All’origine della modernità è la percezione del vuoto. O meglio: la capacità dell’uomo occidentale di confrontarsi con quell’altrove che è il vuoto. Dante lo intuì nel «folle volo» di Ulisse verso l’ignoto, ma – uomo del Medioevo – condannò l’artefice di quel viaggio alle pene dell’inferno. Una data segna il prima e il dopo. La data del 1492, la scoperta dell’America, il viaggio – il «folle volo» – del genovese Cristoforo Colombo, anche lui, però, per ironia della sorte, un uomo del Medioevo, anche lui ancora incapace di concepire il vuoto. Difatti partì tenendo in mente le mappe «piene» della tradizione cartografica, quelle ispirate dall’horror vacui, quelle che preferivano, al vuoto, al non conosciuto, le decorazioni floreali o perfino i mostri immaginari.
Nel «mappamondo di fra Mauro», databile attorno al 1459, l’ultimo planisfero dell’età medievale, l’ecumene è rappresentato con abbondanza di dettagli, indicazioni, isole, continenti di enormi proporzioni, luoghi ipotizzati o fantasticati. Anche il primo mappamondo terrestre, realizzato pochi anni dopo, nel 1492, un globo di lino laminato rinforzato con legno e ricoperto con una mappa dipinta a mano, chiamato Erdapfel, ovvero la «mela terrestre», contempla questo pieno immaginario (con Giappone e isole asiatiche sproporzionatamente grandi) che non prevede le Americhe, benché in quello stesso anno Colombo sia approdato nel nuovo continente. Ma Colombo «scopre» l’America per caso, sulla base di calcoli errati indotti proprio da quelle cartografie artatamente complete. Scopre l’America senza rendersene conto. Si porta dietro quell’equivoco fino alla fine dei suoi giorni. Per lui era semplicemente inconcepibile l’idea di aver scoperto un continente nuovo. Non c’è traccia delle Americhe, infatti, nelle Sacre Scritture.
Il paradosso di Colombo – la sua condanna – fu proprio in ciò: lui, uomo del Medioevo, decretò senza saperlo, senza volerlo, la fine del Medioevo, e aprì le porte alla storia moderna, che la «scoperta» dell’America, evento fondativo per eccellenza, inaugura con un’inversione di tendenza. Le mappe, dopo quella data, si cominciano a tracciare lasciando degli spazi vuoti. Il planisfero Salviati, ad esempio, del 1525, pur comprendendo il continente americano, di quel continente disegna solo la fascia costiera, cioè solo ciò che si è esplorato fino ad allora, e la disegna fino a un certo punto, a sud, dove si interrompe nel nulla.
Oltre questo nulla che cosa c’è?
Dopo Colombo, gli europei cominciarono dunque a essere attirati dagli spazi vuoti. Come se quegli spazi vuoti fossero per loro dei magneti. Iniziarono, cioè, la loro «Odissea nello spazio», non in quello cosmico, ma in quello del Nuovo Mondo. Proprio questo incontro, questa deflagrazione, tra il «vuoto» della modernità e l’immaginario antico che il vuoto aborriva, si trova al centro di un singolare libro, che non a caso inizia proprio con un riferimento all’Erdapfel, il planisferorealizzato da Martin Behaim, «mercante, astronomo, navigatore, cartografo di Norimberga». Si intitola Breviario delle Indie (Wojtek edizioni), lo ha scritto Emanuele Canzaniello, quarantenne poeta e saggista napoletano. È un libro che non si lascia classificare, un ibrido tra prosa e poesia, saggio storico e biografia collettiva, catalogo e atlante, diario di bordo e inventario. Ma in questa indefinibilità consiste gran parte del suo fascino.
Sono diversi anni ormai che la letteratura si va ponendo ai margini della narrazione tradizionale, nei suoi interstizi, alla periferia del romanzo, per così dire. I motivi sono vari. Tra i tanti, la «fame di realtà» che ha sostituito quella per le vite e le storie immaginarie, nutrimento per secoli del genere romanzesco. Questo «breviario», che accumula dati su dati di realtà storica e presuppone una immane bibliografia nascosta in agili e brevi capitoli che raccontano la «scoperta» dell’America da parte degli europei, ne è una conferma. Ma è anche la dimostrazione che quei dati di realtà chiedono di essere distillati, modulati in uno stile, una voce, capaci di dare loro una forma letteraria. È quello che Canzaniello riesce a fare affidandosi a una parola dalla forte dimensione connotativa, una parola, anche, limpidamente fiduciosa nell’enumerazione, perché «l’impossibile è la somma dell’esistente», come scrive l’autore in una di queste pagine. E non c’è scrittura, in effetti, senza l’impossibile raffigurato dall’esistente.

È, questo di Canzaniello, un libro totalmente, inesorabilmente europeo, nel senso che indaga su quella moderna curiosità esploratrice che è tipica dell’europeo nuovo, quello che nasce a partire dal Cinquecento, un desiderio di risalire alle origini e alla fonte, alla «prima volta» («La prima volta che lo navigammo tutto questo mondo iniziò il 20 settembre 1519, con cinque navi e 234 uomini che partirono da Sanlúcar de Barrameda»), solo per scoprire però che non esiste né origine né fonte, che non c’è nessuna «prima volta», poiché tutto è già iniziato, ed è iniziato nella Colpa, dalla Colpa. Così quello sguardo che si vorrebbe stupito, virginale, nell’incontro con l’altro e con l’altrove, si opacizza, e gli equivoci, i fraintendimenti, gli «orientalismi», tramutano quello sguardo in azione predatoria, avida, omicida, in ratto imperialista, affondandolo «nelle buie viscere».
È la storia dell’umanità tutta che qui Canzaniello evoca, non senza una certa ambizione, concettuale e filosofica, una storia incistata nel Male, nella violenza, nella sopraffazione, nello stupro. Il genocidio della popolazione indigena dei Caraibi fu quasi totale, in soli vent’anni. Gli Aztechi, che accanto a quella popolazione vivevano, non sapevano nulla di ciò che era accaduto (così come gli Incas nulla avrebbero saputo della caduta di Tenochtitlán) e quando videro gli spagnoli li scambiarono per corruschi dèi o forse per alieni venuti dallo spazio. Ma è vero anche il contrario. Basta leggere i diari di viaggio dell’epoca per comprendere la distanza abissale che separava gli europei dai nativi americani, le cui vite dall’arrivo degli spagnoli furono l’inferno in terra. Nel giro di un secolo il 90% della popolazione dei nativi è stata sterminata (per le malattie, per i carichi di lavoro, per i massacri) e Canzaniello nulla ci risparmia di questo iperbolico, sadiano orrore, ma non dimentica mai l’epos di questa grande avventura, come se non potesse esserci l’uno senza l’altro, come se esplorazione e annientamento fossero due facce della stessa medaglia: sono tante le storie qui raccontate, tanti i personaggi, tra cui, naturalmente, i conquistadores Cortés e Pizarro, ma anche Diego Durán, autore, nel 1588, di uno dei primi libri occidentali sulla storia e la cultura degli Aztechi, di cui si era conquistato la fiducia, crescendo in mezzo a loro dall’età di cinque anni; Bernardino de Sahagún, che raccolse detti e leggende degli indigeni, ne studiò appassionatamente la religione; o Álvar Núñez, detto Cabeza de Vaca, che camminò per otto anni dalla Florida a Città del Messico; o Francisco de Orellana, il primo a navigare il Rio delle Amazzoni, nel 1542, con sessanta uomini. E si potrebbe continuare a lungo, nominando avventurieri, conquistadores, missionari, che appaiono e scompaiono nelle pagine di questo libro, e a volte ritornano, così come le città, gli imperi, le popolazioni. Una massa di individui che hanno fatto o subìto la Storia.

Tanti sono anche i punti di vista che l’autore adotta, con fluidità, come se la narrazione fosse un unico, infinito discorso indiretto libero. Così il lettore resta imbrigliato in questa ricognizione, che è allo stesso tempo storica e lirica, cronachista e onirica, poiché a volte si propone come puntuale ricostruzione degli eventi, a volte come una fantasmagoria borgesiana. In questa tensione alla reiterazione del racconto, all’approfondimento, alle variazioni su tema, c’è, indubbia, un’ossessione di fondo. Forse l’ossessione di ogni scrittura: quella di poter indagare, con la parola, il vuoto della (post)modernità che ancora ci attira, ci chiede di essere indagato, decifrato, esperito.
Fabrizio Coscia
*In copertina: dettaglio dalla “Carta marina” di Olao Magno, 1539