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“Sex and The City… Ancora?!”: il nuovo libro di Candace Bushnell letto e recensito da Matteo Fais e Viviana Viviani

Candace Bushnell racconta l’amore over cinquanta: la strenua lotta contro il tempo per non perdere l’ultimo giro in giostra

Sex in the city… e adesso? di Candace Bushnell, cattiva traduzione dell’originale Is there still sex in the city? (C’è ancora sesso in città?), è difficilmente inquadrabile in un genere. Come parlare ancora di chick lit, letteratura per pollastrelle, se le pollastrelle sembrano ormai pronte per fare un buon brodo? Eppure le protagoniste, l’autrice stessa e le sue amiche, non si arrendono affatto al passare del tempo. E la chick lit diventa qualcosa in più.

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Nessuno si illuda: di Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda qui non c’è traccia. E sono ben conscia ma, da fan indomita della serie, quanto vorremmo sapere come stanno ora, le quattro amiche di New York con cui abbiamo condiviso risate e lacrime. Rassegnamoci, non le rivedremo. E forse è meglio così, ricordarle com’erano.

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Nel nuovo romanzo troviamo invece Marilyn, Kitty, Queenie, Tilda Tia e tante altre, anche se purtroppo non le conosceremo a fondo. È questo infatti il principale difetto del libro, presente tra l’altro anche nel precedente, quello da cui fu tratta la serie: nonostante lo stile sia efficace e brillante, l’avvicendarsi di aneddoti è troppo rapido e l’approfondimento psicologico troppo debole perché il lettore possa davvero entrare in empatia con i personaggi, distinguerne i caratteri, avere una reazione catartica di fronte alle loro gioie e ai loro lutti. Alla serie tv, grazie a ottimi sceneggiatori e attori, è stata data ben altra anima.

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Sex in the city… e adesso? rimane, comunque, un libro interessante dal punto di vista sociologico. Quanto sono cambiati i rapporti amorosi e sessuali delle donne intorno ai cinquant’anni, rispetto alle generazioni precedenti? Candace all’inizio del libro è decisamente triste. Dopo aver sbattuto troppe volte contro il dolore, sembra aver perso la leggerezza: sua madre è morta, il suo cane pure, il padre è malato, il suo matrimonio è fallito, anche il lavoro non va proprio bene. E di sesso non ne fa più. Poi però qualcosa cambia, un nuovo progetto lavorativo torna a catapultarla nel vortice degli appuntamenti amorosi. E, per poterli raccontare, si troverà a viverli.

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Invecchiare è difficile, anche per chi non vuole ammetterlo. Dei compleanni pesa soprattutto la prima cifra. Le “boe delle decine”, come le chiama l’autrice. Le decadi scandiscono le fasi della vita, e quando da “thirtysomething”, “trenta e qualcosa”, si arriva a cinquanta e oltre, è inutile negare che la faccenda cambia. I figli, per chi li ha, iniziano ad andarsene. Gli estrogeni, pure. Ti senti ancora giovane, mentre ordini il cocktail alla moda nel locale alla moda, ma per gli uomini al banco del bar sei diventata per lo più invisibile. E allora bisogna rimanere sempre giovani, o almeno sembrarlo. A ogni costo.

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Le offerte sul mercato della giovinezza sono innumerevoli, dalle creme miracolose dal prezzo proibitivo, alla chirurgia plastica, al salutismo estremo, ai soggiorni di meditazione, al “trattamento Monna Lisa”, che per tremila dollari restituisce alla vagina l’elasticità dei trent’anni, garantendo rapporti sessuali appaganti come allora, se non di più. Ecco quindi le cinquantenni rifarsi il seno, tornare sicure e attraenti, aprirsi un profilo su Tinder, frequentare venticinquenni, i cosiddetti “cuccioli”, ritrovando “la favolosa erezione di cui solo i giovani sono capaci”

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Le delusioni sono naturalmente dietro l’angolo: le creme non funzionano, le protesi mammarie esplodono, i cuccioli deludono quando non ingannano, gli uomini su Tinder “cercano solo pompini”, i coetanei puntano alle più giovani. E arriva anche l’instabilità dell’umore, la paura della solitudine, l’angoscia che nulla di bello possa più accadere. FME, la chiama la Bushnell, sempre amante delle sigle: “follia della mezza età”.

