Anche violenza, infine, per lui, valeva per candore. Di notte, qualche mese prima, aveva impilato le sedie della sala davanti al cassonetto: appartenevano ai nonni, originari di Brivio, piccolo comune sull’Adda, parenti dei Borri, da cui veniva Teresa, la seconda moglie di Alessandro Manzoni. Si era già disfatto dell’armadio, del tavolo su cui aveva mangiato, troppe volte, in vite passate, con i figli, i parenti, la pericope degli amati e delle amanti. La sala, ora, dava eco alle sue parole – così gustava il silenzio, senza guasti. Lavorava sdraiato: quando, dalle finestre, intuiva il profilo di un uomo, un viso, si nascondeva, sotto la trincea del termosifone. La posta – per lo più, libri inviati da ammiratori distratti – era accatastata davanti alla porta di casa, ma lui si sentiva in una nave, gli sembrava che le braccia potessero diventare acqua.
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Pensava che gli uomini fossero un sistema grammaticale, non un corpo: eccelleva nell’arte della parola. Sapeva conquistare, convincere, corrompere. È sufficiente scoprire quella parola che scalfisce un destino, disturba, reclama la sconfitta. In sostanza: nessuno gli resisteva. Sul divano di quella sala, che aveva regalato al vicino, anni fa – e su cui, si diceva, avesse riposato il Manzoni dopo aver tentato, inutilmente, di domare Il Natale del 1833 –, si era rifocillato di donne, che con una facilità che non smetteva di disarmarlo si erano abbandonate a lui, non desideravano altro, distruggendo in un attimo promesse di fede contratte per l’eternità. Bastò una parola, in effetti, perché la moglie si uccidesse – con la corda, dove la scala diventa elegante, svoltando. Ne bastò un’altra perché i figli lo lasciassero, senza il coraggio di lordarlo di sputi. Ora, era riuscito a dimenticarsi il suo nome, e quello di tutti gli altri – e ne gioiva.
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Non certo per fede credeva che tutte le parole del mondo fossero contenute nella Bibbia. Aveva studiato ebraico antico ai tempi dell’Università, da solo, con l’intento, forse, di parlare con il padre, morto anni prima. Una sua traduzione dei Salmi aveva fatto scalpore, ne avevano parlato i giornali – durante un viaggio a Gerusalemme conobbe una ragazza che lo costrinse a trasferirsi, poco dopo, in Georgia. Era affascinato dalla sua intelligenza, dalle sue gambe, dalla possibilità di vivere in un luogo come un estraneo – di essere dimenticato da tutti, infine, perché gli anni, in fondo, rendono sabbia ogni cosa. Quando tornò in Italia, la ragazza – che argomentava la sua vitalità in vani tradimenti – era diventata ministro del nuovo governo georgiano. Lui le rivelò che sarebbe vissuta per poco – senza intenzioni di vendetta, preda del caso, in aeroporto – citando il Siracide, chi vive nella gioia muore presto, o qualcosa del genere. Morì in un incidente – ordito, dissero, dai fondamentalisti di una qualche setta religiosa –, su un elicottero, glorificando la sua bellezza. Credeva che le parole della Bibbia fossero vive – pericolose. Le pronunci, in ebraico, ed esse entrano negli occhi di chi ti ascolta, e lavorano, dentro, elaborando un prato, una ferocia di luce, se sono benevole, oppure torme di cani, che ti uccidono. Ne era consapevole: bastava che pronunciasse una parola per procurare la morte dell’interlocutore. Non era mai riuscito a parlare con suo padre.
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L’albero, in giardino, sembrava una bestia simbolica: tra poco i rami, malcurati, avrebbero sfondato le finestre della casa, divorandola. Tra 123 anni le fondamenta della casa, ingabbiate dalle radici, cederanno, si diceva, e quella casa starà nelle mani di un bambino. Stava traducendo la Bibbia con l’intento di cambiare la Storia – si sa, una civiltà si regge su un verbo, per un fraintendimento svariate metropoli sono crollate. Genesi 1, 26: “Facciamo l’uomo… domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali selvatici, sui rettili della terra”. Lavorava su quel verbo, “dominare”, radah. Aveva coperto il pavimento con un tappeto, lavorava finché la luce non era risucchiata all’altro angolo del mondo – aveva freddo. Radah significa “dominare”, è una parola cruda, crudele, nelle sue varianti: “opprimere”, oppure “estrarre, tirare via”. Tutto, al mondo, per volere di Dio, è preda dell’uomo: tutto è estratto dalla propria personalità per soddisfare l’uomo. Nell’alfabeto ebraico la lettera H si scrive così: ה. L’uomo, con una penna nera, sulla sua Bibbia ebraica, congiunse le aste della H, fino a formare la lettera M, che in ebraico è questa: ם. Le lettere sembrano fuggire sul testo come insetti, fugando ogni interpretazione. Il significato della parola radam è “addormentarsi profondamente”, oppure, “essere presi da stupore”. Il senso della frase, ora, così, era molto diverso: le creature viventi esistono per destare stupore nell’uomo. Egli non le nomina – “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, agli uccelli, agli animali selvatici”, 2, 20 –, ne è riconosciuto e interrogato. Prima di addormentarsi, l’uomo preferì un altro significato ancora: dalle profondità del sonno, la creatura sogna i pesci, gli uccelli, i rettili, le bestie del bosco. Fin da bambino, desiderava cavalcare il lupo artico, sapeva che c’è qualcosa di sgargiante nel bianco, nel silenzio, nella fame.
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Qualche gatto si sdraiava sull’argine della finestra; gli uccelli sbattevano contro il vetro, credendo che la casa fosse una grotta, una primizia del vento. Qualche giorno prima una ragazza aveva bussato alla porta, scavalcando la marea d’edera che aveva inghiottito il cancello. Si avvicinò alla finestra, lo vide, per terra, sui libri; forse era una libellula, l’insetto simile a una cerniera che tiene congiunte le cose al loro significato – se morisse tutto svanirebbe –, a volare vicino a lei. La vide. Era molto più giovane di lui e probabilmente era stata una sua amante, ma non ne ricordava il nome né l’accidente. Era bella. Sopra il vetro, con un dito, la ragazza scrisse, “Come stai?”. Lui, dando distinzione alle labbra, rispose, “Sono lo stesso di sempre”. Non capiva cosa volesse dire con “lo stesso” – non aveva coscienza della parola “sempre”. Gli parve di aver fatto un buon lavoro: il creato, ora, grazie a quella variazione alfabetica, era salvo. La ragazza era andata via. Sopra la piramide di sedie, sulla strada, aveva conficcato una lampada: il cranio luminoso, la lunga spira del filo elettrico, da bambino gli sembrava un serpente. Anche quella lampada faceva parte della scarna, prodigiosa eredità dei Borri. “Sì che tu sei terribile/ Sì che tu sei pietoso”, si ripeteva, abitando gli unici due versi di Manzoni che gli sembrassero impeccabili – la scrittura è autentica quando un uomo vi desiste, rinuncia, aveva letto, forse. Di notte, con la penna, aveva lavorato la Bibbia, ricomponendo il racconto della creazione: bastavano pochi segni, qualche giuntura. Tra aureola e ghigliottina, in fondo, la differenza è nel metodo, non nel rigore. Il giorno dopo sarebbe diventato un airone. (Davide Brullo)
*Il testo nasce con la collaborazione di Ugo Locatelli, per la mostra “Antropocene. Sentieri sensibili”
**In copertina: Irving Penn, “Lion”, 1986