All’università del Texas c’è il prodigioso Harry Ransom Center. Si tratta di una cattedrale cubica installata nel deserto che raccoglie tra le altre cose le biblioteche private di Pound e Garcia Marquez, una copia censurata di Alice di Carroll, manoscritti di autori canonizzati in vita come De Lillo, Barnes e Forster Wallace. Soprattutto, vi sono conservati testi inediti. Un paio di anni fa è riemerso Il pensionante, un racconto inedito del Nobel Isaac Singer.
Qui di seguito si propone il racconto, tutto un dialoghetto tra l’ebreo pio e il suo pensionante diabolico. Riga dopo riga si comprende perché Isaac Singer non diede alle stampe queste pagine: troppo crudi i toni sul sesso, l’odio contro i tedeschi e l’apertura della mente ragionatrice e disfattista, dell’empio pensionante che paragona Dio a Hitler.
Il racconto risale alla metà degli anni Cinquanta, quando Singer aveva appena concluso La famiglia Moskat sulla dissoluzione della religione nell’arco delle generazione. In questo racconto inedito, la faccenda si fa ancora più cupa.
Andrea Bianchi

Isaac Singer, Il pensionante
Di fuori, c’era il borbottio di un furgone che non partiva. Sferragliava e ansimava come se dovesse buttar fuori la sua anima di metallo. Dei bambini giocavano a baseball e urlavano come selvaggi. L’aria che veniva dalla finestra sapeva di benzina, di scalogno e dell’estate agli inizi. Sopra il tetto soleggiato vorticava un nugolo di moscerini, come fossero droni monotoni. Dalla finestra coperta da tendine in stile olandese si infilò una farfalla che si posò sul tavolo. Rimase ferma, le ali ben unite, aspettando con la calma fatalista della creatura che vive il suo attimo. Reb Berish Zhichliner, in scialle da preghiera e coperto di filatteri, aveva già finito le sue litanie ma continuava con una serie di suppliche addizionali, quelle ripetute solo da chi è molto pio e ha tempo in abbondanza.
La barba di Reb Berish era bianca e rosso il suo volto. Sopracciglia folte, doppie borse sotto gli occhi. Solo da due anni si era ritirato dalla sua industria di residuati tessili. Per quarant’anni era stato un carrettiere di quelli nel basso est, e pure qui, a Williamsburg. Sua moglie e suo figlio erano morti in quel periodo, insieme a una figlia. Un’altra figlia viveva col suo marito, un Gentile, da qualche parte in California. Nulla restava a Reb Berish tranne la sua pensione, un luogo di sepoltura appartenente alla Società Sochaczew, e un appartamento a Clymer Street. Per non vivere da solo, si era preso per pensionante un rifugiato, un uomo che veniva dai campi, che aveva trascorso del tempo in Unione Sovietica e aveva girovagato per mezzo mondo. E il cui nome era Morris Melnik. Questi gli passava quindici dollari al mese. Al momento, continuava a dormire in camera sua, da dove una finestra dava sull’uscita antiincendio.
Reb Berish l’aveva preso più per pietà che per i quindici dollari. Morris Melnik aveva perso tutto: genitori, sorelle e fratelli, moglie, figlio. Pure, Reb Berish non rimpiangeva mai di avergli aperto la casa. Melnik era un sarcastico, un incredulo, un libertino, una creatura fatta per stare al contrario. Si comportava come un mandrillo con le donne del vicinato. Mischiava piatti di carne con quelli a base di latte. Tornava a casa alle due di notte e dormiva fino a mezzogiorno o poco prima. Non pregava, non osservava il Sabato. E mentre Reb prendeva a recitare i tredici principi di fede, Melnik se ne entrava in camera: un uomo piccino la cui faccia si era ingiallita come per itterizia, sulla testa pochi ciuffi dritti, neri e grigi. Portava un pigiama rosso e degli mutande malmesse. Non si era ancora rasato e del nero gli ombreggiava le guance scavate. Aveva un mento appuntito, un naso ossuto e sottile. I suoi piccoli occhi erano nascosti dietro sopracciglia lunghe, a forma di aghi. A Reb sembrava tanto un porcospino. Quando apriva bocca rivelava una fila di denti costellata d’oro. Disse: “Ancora preghi, Reb?”
