skip to Main Content

Lo sguardo abbacinante dell’ipnosi: la Cina secondo Carlo Laurenti (e Lu Xun)

La Cina, questo territorio lontano, esotico e affascinante, è oggi sulla bocca di tutti. La sua rilevanza economica e geopolitica, nonché, più recentemente, la sua centralità nelle vicende pandemiche, l’hanno resa nel giro di pochi anni un oggetto di studio sempre più familiare, una protagonista della nostra quotidianità – ancorché spesso, come forse è inevitabile, preda di incomprensioni, letture superficiali, ermeneutiche esotizzanti. Il monito evocato da Edward Said nel suo celeberrimo saggio del 1978, Orientalismo, rimane valido: studiare l’Oriente è stato – ed è sovente tuttora –, per l’Occidente, una forma di egocentrica autoaffermazione culturale e identitaria di carattere imperialistico.

Se la scoperta del cuore segreto dell’Oriente richiede un abbandono di questo sguardo viziato dai pregiudizi eurocentrici, da uno sguardo sciovinista e culturalmente “sostanzialista”, sarebbe altresì ingenuo immaginare che uno sguardo “neutro” possa darsi su un dominio così complesso, articolato e composito come la cosmopoli cinese. Sarebbe ingenuo, d’altro canto, ipotizzare che uno sguardo “neutro” possa darsi su alcunché – come non ricordare la lezione della fenomenologia, dell’ermeneutica e della storia delle idee?

Molto interessante, a tal proposito, è ad esempio la posizione del sinologo François Jullien, la cui visione è fondata sul concetto di “scarto”: vi è uno scarto fra la cultura orientale e quella occidentale. È operando su tale scarto che un pensiero avvertito può interrogarsi efficacemente su se stesso. Ecco perché è di particolare interesse, a nostro avviso, calarci come palombari nell’abisso cinese, senza pretese monotoniche di “scientificità” e assolutezza, ma con una guida letteraria che fa dell’onesta passione per la curiositas e lo scetticismo la sua stella polare. Ci riferiamo alla recente pubblicazione, per i tipi di Aragno, di Due o tre cose sul signor Lu Xun-Cina silenziosa, gioiello editoriale a firma di Carlo Laurenti. Il volume, che affronta di petto importanti temi letterari ed esistenziali, offre a chi frequenta con sapienza il sottotesto dell’opera spunti variegati per avvicinarsi in maniera genuina al “Paese di Mezzo”. Lo fa con una guida di prim’ordine: Lu Xun (1881-1936); questo è il nom de plume di Zhou Shuren, uno tra i massimi scrittori cinesi del Novecento, una figura irriducibile alle definizioni: formatosi in ambito medico – come monsieur Céline (sarà un caso?) –, fondatore della lingua cinese moderna, professore, rivoluzionario (non maoista), ha espresso il proprio talento in romanzi, racconti, poesie, prose brevi inclassificabili, ibridi letterari. Chimere, metamorfosi e miraggi, stelle danzanti. Su tutto domina la letteratura come vocazione: scelta carnale, quotidiana, dettata da una necessità fisiologica – come quella che ci porta ad alimentarci e dissetarci.

Nella frenesia della scrittura, Lu Xun si fa demiurgo: non si limita a descrivere i panorami della vasta Cina – con le sue vette culturali e gli abissi sociali, nell’incontro/scontro fra modernità e tradizione, immaginario onirico e razionalità concreta – ma crea autonomamente sfere di senso, trame, nodi. Proprio al nodo, che campeggia in copertina, e al suo mistero è dedicato uno dei passi più emozionanti della sezione antologica di Lu Xun, la sezione del volume intitolata Cina silenziosa, che contiene una selezione ragionata di passi dell’opera dello scrittore cinese. In Il mio primo maestro (1936) Lu Xun narra infatti della cerimonia cinese chiamata “sciogliere nodi”: in occasione di una morte, è bene sciogliere i nodi dell’inimicizia, per garantire pace al defunto. In Cina vi è un rito simbolico dedicato a questa pratica spirituale propria della tradizione buddhista: «Dopo il canto dei sutra e l’esecuzione dei rituali, venivano posti piatti di cibo e fiori davanti all’urna, insieme a un piatto di nodi. I nodi erano fatti di canapa o di spago bianco infilato in una dozzina di soldi di rame, e poi annodato a forma di farfalle, di disegni geometrici o altre forme indicate, molto difficili da sciogliere. I monaci sedevano intorno al tavolo cantando sutra mentre disfacevano i nodi; e quando i nodi erano disfatti, i soldi di rame entravano nelle tasche dei monaci». Attorno alle possibili pratiche mediante cui gli uomini simbolizzano il rapporto coi nodi – e, quindi, con le relazioni fra gli uomini – Lu Xun costruisce un ficcante affresco narrativo: santi che combattono l’inimicizia disfando nodi, monaci che si innamorano dei nodi più belli e li trafugano, familiari che modellano nodi così intricati da renderli per sempre inestricabili. I nodi ricordano i vincula sottili mediante cui, stando al nolano Giordano Bruno, l’intero cosmo, nella pluralità dei suoi gradi di realtà, è intessuto. E attorno a questa microfisica delle relazioni si staglia la fisionomia della Cina che Lu Xun ci ha tramandato. Essa emerge più dai dettagli che dalla linearità delle narrazioni: si estroflette dai luoghi della biografia dell’autore al suo “appello alle armi”, dalle riflessioni sulla dialettica rivoluzione/controrivoluzione alla dissertazione linguistica attorno alla “Cina silenziosa”, in quanto ancora in attesa di scoprire la propria lingua moderna, sino alla questione della morte e alla ricerca spirituale – «La gente spesso odia i monaci buddhisti, odia le monache buddhiste, odia i musulmani, odia i cristiani; ma non odia i taoisti. Chi capisce la ragione di ciò, ha capito gran parte della Cina» (Noterelle, 1927).

