22 Ottobre 2026

Quando eravamo alberi e lupi. Marcovinicio o dell’arte come magia

Un tempo, capivamo il linguaggio di tutti gli animali: l’orso ci istruiva, con ferma dolcezza, sui sentieri d’altura; il cinghiale dirimeva questioni sull’altro mondo – sapeva che il figlio del cielo è stato sotterrato vicino al fiume –; al corvo dobbiamo gli insegnamenti sui nomi degli astri e sul loro influsso sull’umore, la guerra, il successo nella caccia. Gli uomini sapevano trasformarsi – pur per un breve periodo – in trota, faina e capriolo. Come sempre, l’educazione più dura prevede: realizzare nella propria forma tutte le forme possibili. Levitare a sé – levarsi. 

Marcovinicio serba questa facoltà sciamanica – ignaro del dono che testimoniano le sue opere. Il suo bosco ha natura di fuoco: sembra una raccolta di selci, di fossili, di petroglifi. Nella foresta pietrificata ogni rumore è un richiamo – cenere significa: andirivieni con i risorti; i santi dal cuore strigide prendono casa sull’albero. I suoi camosci – istoriati secondo l’arte degli Sciti, i popoli delle steppe che stopparono l’avanzata d’oro e di sangue di Alessandro il Grande – vanno venerati: nel loro essere non si nasconde una preda, ma un predatore. Un dio si vela sempre da fuggiasco, da trafitto, da senzatetto. Nel corpo di quegli erbivori, ad esempio, ho riconosciuto il puma, l’enigmatico felide, il re delle rupi, creatura troppo complessa per stare stipata in stendardi, lenzuola ornamentali, danze. 

Ted Hughes, il grande poeta inglese, credeva nella scrittura come una razzia, come una grande caccia. In un libro aureo, Poetry in the Making, ha scritto che “la poesia è un animale. Le poesie hanno vita propria, proprio come gli animali, il che vuol dire che sono separate da qualsiasi persona, perfino dal proprio autore: nulla può essere aggiunto o tolto a una poesia senza mutilarla e forse perfino ucciderla. Le poesie hanno una certa saggezza. Conoscono qualcosa di speciale”. Ciò che Ted Hughes dice della poesia diciamolo per l’arte in generale. 

L’artista – se è grande, se non è un falso – crea la vita. I quadri galoppano, azzannano, hanno una tana – insinuano discendenti. 

Davanti ai quadri di Marcovinicio bisogna portare un’offerta votiva: una tazza di latte, un fascio di spighe, un fiore. Un bracciale. La cosa che lega e quella che scioglie. Come si fa davanti alle pietre sacre e davanti alle icone. Siamo, ormai, al di là dell’arte – che è fattura prima che fatto, magia nera: imprigiona al posto di sprigionare –: le opere di Marcovinicio evocano, invocano. 

Un critico non ha nulla da rilevare di fronte a una rivelazione – occorre vivere, ricordarsi di quando eravamo alberi e ghepardi, mangiarne: il cielo è ancora in tasca e va sguainato, come un coltello, come un ragazzo. L’opera, invece, tolte tutte le palpebre, va tenuta sulla lingua, sul palato, tra i denti – è ostia. 

*

Il puma sotto tiro parla

sono pronto a lasciare questo corpo – 
la fame non si è allontanata
non ha allentato la mia pazienza –

anche se l’essere che i miei
chiamano padre non verrà 
in mio aiuto, non lo rimprovero:

mi ha dato tutto – la roccia, l’audacia
la giustizia – è giusto che si dimentichi
di me – ora confido nel cacciatore
che mi insegue da mesi: è lui il mio
unico dio, ora – morire 

senza che me ne accorga è un privilegio
che non desidero: ho divorato la messe
degli acquazzoni, ho amato la siccità
e la solitudine, l’oasi mi ha insegnato
a schivare la pace, non ho trasgredito
dalle trame del fiume: per me non è diverso
da un uomo, la stessa ansia della foce
colloca entrambi tra gli schiavi – 

ma noi siamo creature difficili
i lunghi giorni di digiuno hanno 
complicato le nostre visioni – voi 
ci disegnate sulle corazze, sulle porte
sulle coperte che avvolgono i vostri
figli: ci credete un amuleto, l’emblema
del potere, elusivo e feroce

quanto siete distanti, come sempre
dal vero: vi basta un destriero
un’arma e una seminagione di città
per credervi dio – di noi

è vero il contrario: passiamo la vita
a contemplare la pietra e la sabbia
procreiamo per estinguerci, come
si dà fuoco a una casa per restaurarne
il sogno – al cielo cresceranno i denti
prima o poi, più volte

ci siamo spartiti il sole:
mugolava come una lepre – 
molti di noi conoscono le lingue
degli uccelli: credono così di avere 
dei complici nell’aldilà

ma la crema che cresce
sui cadaveri non è l’anima:
la si raccoglie con un cucchiaio
perché se ne nutra il pettirosso

Davide Brullo

*Le opere di Marcovinicio in copertina e nel testo s’intitolano “Kamlanie”, come l’antico rito sciamanico siberiano; provengono dalla mostra “Limes 2. Attraversare i linguaggi”, a cura di Federico Piccari e in atto presso la Fondazione 107 in Torino fino al 15 novembre. Ogni artista ha scelto un poeta/sodale ad accompagnare e consolidare la propria opera; Marcovinicio si è legato a Davide Brullo. 

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