“Bè…”
“Chi preghi? Il Dio che ha prodotto Hitler e gli ha dato energia sufficiente per ammazzare sei milioni di Ebrei? O forse il Dio che ha creato Stalin e gli ha permesso di liquidare altre dieci milioni di vittime? Davvero Reb, non riuscirai a comprare il Signore dell’universo con un paio di filatteri. È un figlio di puttana di prima categoria, un terribile antisemita”
“Pfui.” Reb fece una smorfia e aggiunse “Vattene”.
“Per quanto ancora dobbiamo strisciare davanti a Lui e cantargli Salmi?” continuò Melnik. “Ho visto con questi occhi come hanno gettato in un cumulo di merda un Ebreo che indossava lo scialle di preghiera e i filatteri. Letteralmente.”

Il volto di Reb si fece rosso, più di quanto già non fosse. Era di fretta per finire gli articoli di fede e rispondere al suo inquilino. Mormorò: “Credo con fede perfetta che ci sarà la resurrezione dei morti quando al Signore piacerà. Sia benedetto il Suo nome ed esaltato il Suo ricordo ancora e per sempre.” Chiuse il libro di preghiere ma vi lasciò dentro il dito indice così da riaprirlo non appena avesse dato una risposta idonea a Melnik. Sospirò e bofonchiò.
“La finisci di essere blasfemo? Non ti dico come ci si comporta e tu non metterti a dirmi come si fa. Non conta quel che hai visto, l’Onnipotente è ancora un Dio di grazia. Non conosciamo le Sue vie. Se lo conoscessimo, saremmo come Lui. Ci è stata concessa libertà di scelta, questo è quanto. Chi ha gettato l’Ebreo che dici nella sozzura non lascerà mai la Gehenna e l’anima del nostro riposerà presso il Trono di Gloria.”
“Senza senso. Parole cave. Dov’è l’anima? Non c’è nessun’anima, Reb, se la sono inventata gli oziosi della sala studio. In Russia c’era questo professor Pavlov ed era il migliore. Un vero colpo di fucile, come si dice in America. Tagliava il cervello ai cani e non ci trovava mica l’anima. Un cervello è una macchina, come un automa. Mettici tre monetine, ne esce un panino. La macchina non ha bisogno delle tue monetine, puoi anche metterci un pezzetto di legno. Solo che è stata fatta in quel modo, nient’altro.”
“Paragoni un uomo onorato al cane o un automa. Dovresti vergognarti, Mr. Melnik. Una macchina è una macchina, ma l’uomo è creato a immagine di Dio.”
“L’immagine di Dio. Sedevo in prigione a Mosca in cella col Rabbi di Bludnov. Per sette settimane stemmo insieme e in quel tempo fece solo una cosa: studiare Torah. Soffriva di emorroidi e quando si sedeva sul vaso sanguinava come un animale. In piena notte lo svegliarono e lo interrogarono. Lo sentivo gridare e quando tornò non camminava più. Lo spinsero in cella e cadde giù. Lo rimettemmo in sesto per come potevamo farlo. Dopo sette settimane di tortura lo portarono fuori per fucilarlo.”
“Quindi protestava per l’ingiustizia di Dio?”
“No, rimase credente fino all’ultimo respiro.”
Reb sussultò e si sfregò la fronte. “Quando ci è data libertà di scelta, questa rimane. Significa che i malvagi hanno potere di fare come fanno a loro grado. E il governo qui sulla terra non ci dà libera scelta? Ogni gangster può uccidere, rubare, rapinare finché non lo prendono. Ma quando questo succede, riceve quel che merita.”
“I nazisti non hanno pagato, Reb. Ero a Monaco quando finì la guerra. Tutti lì seduti in un enorme birreria, rossi e grassi come maiali, a ingollare birra e cantare canzoni naziste con voci da selvaggi. Si vantavano apertamente di quanti Ebrei avevano bruciato, gasato, sepolti vivi, quante donne avessero stuprato. Dovevi sentire il loro riso. L’America gli inviava bilioni di dollari e questi a versarsi birra alla spina in gola, trangugiando i wurstel bianchi e pregiati della Baviera. Le loro pance bruciavano per il piacere. Entrai e mi riconobbero come Ebreo, si imbestialirono. Volevano finirmi lì in quel momento.”
“Perché andasti in un posto simile?”
“Lì c’era la mia ragazza, una tedesca. Io contrabbandavo oro e lei lo nascondeva. Lavoravamo come si dice fity-fifty. Più il beneficio.”
“Pfui, non sei migliore di loro.”