A questa Cina è dedicato il formidabile saggio Due o tre cose sul signor Lu Xun, rielaborazione della tesi di laurea che il giovane sinologo Carlo Laurenti dedicò alcuni decenni orsono a Lu Xun, impiegato come grimaldello per penetrare nell’Altrove. Le riflessioni di Laurenti ci aiutano a incunearci nella stratificata produzione di Lu Xun: ci chiariscono la sua voce tonante, ma soprattutto i suoi non-detti. Ci spingono ad accostarci alla sua forza stilistica iperrealista, alle sue fonti esistenziali e romanzesche, alla sua arte di esplorazione e divagazione letteraria, al suo pensiero «acentrato, laterale, privo di un punto di vista unico, refrattario a ogni sintesi, a ogni sistema».

Ma soprattutto, a emergere sono alcuni consigli sapienti per affrontare il mondo cinese – e non solo – in maniera inedita. In primo luogo, «lo “spaesamento” come metodo di conoscenza». L’autore lo spiega con chiarezza: «Volevo ritrovare lo “stupore”, il senso del meraviglioso e, soprattutto, farne provvista per il ritorno, nel senso di acquisirne per sempre la capacità: l’arte dello Stupore. Ed essere in grado di “leggere” come per la prima volta la realtà anche qui da noi». La meraviglia, già per Platone e Aristotele origo prima della filosofia (loro parlavano, in greco, di thaumazein), viene riportata al centro della metodologia di ricerca, disinnescando le opposte ma convergenti Scilla e Cariddi: un positivismo astratto e razionalista e un relativismo soggettivista cinico e incapace di bellezza.

In secondo luogo, a palesarsi è un metodo interdisciplinare ma non sincretista, attento alla dialettica fra identità e differenza: un «modo nuovo va trovato perché le analogie non restino delle affinità inesaudite, perché lo scarto tra le culture torni a essere comunicabile, come lo era prima di Babele». Questo metodo paradossale si basa sull’apertura all’Altro e sulla preparazione all’accoglienza del suo presentarsi – secondo delle movenze che non possono non ricordare l’atteggiamento heideggeriano di preparazione alla disponibilità (Gelassenheit) all’Ereignis, l’“Evento dell’Essere”. «Io propongo – spiega Laurenti – lo sguardo ottuso, abbacinante dell’ipnosi; suggerisco di sfilarsi le più impercettibili “lenti a contatto”: prima di scoprire, bisogna lavorare sul pregiudizio, sgombrare la retina da quanto vi è impresso; non sarò China-watcher, sarò semmai China-voyeur».

E il voyeur Laurenti, fra le tante folgorazioni sorprendenti, viene affascinato in particolare dalle radici taoiste dell’opera di Lu Xun, dal suo legame con il classico Zhuangzi, che in fondo altro non rivela se non una «filosofia dell’antipotere, del governare quello che già si governa da sé», una forma di «Materialismo Organico» capace di superare qualsivoglia dualismo riduzionista.

In questo senso, l’itinerarium mentis di Laurenti è un percorso trasformativo dello sguardo, in cui si toccano quelle sottili forme di sensibilità che François Jullien, nel suo Cinque concetti proposti alla psicoanalisi, ha definito tramite le nozioni di “disponibilità”, “allusività”, “sbieco, obliquo, influenza”, “de-fissazione”, sino a giungere a una “trasformazione silenziosa”, in cui a contare, più della verità – per come intesa dalla metafisica sostanzialista europea – è il “tra” (metaxu in greco, ma in giapponese, jian in cinese), il non-luogo dove tutto avviene, «che è prima di tutto il “tra Cielo e Terra” simile al grande mantice, del quale è detto che “vuoto non è scarico e che, più lo si muove, più ne esce” (Laozi, 5)».

A questa sapienza “nodale” forse si era già avvicinato un occidentale, Gustave Flaubert, che ebbe a scrivere: «I nodi più tenaci si sciolgono da soli, poiché la corda si consuma. Tutto se ne va, tutto passa, l’acqua scorre e il cuore dimentica».

Luca Siniscalco

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca