24 Ottobre 2026

Sia lode a Ryū Murakami, il cattivo ragazzo della letteratura giapponese

Il più bravo dei Murakami – che in giapponese significa, pressappoco, “sopra (kami) il villaggio (mura)” – si chiamava Ryū, diminutivo di Ryūnosuke – è morto il 17 ottobre scorso, aveva compiuto 74 anni a febbraio.

Il destino, a volte, ha una perfezione, per così dire, giottesca – ha il nitore del lapislazzulo. Ryū Murakami, infatti, nasce alla letteratura esattamente cinquant’anni fa, con un libro dal titolo Blu quasi trasparente. Il libro fece scalpore e fece epoca: tra l’altro, fu onorato con l’“Akutagawa”, il premio più autorevole conferito in Giappone a un romanziere. Il libro inaugura – in micro – i temi-chiavi dell’opera di Murakami: disagio giovanile, disfatta umana, disfacimento della ‘tradizione’, devastante precipizio in droga e sesso. Ryū Murakami fu eletto a idolo dell’underground giapponese, gli piacque la parte del cattivo maestro, del distruttore di falsi miti – cioè: denaro, lavoro, successo. In lui, l’indole del punk si univa a quella del samurai. Nato a Sasebo, nella prefettura di Nagasaki, studi a Tokyo: nel suo verbo le ispirazioni provengono dalla musica – ha fondato gruppi rock, suonava la batteria – e dal cinema. Per chi capisce il gergo: in Ryū Murakami c’è più di Satoshi Kon che di Yasunari Kawabata. 

Il libro d’esordio – insieme a quasi tutti i seguenti – fu tradotto un po’ ovunque; in Italia, per un po’, l’opera di Ryū Murakami è stata contesa tra Rizzoli e Mondadori, poi l’autore è diventato, come dire, fuori asse, degenere rispetto ai generi dominanti, domati dagli editor – ora (lode a loro) è pubblicato con brio da Atmosphere Libri. 

In maniera quasi equivalente, Ryū Murakami disprezzava gli Stati Uniti e la Corea del Nord. Nel primo caso, non gli piaceva che il Giappone fosse stato ridotto – parole sue – “a cagnolino al guinzaglio degli Usa”. La critica viscerale del ‘costume’ americano imposto al resto del pianeta andava cavallerescamente a braccetto con una sorta di serpentina ammirazione (detta come l’ha detta lui: “Allo stesso tempo, puoi odiare gli States e provare simpatia per Muhammad Ali e i Velvet Underground”). Alla Corea del Nord dedicò un romanzo nel 2005 –in inglese lo hanno tradotto come From the Fatherland, with Love. Tra le ‘fonti’ del libro – distopico: si parla di un’invasione della Corea del Nord ai danni del Giappone, con relativi effetti –, Ryū Murakami cita una ex militare dell’Armata del Popolo Coreano. Riuscì a fuggire dal suo paese dopo il decesso del primo figlio, morto di stenti a due anni. Non aveva di che nutrirlo. Giunse a dargli della corteccia “staccata con cura dagli alberi, pestata con una pietra, ammorbidita, ripetutamente bollita in acqua, perché diventasse una specie di zuppa”. 

Ryū Murakami (1952-2026)

Si diceva dei Murakami. Nel 1981 esce un libro “Wōku donto ran Murakami Ryū vs Murakami Haruki” (Camminare, non correre. Ryū Murakami vs Haruki Murakami) che mette a confronto i due più autorevoli scrittori giapponesi contemporanei. Mentre Haruki – trionfale per facoltà immaginativa – è bene accetto in Occidente, Ryū recita la parte del paria, scrive di ciò che non vogliamo leggere, va al di là del perturbante – percuote. 

La prima volta che l’ho letto – avevo poco più di vent’anni – fu sbalorditivo. Leggere per la prima volta Ryū Murakami: è uno che ti scava un tunnel in gola, si installa in quella grotta e ti latra – subdola Sibilla – tutto il male dell’uomo. L’ossessione. Il perverso. La pervasiva ferocia. La dannazione. Per diverso tempo, Tokyo Decadence (uscito nel 2004 per la ‘Piccola Biblioteca Oscar Mondadori’, traduzione di Yuko Otake e Marco Fiocca), fu il mio preferito tra i libri ‘proibiti’. In dodici racconti, Ryū Murakami recensisce l’inferno del sesso, l’incubo dell’ossessione sessuale, i sortilegi della mania. Chi parla: escort al soldo di ricchi magnati o di allucinati funzionari. Il tema dominante è il corpo: scorticato, seviziato, mutilato – l’uomo, in questa visione, è un demone, un impossessato, ha denti ovunque. 

Ciò che rende autenticamente terribili i racconti di Ryū Murakami è l’assenza di eros e di lascivia narrativa: non siamo, per intenderci, nei dintorni di Sade o di Bataille o di Klossowski. Nei francesi il gioco si svela quasi subito: godono nel farci del male; lo stile, poi – perché di quello si tratta – ci conquista. Così, concupiti, accettiamo di inghiottire il veleno: ci pare champagne. A Ryū Murakami, in realtà, interessa poco del sesso, sia come filosofia – Sade & Co. – che come sintomo di un qualche mutamento sociale – Houellebecq. Ryū Murakami va molto più in profondità – va dove non vogliamo andare – ve nell’ossea ossessione dell’uomo, va nel nero. Non c’è veneficio stilistico nella sua scrittura, non c’è mercanteggio intellettuale. Tutto è asettico, bianco, paradisiaco. Non resta refluo evangelico: Ryū Murakami non tenta di dannare né di salvare nessuno. Mostra. Ed è come se l’uomo, scorporato da sé, scortecciato nel cuore, fosse già estinto – già estinta la bestia che è in lui – già estinto l’angelo. Ciò che accade – glaciale, chirurgico, bianco – è il rovesciamento dell’umano. Bianco abbacinante – bianco che deturpa e deruba.