“Che potevo fare? Le ebree erano tutte malate, inacidite. Se andavi a letto con loro non facevano che lamentarsi che gli scoppiava la teste. L’unica cosa che gli andava era sposarsi e trovare una casa da qualche parte. Io non ci stavo. Con una tedesca, prendevi quel che volevi, senza smancerie. Per un pacchetto di sigarette americane potevi prenderti la vedova di Himmler.”
“Fammi un favore, placati. Se non mi lasci pregare in pace, sii bravo ed esci di casa. Non ci troviamo proprio, io e te.”
“Non sgridarmi, Rob. Per quel che mi riguarda, puoi pregare da mattino a sera. Continua ad allisciare Dio, digli quanto è grande, com’è buono, misericordioso, e ti prepara un nuovo Hitler: ma già lo stanno creando. L’America sta portando gli aeroplani ai tedeschi. A breve gli regaleranno l’atomica. Con le tasse che paghi tu, Reb, la Germania viene armata di nuovo. Ecco la verità.”
Reb si fregò la barba. “Non è tutta la verità. Per favore, tornatene in camera e lasciami finire le preghiere.”
“Continua, continua. A chi ti invidia uscirà un corno dallo stomaco.”

Dopo le preghiere, Reb si mise a rovistare in cucina e a cucinare la colazione. In realtà era un mix di colazione e pranzo perché Reb poteva mangiare solo due volte al giorno. Rovistava e sospirava. Il dottore gli aveva vietato tutto ciò che gli piaceva: sale, pepe, crauti, radicchio, mostarda, aringhe, sottaceti, pure il burro e la crema acida. Che rimaneva? Il toast col formaggio del contadino più una tazza di tè leggero. Poteva mangiare spinaci o cavolfiori ma non ci avrebbe mai fatto l’abitudine. Nemmeno la frutta in America aveva lo stesso sapore di prima. La verità era che da quando era morta sua moglie, Feige Malke, tutto aveva perso sapore e senso: andare a dormire, levarsi al mattino, prendere l’assegno dallo zio Sam, e poi il Sabato e le festività. Molte volte Reb aveva preso la risoluzione di non parlare più col pensionante, il ciarlatano che aveva attraversato l’inferno e aveva perso tutto il bene che aveva. Però anche starsene seduto da solo era difficile. In qualche modo il pensionante che brontolava parole severe stava prendendo il posto della cipolla, del rafano, dell’aglio, del bicchierino di vodka. Tutte cose che gli facevano battere forte il cuore, gli riscaldavano il sangue nelle vene. Reb se ne veniva fuori così: “Hey, Mr. Melnik, vieni e bevi un po’ di te.”
Subito Melnik arrivava alla porta. Si era pettinato i pochi capelli che aveva e se li era spalmati di pomata. Indossava una camicia rosa, una cravatta gialla, un paio di pantaloni color kaki militare e delle scarpe anch’esse dell’esercito, quelle che costavano poco. All’anulare della mano sinistra portava un anello con un sigillo di rubino e aveva al polso un orologio dal cinturino dorato. Nella tasca della camicia teneva tre penne a fontana e due matite col capocchio argentato. Si era rasato e si era fatto il bagno, in qualche modo sembrava più giovane. Le borse sotto gli occhi si erano ridotte. I suoi occhi si erano fatti trasparenti. Reb lo guardava stupito.
“Bè, prendi qualcosa.”
“E cosa? Una roba simile nei campi poteva anche andare, era pur qualcosa. Ero lì quando uccisero un Ebreo che aveva rubato una patata. Un mio parente. Nel campo c’era un compagno che aveva un banchetto. Immagina che roba. Teneva la mercanzia nella cuccetta dove dormiva. Se lo prendevano lo ammazzavano su due piedi. Magari lo torturavano pure. Ma che vuoi, per il commercio… Ho visto ebrei martirizzati per commercio. Così nei ghetti, così in Russia. Per una manciata di rocchetti di filo e una dozzina di aghi gente è stata mandata a morte. Nei campi, qualche mercante teneva poche foglie di cavolo, bucce di patata, ravanelli appassiti: quelli erano i suoi affari. Ma la fame è una cosa dura. Nei campi, in Russia, la gente pigliava lo scorbuto, non aveva vitamine. Uno muore all’improvviso per queste malattie. Io l’ho visto.”
“Fermati, Mr. Melnik. Prendiamo una fetta di pane con del formaggio. Ho qualche ciliegia.”
