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“La poesia? Non trasmette nulla. Ma il poeta è il quadrato della verità”. Un libro memorabile di Giorgio Caproni

Tra i grandi poeti del ‘canone’ italiano, Giorgio Caproni nasce nel 1912 a Livorno e muore nel 1990 a Roma. Nell’arco di una vita, il poeta ci ha consegnato libri importanti come “Il seme del piangere”, “Il franco cacciatore”, “Il conte di Kevenhüller”, “Res amissa”; è stato anche narratore (valga: “Il labirinto”) e arguto saggista. Alcuni scritti, pubblicati su diversi giornali, sono stati raccolti nel 1996 in un volume edito da Garzanti, ora pressoché introvabile: “La scatola nera”. La raccolta di articoli si divide in tre sezioni: «Scritti di poetica», «Sul tradurre» e (la più corposa), «Recensioni».  La lettura è folgorante. Come scrive Giovanni Raboni nell’introduzione “del critico di razza Caproni ha davvero tutto: il fiuto nel riconoscere a colpo sicuro, con una tempestività che rasenta, a volte, la divinazione, non soltanto la qualità, ma la funzione, il destino, il senso storico della qualità; […] la chiarezza, la limpidità, l’assoluta non arroganza della scrittura, una scrittura che potrebbe ma non vuole mai porsi al centro dell’attenzione, che non relega mai in secondo piano, degradando a pretesto, l’oggetto dell’indagine […]”. Da quel testo, ricalchiamo un brano. (Bianca Cesari)

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Il quadrato della verità

Se mi piacessero le frasi ad effetto scriverei questa senza strizzare gli occhi: «Dio ha creato l’universo – l’uomo l’ha nominato». Farei un bel punto e una lunga pausa, e aggiungerei: «E sono due universi distinti».

Poi mi darei una fregatina alle mani.

Invece preferisco lasciare questo tono al suo legittimo proprietario Victor Hugo, il quale senza dubbio sarebbe stato felice se gli fosse scappata una boutade pari a questa. E anche quest’altre cose lascio a chi ha voglia di raccattarle; i sottosensi e i soprassensi etici e morali che una simile frase potrebbe suggerire, limitandomi a tenermi il puro senso letterale di essa.

E il puro senso letterale di essa, per me che l’ho scritta, è unicamente questo: che la forma più alta e libera del linguaggio (la poesia) è una realtà distinta dalla natura – una vera e propria altra realtà che pur essendo indotta da quella originale (o meglio originaria) è destinata a rimanere parallela ad essa – a non collimare mai, nemmeno un punto del linguaggio (una parola), con un solo punto della natura (una cosa).

Non propongo un giuoco di bussolotti o il principio di un’estetica che forse esiste già: voglio soltanto superare questa conclusione: che una parola essendo in poesia un oggetto e in una realtà a sé (anche se indotta dalla natura ch’è la sua condizione) è essa stessa un oggetto a sé – cioè esiste tra un nome collocato nel linguaggio e l’oggetto naturale da esso nominato la stessa legge d’impenetrabilità vigente tra oggetto e oggetto. Un fatto che si può perfino sperimentare, e proprio in corpore di quella ch’è comunemente ritenuta la forma più aderente di letteratura: quella descrittiva, ch’è invece la più impossibile delle forme letterarie possibili. Perché mi par perfino troppo evidente che confrontando «quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno» così come io lo vedo sulla pagina (io che non l’ho mai visto in natura) con quello che vedrei in loco, mi troverei appunto di fronte a due paesaggi che non collimano – che non sono la stessa cosa e che comunque dove è uno non può essere l’altro senza una sostituzione.

Intanto posso appigliarmi a questa precisazione: che l’oggetto naturale è di per sé inerte, anche se capace a volte di suscitare una violenta impressione: un’impressione che resta anch’essa nella natura e quindi senza alcun potere non contingente sull’uomo (sull’humanitas dell’uomo); mentre il corrispondente nome nel linguaggio (l’oggetto della realtà poetica) è un’energia potentemente attiva – un potente empito di vita oltre la contingenza e oltre un interesse tutto animalesco. Talché potrei anche dir così: che nel linguaggio poetico non soltanto le parole non sono più natura ma nemmeno, come nel linguaggio logico, concetti: sono unicamente polle d’emozione, cioè segni che non trasmettono nulla, se a questo si vogliono ridurre, che pur non «trasmettendo» propriamente nulla (nemmeno l’emozione provata dal poeta di fronte all’oggetto nominato) hanno tuttavia quest’infinito potere: di «generare» un’emozione sia pure tuttalpiù simile a quella del poeta e ogni volta diversa nei gradi e perfino nella qualità relativamente alla cultura, all’educazione, alla sensibilità di ciascuno che ascolta. E in questo, appunto, risiede la dignità del linguaggio poetico: in questa sua potenza non trasmette ma genera una realtà – quell’altra realtà di cui dicevo dove la parola, rotto l’involucro concettuale (la convenzione) e girato tutto il circolo della cultura, si ritrova all’origine e all’originalità (alla prima pronuncia), tessendo più che un discorso logico, un ruggito dolce di belva, il mugghio di quell’animale estremamente dotato e complesso ch’è l’uomo: cioè qualcosa di ben più «convincente» di qualsiasi eloquio.

Il che alfine non soltanto aiuta a negare che la poesia è documento, bensì porta proprio alla conclusione opposta: cioè all’affermazione che più mi sta a cuore: che la poesia, sì, non è documento, ma in quanto è addirittura, come avevo detto un po’ un pomposamente in principio, realtà. Cioè proprio come io stesso sono il documento di me stesso o meglio ancora, per non aver l’aria d’essermi troppo divertito con i sofisti, come non può non esserlo quell’altra realtà che, per essere anch’essa dell’uomo, non può essere tessuta di ciò che non pertiene all’uomo (naturalmente inteso anche come società).

Perché il poeta (lo scrittore) è non soltanto un ponte tra le due realtà parallele, bensì nello stesso tempo è anche il regolatore del traffico su tale ponte: per cui sta a lui, in mezzo alla ressa, farvi passare l’errore anziché la verità. L’errore (il falso) che istantaneamente deruberebbe l’altra realtà, la quale vive all’unica condizione di essere vera. Di essere addirittura il quadrato della verità: la potenza, se la natura è già una potenza, di una potenza.

Giorgio Caproni

(«La Fiera Letteraria», 27 febbraio 1947)

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