La musica non ama le parole, non ama le inutili ciance, il chiacchiericcio, il futile trastullo salottiero
Politica culturale
Vincenzo Liguori
Il 2020 inizia col botto, il 26 gennaio cambia il mondo, è il nuovo Big Bang, lo sconquasso: ci sono le elezioni regionali, sì, e ’sti ca*zi, ’sti grandissimi ca*zi di chi vince e se cade il governo, se si rimpasta, chissenefrega, tu segna questo: il 26 è giorno speciale perché esce She’s a Rainbow, la biografia di Anita Pallenberg, scritta da Simon Wells.
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Anita Pallenberg, la mia musa, è oggi materia letteraria: da non crederci! Lei che era – ed è – icona di stile e vita. Perché Anita è una donna che ha fatto quello che le pareva e come più le piaceva. SEMPRE. Vincendo, sbagliando, pagando ogni volta in prima persona, ma vivendo la vita che voleva lei ovvero da fuorilegge, nomade, fuggiasca, senza regole davvero: una vita che puoi biasimare, ma che in verità vorresti vivere, assaporare, come lo vorrei io, anche solo un giorno, o una notte. Anita soggetto di un libro quando lei stessa rifiutava cifre folli per firmarne uno. Fedele e leale, fino alla fine, anzi no, per rabbia, nostalgia, ha sgarrato, una volta, per Victor Bockris, per il suo Keith Richards Anita qualcosa ha detto e sul sesso, sul legame omoerotico Jones-Jagger-Richards: “Io li conosco e lo so: Brian andava a letto con Mick, ma Mick è innamorato di Keith, e secondo me lo è ancora. Keith è l’uomo che Mick vorrebbe essere, e non può. Io Mick Jagger posso schiacciarlo semplicemente con una parola”.
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Anita Pallenberg era italiana, romana de Roma, nata e vissuta in una villa “piena di libri, di grandi quadri di donne nude, di statue che giocavo a vestire e svestire, come fossero manichini. Una casa piena di musica, di Kurt Weill”. A 15 anni, i suoi genitori la spediscono in un collegio tedesco per farle imparare le regole dell’alta società. Pochi mesi e Anita si fa cacciare, “per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop”, quindi il padre la fa ritornare a Roma, la iscrive a una scuola di disegno, ma Anita non ci va, ha di meglio da fare: bigia perché è innamorata, lui fa il pittore, vive a via Ripetta, è drogato perso, e si chiama Mario Schifano. Anita va a vivere con lui, passa i pomeriggi al Caffè Rosati a Piazza del Popolo, posto frequentato da pittori, scrittori, artisti, gente come Fellini, Pasolini, Moravia, Penna. Schifano è chiamato a New York da Ileana Sonnabend, che ricorda un’Anita “tutta truccata di verde”, ma Anita la frequenta poco, a New York va dritta alla Factory, e da Frank O’Hara, dai Beat. Schifano “ha nostalgia della mamma e della pastasciutta”, torna a Roma, Anita non lo segue perché l’agenzia di moda più prestigiosa dell’epoca (quella che gestisce Twiggy) la mette sotto contratto. Anita inizia a fare la modella, gira il mondo, sta di base a Monaco. Qui una sera va al concerto dei Rolling Stones: nel backstage Keith Richards la nota ma Anita no, lei sceglie Brian Jones: le piace Brian perché “mi parla e non fa l’idiota”. “Quando ho conosciuto Anita”, ammette Keith, “me la sono fatta sotto dalla paura”. Anita è bellissima, estrosa, indipendente, è un uragano di esperienze e cultura: “Anita sapeva tutto, di tutti, e sapeva dirlo in 5 lingue”. Al suo confronto, Keith si sente “uno zotico, un provinciale. Anita mi parlava, mi contestava quel poco che le balbettavo. Alle sue domande, l’unica risposta valida sarebbe stata: ‘E io che ne so?!?’”.
