto unicamente per amore.

Giorgio Anelli

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