In alcuni racconti – Cavolaia, ad esempio – affascina il contrasto tra la violenza subita dal corpo e la magnificenza della natura. Altri – Pen Light, per dire – non vanno letti alla leggera, continuano a essere continue badilate allo stomaco: siamo nei dintorni degli snuff movie. Ovunque: abulia, imbambolamento, la percezione di non essere di questo mondo – fluttuare, puro nodo (ombelico, sfintere, sfiatare), puro nastro, non più nostro, non più corpo. 

Dal libro – uscito in origine come Topaz, nel 1988 – Ryū Murakami, che è stato anche regista, ha tratto un film, Tokyo Decadence, appunto, uscito nel 1992, distribuito in Italia in versione accorciata. A ideare le musiche, un amico dello scrittore/regista, Ryūichi Sakamoto, un mago, già autore della colonna sonora de Il tè nel desertoe de L’ultimo imperatore. 

In un’intervista concessa al “Financial Times” nel 2013, Ryū Murakami ha detto che “a differenza dei politici, il cui compito dovrebbe essere quello di agire sulla società per renderla più equa e prospera, un romanziere non si preoccupa di rendere il mondo un posto migliore. Si rivolge a un lettore per volta, a un lettore che legge in solitudine… a volte gli insegna a provare rabbia”. In una conversazione intrattenuta dieci anni fa con “Tokyo Weekender”, Ryū Murakami ha detto che “da bambino amavo la ‘festa delle stelle’. Si celebrava il 7 luglio, scrivevamo un desiderio su un biglietto, per conficcarlo ai rami di un albero di bambù, in cortile”. La memoria fiabesca prepara l’affondo: “Il Giappone di oggi non sarebbe in grado di esprimere desideri. Per i giovani è difficile avere uno stipendio dignitoso, c’è chi sopravvive con paghe misere. Neppure la religione offre sostegno, una qualche garanzia di speranza. Non parliamo della tradizione… paesi come Tibet e Bhutan la custodiscono molto meglio di noi; a Tokyo è raro incontrare qualcuno che sappia ancora indossare un kimono come si deve”.

Nei riguardi della tradizione, Ryū Murakami agisce al contrario di Yukio Mishima. Quest’ultimo tende a restaurare il passato (i corpi vengono estetizzati fino alla nudità marziale, in corazza), laddove Murakami distrugge il presente – lo fa per deflagrazione interna, divorandone le sorgive e le spoglie, gli inquinati simboli, l’emblema del corpo. Per paradosso, i romanzi di Ryū Murakami sono più potenti ora di allora: nell’era di OnlyFan e del porno a portate, del corpo assatanato e palestrato, del sesso per prestazione, per filiazione con l’orrore, del corpo in filigrana, filiforme, del corpo-medusa, del corpo venduto ai social, sbranato senza sovrappiù di bellezza – dunque, di luce. Nell’era del corpo scorporato, del vizio a servizio, del sesso imprigionato dal visivo, dal video, che non sprigiona alcuna liberazione spirituale, nell’era del corpo che ammicca senza macchia, i libri di Ryū Murakami sono potentissima terapia d’urto. Ryū Murakami è il solo scrittore che ha fatto della pornografia – cioè: ‘grafia della prostituzione’ – un genere letterario garante di verità. 

In Giappone, il tema del corpo ha una solida sequela. C’è il corpo velato, trasfigurato tra moine e paraventi – un haiku di ventagli, larghe vesti e criptici versi, la cipria della nobile sprezzatura: quello rappresentato da Murasaki Shikibu, ad esempio. Poi c’è il corpo esposto, confessato, tra il pettegolezzo e la furtiva liaison – quello delle Note del guanciale di Sei Shōnagon. Il corpo, in Giappone, è sempre teso tra la sparizione – buddista – e l’ostentazione, tra la dama di compagnia e la geisha (che è poi, la sagacia del mostrarsi nascondendo), tra la suprema spoliazione e l’erotica svestizione. Da qui, il successo capillare degli shunga, le superbe stampe erotiche del XVIII e XIX secolo – le più belle sono quelle di Utamaro; la più estrema, disegnata da Hokusai, raffigura Il sogno della moglie del pescatore: un’enorme piovra che manda in estasi, succhiandone le parti intime, penetrandola ovunque, una donna. Da qui, i romanzi ‘perversi’ di Tanizaki – La chiave, Diario di un vecchio pazzo –, autentici capolavori, dove è il perturbante a confonderci, a confinarci in un piacere così sottile da paralizzare, la primizia dell’illecito. 

Quando arriva Ryū Murakami, tuttavia, tutto questo non esiste più – egli vive la contraddizione del Giappone che ha venduto l’anima al diavolo: ricco ma privo di identità. Ogni corpo, dunque, è corpo offerto, è corpo reduce: esiste per essere cannibalizzato, esiste per macelleria. Tokio Decadence, in fondo, non è letteratura: è un nuovo stato dell’umano – l’apparire, l’appetito, l’appetibile. 

Questo, per fortuna, ci strazia ancora. C’è chi fa lo scrittore per fare carriera – c’è chi non collabora allo status quo e corrode – corrompe. 

Gruppo MAGOG