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Anita e Brian Jones stanno insieme 2 anni, dal 1965 al 1967: sono anni di shooting di moda e dittatura di stile, i due si vestono, pettinano allo stesso modo, parlano in simbiosi. È la Londra che vedi in Blow-Up di Antonioni. Ma sono pure anni di litigi, e di botte, ed ecco il ricordo di John Dunbar, gallerista e primo marito di Marianne Faithfull: “Vidi Anita che stava picchiando Brian. Lo mise KO, giuro. Una cosa decisamente spettacolare, che mi lasciò impressionato”. Ad Anita i piedi in testa non li metti, basta una parola sgarbata, e ti manda all’ospedale. Posto che Jones vede più volte, Keith no perché se Anita si incaz*a lui scappa, se l’è sempre data a gambe davanti a lei, anche nel dichiararsi: fa tutto Anita, quando dopo 2 mesi di convivenza a tre, scoppia l’amore tra lei e Richards. Anita lo sa, lo sente, che con Keith non è un flirt: stanno insieme 12 anni, fanno 3 figli. Stanno insieme ma da poliamorosi, entrambi hanno storie parallele (Anita pure con le donne, con Marianne Faithfull quando Marianne si mette con Mick), però con Keith è storia primaria, è condivisione pura. A differenza di Marianne (e di quello che fa il 99 per cento delle donne) Anita non si è mai data completamente a nessuno: con Keith ha diviso un lungo, intenso, importante pezzo di vita, non scordandosi mai di averne una propria.
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“Eravamo un mucchio di checche quale non se n’era mai visto l’uguale”: così a Bockris chi dell’entourage dei Rolling Stones ne ha condiviso la fase di androgino esorcismo erotico fine anni ’60: Anita attira a sé Keith come la calamita il ferro, e lo spinge a truccarsi, occhi, labbra, smalto alle mani, rendendolo ancora più etero, macho, sc*pabile. Keith indossa i vestiti di Anita, crea un look fatto dei suoi pantaloni, sciarpe, bluse luccicanti. Keith subisce una metamorfosi, mentale per l’universo che Anita gli apre (antiquari, mercanti e gallerie d’arte, e libri di Kafka, Artaud, Rilke) e di immagine: nel rock Richards diventa una divinità, ‘androginandosi’ si virilizza di più, il trucco accentua la sua grazia, la sua eleganza. Anita gli accende un fuoco dentro compositivo, Anita è la sesta pietra, è dentro tantissime canzoni degli Stones, e forse non tutti sanno che Angie non è dedicata alla loro seconda figlia, no, Angie è Anita, Angie si legge “Anita-I-Need-Ya”. Anita è la paura in Gimme Shelter, la paura che lei lasci Keith per Mick: quando Keith la scrive, Anita è sul set a girare Performance con Jagger. Anita ha sempre negato di aver tradito Keith con Mick, eppure Keith a Bockris dice che anche You Can’t Always Get What You Want è Anita, è Mick che non può averla dopo il film, è Mick che vuole che Anita se ne vada via con lui, è Anita che gli dice no, mordendolo nell’orgoglio.
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La storia di Keith e Anita finisce il 29 luglio 1979.Con uno sparo. Sono separati da tempo, Keith è fuori dall’eroina, Anita no, lei si fa e si fa nelle natiche, per non sciupare il suo corpo magnifico che però le gravidanze, l’età, la droga, l’alcool gonfieranno, rovineranno. È il decimo anniversario dell’allunaggio e il piccolo Marlon, primogenito di Keith e Anita, sta davanti alla tv e sente uno scoppio: al piano di sopra, il toy-boy di Anita, Scott Cantrell, di 17 anni, si è sparato in bocca, sul letto di Keith e Anita, con la pistola di Keith, quella che teneva – e tiene – sotto il cuscino.
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Scrive Bockris: “Anita Pallenberg brillava di una combustione interna non identificabile”. Ci ha messo 20 anni per liberarsi di alcool e droghe, e nel 2005 con l’alcool Anita ha una ricaduta. È morta il 13 giugno 2017, e per un giorno siti e giornali si sono riempiti del suo magnetismo. A 50 anni suonati, già nonna, Anita si iscrive all’università e in 4 anni si laurea in moda. Va a lavorare da Vivienne Westwood. Sono di poche stagioni fa le collezioni di Pucci, Prada, Marni interamente ispirate a lei. Ed è Anita Pallenberg la donna Etro primavera-estate 2020.
Barbara Costa