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Che fare, allora? Non perdere la speranza. L’amore, per le più fortunate, in qualche modo arriva. In una nuova dimensione, priva di aspettative. Se le ragazze di Sex and the city vivevano ancora il sogno, le ultracinquantenni hanno avuto ormai tutte le delusioni possibili e di futuro davanti ne vedono sempre meno. D’altra parte, man mano che aumenta il numero delle persone che hai visto morire, o vivi nel presente o impazzisci. Candace incontra that guy, ‘quel tipo’. Un novello Mr Big, che almeno nel soprannome ha perso la grandezza, ma in compenso è diventato più affidabile. Perché è lui quello giusto? Per motivi concreti: è gentile, presente, dell’età giusta, economicamente indipendente. Più realismo e meno farfalle nello stomaco, forse sta proprio in questo invecchiare, o crescere, ognuno scelga il termine che preferisce.

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L’ambientazione è lussuosa, siamo tra l’Upper East Side di Manhattan e gli Hamptons. I mestieri, tutti finanziari o artistici. Il tenore di vita elevato. Le situazioni precarie e inique non mancano, un divorzio può portare sul lastrico, una cinquantenne single ha poche possibilità di ottenere un finanziamento, ma nonostante questo non si può certo dire che l’autrice racconti la vita delle classi meno abbienti. D’altra parte, perché fargliene una colpa? Ogni autore narra il mondo che conosce meglio, e vivisezionare le idiosincrasie dei ricchi è la specialità della Bushnell.

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Possiamo quindi, noi comuni mortali, identificarci in queste donne? A mio parere sì, esattamente come ci siamo identificate nelle protagoniste di Sex and the City, pur non avendo alcuna Manolo nell’armadio. Le dinamiche emotive non sono molto diverse: quella paura di rimanere escluse dal gioco della passione, di non vivere mai più “un altro giro in giostra”, non conosce reddito, anche se di certo, come in tutte le cose, i soldi aiutano.

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Ora qualcuno forse dirà che sono superficiali, queste donne tutte tese alla conservazione della giovinezza e alla ricerca di un nuovo amore. Che non sono questi i veri valori. Che bisognerebbe tornare indietro, a quando c’erano ancora le stagioni, specie le stagioni della vita, e i figli si facevano per dovere sociale e i matrimoni duravano tutta la vita, anche senza amore. E soprattutto, da vecchia facevi la vecchia. E a cinquant’anni, eri vecchia. 

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Che dire a costoro? Prima di mandarli al diavolo, intendo. Alcuni eccessi di giovanilismo sono innegabili, così come certe mostruosità della chirurgia plastica. D’altra parte, la libertà implica la possibilità dell’errore, e la guerra tra l’essere umano e il tempo è atavica. Ma è anche da sempre il motore del progresso. Ci saremmo evoluti, se non avessimo la consapevolezza di invecchiare, e quindi di dover morire? Non abbiamo forse inventato la ruota, le case in muratura e gli antibiotici con la sola speranza di vivere meglio, e anche un solo giorno in più? Quel che un tempo era semplice sopravvivenza, oggi è anche ricerca del piacere, della felicità. Una ricerca destinata a fallire, a lasciare insoddisfatti. Una guerra in cui l’essere umano è destinato alla sconfitta. Eppure si continua a lottare, e quando si parla di felicità le conquiste fondamentali e quelle frivole camminano fianco a fianco.

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Nel finale del libro, Candace ci assicura che i sessant’anni saranno favolosi. Dobbiamo crederci? Non escludo un eccesso di ottimismo. Ma visto che gli anni passano, intanto ho già fatto una piccola ricerca su internet: il “trattamento Monna Lisa” esiste davvero, e in Italia costa molto meno di tremila dollari. Anzi, in molti casi è persino mutuabile. Non avremo le ville negli Hamptons, ma in alcune cose siamo meglio degli americani.

