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“Il mondo al quale siamo appartenuti non propone niente da amare al di là di ogni insufficienza individuale”: è ora di riscoprire “Acéphale”, la rivista di Bataille!

Le voci su Acéphale, la società segreta fondata da Georges Bataille, sono state della natura più disparata. È stato detto che fosse una setta pseudoreligiosa legata ai riti sacrificali tipici delle civiltà azteche e messicane, come a quelli delle teorie orgiastico dionisiache delle civiltà greco-arcaiche. Tuttavia allontanandosi da queste voci, che sono per i curiosi (che tutti siamo, s’intende), si potrebbe andare un po’ più lontano, altrove, dove sta la sostanza (anche questa per i curiosi, ma d’una curiosità d’altra natura). Acéphale infatti, oltre ad essere stata questa fantomatica società segreta, fu anche una rivista; fondata dallo stesso Georges Bataille nel 1936 e alla quale collaborarono, tra gli altri, Pierre Klossowski, André Masson e Roger Caillois. Di poco successo si arenò quasi subito, nel 1939, dopo soli cinque numeri (di cui l’ultimo non fu mai pubblicato). Nonostante il poco successo però, la rivista contribuì enormemente a fare quella fantastica apologia di Nietzsche, dopo che questo, per mano della sorella Elizabeth Förster Nietzsche, era stato manipolato per fagocitare la propaganda del pensiero nazionalsocialista.

Ma perché Acéphale, che significato ha il titolo della rivista? Vedere l’immagine di copertina, anche per chi avesse masticato poco di greco, dovrebbe rendere la cosa abbastanza intuitiva: un uomo vitruviano con la testa tagliata, il pube coperto da un teschio, nella mano destra stringe un cuore fiammeggiante e nella sinistra un pugnale. Allora “A-cephale”, con la sua alfa privativa, è “senza testa”. E quello di tagliarsi la testa, più che una minaccia, è un invito, una necessità dimenticata che risorge dal fondo del cuore: abbandonare la ragione dominante, il criterio dell’utile, i principi economici di produzione e conservazione, i dogmi della società. L’invito è quello di pensare con la propria testa, non con quella della ragione dominante, la testa del padre-padrone. Allora, visto questo presupposto, si capisce come non sia un caso che Acéphale abbia avuto un ruolo così centrale nella riabilitazione del pensiero nietzschano dalla sua deriva nazionalsocialista, antitesi del libero pensiero per eccellenza.

Qui di seguito il primo, brevissimo articolo della rivista; raccolto, con gli altri, nel testo edito da Bollati Boringhieri La congiura sacra, testo che cerca anche di far luce sulle controversie relative ad Acéphale come società segreta.

Bianca Cesari

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Articolo inaugurale della rivista Acéphale

È tempo di abbandonare il mondo dei civilizzati e la sua luce. È troppo tardi per tenere a essere ragionevoli e istruiti — il che ha portato a una vita senza attrattive. Segretamente o no, è necessario divenire tutt’altro o cessare di essere. Il mondo al quale siamo appartenuti non propone niente da amare al di là di ogni insufficienza individuale: la sua esistenza si limita alla sua comodità. Un mondo che non può essere amato da morirne — nello stesso modo in cui un uomo ama una donna — rappresenta soltanto l’interesse e l’obbligo al lavoro. Se viene paragonato con i mondi scomparsi, è orrendo e appare come il più mancato di tutti.

Nei mondi scomparsi, è stato possibile perdersi nell’estasi, cosa impossibile nel mondo della volgarità istruita. I vantaggi della civiltà sono controbilanciati dal modo in cui gli uomini ne profittano: gli uomini attuali ne profittano per divenire i più degradanti fra tutti gli esseri mai esistiti. La vita si svolge sempre in un tumulto senza coesione apparente, ma trova la sua grandezza e la sua realtà soltanto nell’estasi e nell’amore estatico. Colui che tiene a ignorare o a misconoscere l’estasi è un essere incompleto il cui pensiero è ridotto all’analisi. L’esistenza non è solamente un vuoto agitato, è una danza che costringe a danzare con fanatismo. Il pensiero che non ha come oggetto un frammento morto, esiste interiormente come delle fiamme. […]

La vita umana non ne può più di servire da testa e da ragione all’universo. Nella misura in cui diventa questa testa e questa ragione, nella misura in cui diventa necessaria all’universo, essa accetta un asservimento. Se non è libera, l’esistenza diventa vuota o neutra e, se è libera, è un gioco. La Terra, fino a quando ha generato soltanto cataclismi, alberi o uccelli, era un universo libero: la fascinazione della libertà si è offuscata quando la Terra ha prodotto un essere che impone la necessità come una legge al di sopra dell’universo. Ciò nonostante, l’uomo è rimasto libero di non rispondere più ad alcuna necessità: è libero di somigliare a tutto ciò che non è lui nell’universo. […] L’uomo è sfuggito alla sua testa, come il condannato alla prigione. Egli ha trovato al di là di se stesso non Dio, che è la proibizione del crimine, ma un essere che ignora la proibizione. Al di là di quello che sono, incontro un essere che mi fa ridere perché è senza testa, che mi riempie di angoscia perché è fatto d’innocenza e di crimine: impugna un’arma di ferro nella mano sinistra e fiamme simili a un sacro cuore nella mano destra. Egli riunisce in una stessa esplosione la Nascita e la Morte. Non è un uomo. Né tantomeno un dio. Egli non è me, ma è più me di me: il suo ventre è il dedalo nel quale egli stesso si è smarrito, mi smarrisco con lui e nel quale mi ritrovo essendo lui, cioè mostro.

Ciò che penso e che rappresento, non l’ho pensato né rappresentato da solo. Scrivo in una piccola casa fredda di un villaggio di pescatori, un cane ha appena abbaiato nella notte. La mia camera è vicina alla cucina dove André Masson si affaccenda gioiosamente e canta: proprio mentre sto scrivendo, egli ha appena messo su un fonografo il disco dell’ouverture del Don Giovanni: più di ogni altra cosa, l’ouverture del Don Giovanni lega quel che mi è toccato di esistenza a una sfida che mi apre all’estasi fuori di sé. In questo istante stesso, guardo questo essere acefalo, l’intruso che due ossessioni egualmente travolgenti compongono, diventare il Tombeau di Don Giovanni. Qualche giorno fa, ero con Masson in questa cucina, seduto, con un bicchiere di vino in mano, mentre lui, immaginandosi tutt’a un tratto la propria morte e la morte dei suoi, con gli occhi sbarrati, sofferente, gridava quasi che bisogna che la morte diventi una morte affettuosa e appassionata, gridando il suo odio per un mondo che fa pesare anche sulla morte le sue grinfie da impiegato; in quel momento già non potevo più dubitare che il destino e il tumulto infiniti della vita umana non siano aperti a coloro che non potevano più esistere come occhi cavati, ma come veggenti travolti da un sogno sconvolgente che non può appartenere loro.

Tossa, 29 aprile 1936

Georges Bataille

*in copertina disegno di Correggio

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