“Grazie. Ero sdraiato nella cuccetta, di notte, in inverno, in un campo in Kazakistan – parlavo con il mio vicino, stava di fronte a me. Il freddo aveva gelato l’acqua nel secchio. Ci coprivamo con i nostri stracci. Gelo terribile. Parlavamo. Di cosa? Di moglie e figli che stavano coi tedeschi, dei bei vecchi tempi, e di cosa avremmo fatto quando la pace sarebbe tornata. Avremmo fatto soltanto una cosa. Mangiare. Ci immaginavamo arrosti, torte, una zuppa di pollo, cotolette e cipolle. Per un po’ sono stato zitto. Poi ho chiamato il mio vicino. Non rispondeva. Forse dorme, mi sono detto. Ascoltavo. Di solito russava, a causa dei polipi che aveva nel naso. Ora, però, era stranamente silenzioso. Scivolai giù dalla cuccetta per dare un’occhiata. Il tipo era morto. Un attimo prima stava parlando con me, l’attimo dopo era morto.”
“Terribile, terribile”.
“Cosa piangi a fare? Questa è l’umanità, la corona della creazione. La mia teoria è che tutti gli uomini sono nazisti. Che diritto abbiamo di massacrare un vitello e di mangiarlo? I macellai fanno stragi. La stessa fede di Hitler: forza è giustizia. Lo stesso riguarda Dio, Lui è il nazista che vuole massacrare tutti i nazisti. Lui è l’archetipo di Hitler, l’arci-Hitler. Ha più potere di tutti, perciò tortura tutti. Guarda che non sono un miscredente. Sappiamo che la Gehenna esiste. Perché le persone dovrebbero soffrire solo sulla terra? Sono torturate anche nell’aldilà. Dio ha la Sua personale Treblinka, con i diavoli, i demoni, gli angeli della morte. Essi bruciano i poveri peccatori o li appendono per la lingua o per il petto. Ma non c’è un paradiso. Quando si parla di morte, divento davvero eretico.”
Reb smise di masticare. “Perché il Creatore del mondo sarebbe così crudele?”
“Perché non dovrebbe esserlo? Ha un grosso bastone e lo usa. Ci ha dato la Torah, che nessuno può capire. Ogni piccolo Rabbi aggiunge nuove leggi e se non rispetti una di queste leggi ti reincarni in un serpente. I cristiani sostengono che Dio non ha potuto redimere l’umanità finché non ha fatto morire il Suo unico Figlio sulla Croce. In un modo o in un altro, Lui chiede solo sangue.”
“Bene, ora però mangia qualcosa. Se parliamo soltanto diventeremo disonesti.”
“Sto mangiando. Che altro sennò? È l’unica cosa che mi rimane. Le donne in America mica sono buone. La verità è che non ce ne sono più, di donne come dico io. Ai miei tempi ancora ne trovavi di oneste. Ma oggi tutta la specie si è estinta. Avessi visto quel che ho visto io, la tua barba bianca sarebbe tornata bella scura.”
“Non voglio sentire.”
“Non parlo dei campi. Lì una donna non poteva far nulla. Quando si teme per la propria vita va sempre così. Una volta ho sentito una madre che spingeva la figlia a darsi a un Ucraino pieno di croste perché questi poteva aggiungere della semola nella sua zuppa. E lei si diede, poi i nazisti vennero a saperlo e li fecero fuori tutti e tre. Cose così non lasciavano un’impressione, ormai eravamo abituati. Ma porto testimonianza di ben peggio. Una volta che ci liberarono, nessuno fu più forzato ma ancora si sguazzava nel sudicio. Tre famiglie in una stanza, così dormivamo. In un angolo una donna fotteva un contadino, all’angolo opposto sua sorella faceva la stessa cosa. Tutti avevano perso il loro senso del pudore. Si spidocchiavano a vicenda e scopavano. C’era un tipo che aveva il gusto di farlo a lume di candela.”
“Ti vuoi calmare o no? È l’ultimo avviso.”
“Paura della verità?”
“Non esattamente. Il peccato è come la schiuma. Quando versi la birra alla spina nel calice, pensi che questo sia pieno, ma per due terzi è schiuma. La schiuma se ne va e ti rimane solo un terzo pieno. Lo stesso per le trasgressione: rimani vuoto come un bubbone scoppiato.”
“Ben detto. Chi stai citando?”
“Il nostro rabbino.”
“Un detto intelligente, ma io aggiungo che tutto è schiuma. Nulla è reale tranne la schiuma: anche il tuo rabbino. Sotto la sua barba e i suoi boccoli e i suoi indumenti ornati c’è un uomo che ama le femmine e se non fosse sposato con una donna avvenente se ne andrebbe a troie.”