Viviana Viviani

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Il nuovo libro dell’autrice di Sex and The City è l’ennesimo elogio idiota del mondo liberal e dei suoi costumi, senza alcuna prospettiva critica

Ho odiato a morte i libri della serie di Sex and The City. La loro versione televisiva, poi, mi faceva venire voglia di mettere mano alla pistola e sparare allo schermo. Non voglio dire che siano scritti male, né i testi né gli episodi, tutt’altro. A voler essere onesto, devo ammettere che Candace Bushnell scrive infinitamente meglio della maggior parte dei romanzieri italiani. I suoi incipit sono accattivanti, le chiusure fulminanti e ironiche. Il ritmo della prosa mirabile. Si scorre tra le righe senza arenarsi o cadere nel viscoso – cosa che quasi mai accade con gli autori nostrani. Niente da dire: come scrittrice c’è e si vede. Padroneggia la metafora. Nulla nelle sue pagine è raffazzonato, o lasciato al caso. Insomma, sul piano stilistico, si potrebbe dire che è quasi perfetta. In inglese, poi, non ci sono assolutamente dubbi, la prosa è anche migliore, quindi, se proprio doveste leggerla, scegliete l’originale. Anche il titolo, in italiano, è imbarazzante: Sex in the city… e adesso?. Decisamente più significativo l’americano Is There Still Sex in The City?. Almeno questo non sembra scegliere come destinatario le ragazzine delle scuole medie.

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Detto ciò resta il fatto che quest’ultima prova letteraria dell’autrice, come le precedenti, è, contenutisticamente parlando, deprecabile. Eppure conosco l’opera di Candace Bushnell come quella di Houellebecq. Addirittura direi che sono in uno strano modo speculari. Spesso descrivono mondi molto simili, affreschi dell’universo liberal, ma in modo completamente diverso. Quello della Bushnell, certo, è più ricco e patinato, ma non è questo il punto. La differenza fondamentale tra i due scrittori è che, di fronte al rivelarsi dell’illusione liberal-liberista, l’americana continua come una deficiente a gridare entusiasta “God Bless America”, mentre il francese affina gli strumenti critici e dà inizio all’autopsia dell’Occidente.

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È incredibile quanta cretinaggine e ottimismo a buon mercato ci sia nella testa dell’autrice per poterci propinare duecento pagine di stronzate simili. Assurdo che la protagonista del libro – che poi è la scrittrice stessa –, quando si rende conto che, dopo il suo divorzio, non potrà più avere accesso a un mutuo, perché ormai cinquantenne, lavoratrice autonoma e senza marito, non si capaciti comunque della stortura dell’immondo sistema capitalistico in cui vive (“In questo momento, però, mi sentivo tradita dal sistema. Non solo rischiavo di perdere la mia casa, ma stavo per aggiungermi alla schiera dei milioni di donne di mezza età che avrebbero divorziato quell’anno. Milioni di donne che avrebbero dovuto ricominciare a mettersi sulla piazza per cercare un uomo che non esiste e che, come me, molto probabilmente si sarebbero dovute trovare un altro posto dove vivere”). Possibile che a una persona non venga da farsi qualche domanda in merito? Prendere atto, per esempio, che il sistema è escludente verso i più deboli, o che è impossibile vivere serenamente col terrore di poter passare in un attimo da una posizione di sicurezza a una di incertezza assoluta. O, ancora, che questa precarietà sentimentale, tipica di un mondo in cui, anche a livello amoroso, bisogna sempre essere on the market è mortificante e grottesca a una certa età.

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E il libro è pieno di situazioni ridicole e svilenti. Mariti e mogli abbandonati, incontri su Tinder che ripropongono l’inutilità di quelli già avuti nei decenni pre social network. E poi queste serate tra eterne signore Peter Pan che, a cinquant’anni, ragionano ancora come quando ne avevano venti-trenta, senza essere andate incontro ad alcun tipo di agnizione o epifania che le abbia svegliate da tale scintillante sogno di pacchiane vetrine di negozi e cocktail party della buona società.

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Ecco, se esiste un motivo per leggere Candace Bushnell, questo risiede in uno studio antropologico volto a sottolineare come le storture del liberalismo riescano a insinuarsi nella mente delle persone quali datità, aspetti inalienabili dell’Essere. La scrittrice ragiona proprio secondo la logica del there’s no alternative, quella teoria economico-sociale per cui le cose stanno come stanno e non resta che accettarle. Inutile anche prenderne le distanze per valutarle in modo critico. Meglio tesserne le lodi in testi e testi che farebbero impallidire il povero Spengler, il teorico del tramonto dell’Occidente.

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L’ultimo volume della serie di Sex and The City, scritto per dare svago alla mente e instupidire ulteriormente un pubblico già provato dalle mille bugie dell’informazione mainstream, va invece affrontato in modo molto serio. Psicologi, filosofi e sociologi dovrebbero discuterne in simposi e chiedersi come tutto ciò sia possibile.

Matteo Fais 

 

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