“Canaglia! Traditore di Israele!”
“Canaglia, shmascal [e sia, andiamo avanti]. So che non sono un santo. Faccio quel che posso. Allora che vuoi da me? A proposito, perché non ti sposi una seconda volta? Sei ancora sano. Io non ti lascerei solo soletto con una donna dei Gentili, nemmeno per un minuto.”

Reb gemette. Poggiò un pugno sul tavolo. Con l’altra mano si tolse delle briciole dalla barba. “Dici cose insensate! Dici crudeltà sulle donne, ma la mia Feige Malke, la pace sia con lei, era una donna devota. Gli altri uomini non li guardava. Era proprio come mia madre e come mia nonna. Che ne sai, uomo giovane, della modestia delle donne nei tempi andati? A Varsavia i criminali impiccarono una donna celebre, la moglie un uomo saggio e anziano. Mentre la trascinavano alla forca lei temeva che il vestito le salisse sopra le ginocchia e la esponesse alla vergogna. Così prese una spilla, se la ficcò nella carne della gamba, e fu così che la impiccarono.”
“Eri lì?”
“Altri erano lì. Mia zia Deborah era già vedova a ventitré anni e non si sposò mai più. Ogni volta che arrivava un ricco e le veniva proposto lei diceva: ‘Voglio andarmene pura al paradiso di Zorach’”.
“E tu credi che sia insieme al marito, laggiù?”
“Lo credo.”
“Zorach non è laggiù, nemmeno lei è laggiù. Nulla di lei sopravvive tranne un mucchietto di polvere. Ha sofferto invano – questo ti dice Morris Melnik. Nel nostro villaggio c’era un uomo ricco, Reb, era uno studioso. Ci ha messo un anno a sposarsi una zotica di macellaia di nome Chazkele Scab. Lei si era cotta di lui al negozio: al tagliere”
“Bè, tutto è possibile.”
“… e marcio.”
Melnik tacque. Sollevò il cucchiaino del té cercando di farlo stare in equilibrio sul bordo del piatto. Il cucchiaino barcollava, inclinava dalla parte del manico e Melnik vi mise rapidamente del sale per dargli più equilibrio. Si morse il labbro inferiore e aprì più un occhio dell’altro, che poi chiuse come per ammicare. Pareva che considerasse la caduta o l’equilibrio del cucchiaio alla stregua di un presagio su come vanno le cose al mondo.
Reb scosse la testa, sembrava un cenno d’accordo alla vecchia verità la quale, benché dubitabile, continuava a far disperare la gente. Sollevò un ciuffo della sua barba e lo studiò come per convincersi che fosse già bianca. Poi disse: “Quando un verme finisce nell’immondizia che può saperne di dimore, palazzi, giardini? C’è il proverbio che dice ‘un cimice sulla parete non può andare molto a fondo’. Continui a ciarlare della terra, ma c’è il paradiso e le sue stelle, le sue costellazioni ed emanazioni. Ci sono angeli, serafini, cherubini, carri divini. In paragone a questi, il nostro piccolo mondo è un frammento di polvere, e anche meno. Ci sono scintille sacre, ma sono nascoste. Persino nel fango trovi un diamante, a volte. In mezzo a questo sudiciume, c’è un Baal Shem, un Rabbi Elimelech, un Berditchever, un Kotzker. E costoro da dove arrivano? Proprio mio nonno Reb Chaim era uno di questi santi. Per cinquant’anni digiunava ogni lunedì e giovedì. Si levava a mezzanotte per lamentare la distruzione del Tempio, in estate come d’inverno. Diede le sue ultime monete in carità. L’ho visto con questi occhi.”
Reb cominciò a battersi il petto ricoperto di indumenti ornati. La sua faccia divenne tutta rossa, la barba in agitazione. Poi disse: “Ti sbagli, Mr. Melnik. Ad ogni modo, un uomo non lo si può giudicare per i suoi attimi di sofferenza. Da parte mia verrà la grazia.”
Prese un bicchiere, si versò dell’acqua nelle mani e pulì sul tovaglia. Iniziò a recitare ad alta voce.
“Sii benedetto, o Signore nostro Dio, Re dell’Universo che nutri il mondo intero con la Tua Bontà, con Grazia, con Generosità d’amore…”
In quel momento il piccolo bicchiere si rovesciò addosso al piatto. L’occhio giallognolo di Melnik fu tutta una risata. Si alzò e andò alla porta pensando: “Bè, ora credo che andrò a vedere cosa combinano le mie donne”.
Isaac Singer