17 Ottobre 2026

La vergogna dei sani. Cinque apocrifi

Come mi accade da oltre quarant’anni, reinvento storie e pensieri di artisti, indagando quell’arcipelago paradossale dove, per il tempo di un racconto, i morti tornano vivi e riprendono a parlare di quanto più li ha inquietati, in un tempo “altro” dal nostro. Naturalmente ogni scrittura, anche inattuale, è sempre conficcata nel nostro tempo, ma chi scrive un racconto apocrifo, raccogliendo pensieri altrui e mescolandoli ai propri, opera sempre una cura postuma ai silenzi che oppressero certe anime e trasforma il passato in un laboratorio dell’immaginazione che potrebbe soccorrere anche il presente. Da lucido medium e spudorato “fingitore”, da critico visionario, mi prendo la libertà di aggiungere “correzioni”, “sogni”, “fantasie”, “storie”, a racconti di arte e di artisti. Non mi piace lasciare, agli archivi e alle ossa, alla “vergogna dei sani”, vite che possono ancora parlarci: voglio credere che la morte non sia definitiva se ancora apre spazi a una scrittura che rende reali i fantasmi.

Marco Ercolani

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Antonio Nogueira

Da un quaderno ritrovato presso gli eredi di Orphelina Queiroz, fidanzata di Pessoa.

Lisbona, 21 gennaio 1935.

Io sono Antonio Nogueira, Fernando, e abito da sempre il tuo nome. Fernando Antonio Nogueira Pessoa: eccomi racchiuso letteralmente nel tuo nome. Non so perché ma mi hai tenuto ben distante da tutti gli altri eteronimi, da Ricardo Reis a Bernardo Soares, da Alvaro de Campos a Alberto Caeiro. Io ero diverso, per te. Da quasi 32 anni esisto (più giovane di te di almeno vent’anni): ho fatto studi di medicina, mi sono specializzato come psichiatra in dissociazioni di personalità. Appena dormi, ne approfitto e scrivo. Ma tu, del quaderno dove traccio i miei appunti, non sai quasi niente. Il segno della matita è appena visibile. So che non mi rileggi. Non mi rileggi mai.

Fernando, io parlo sempre e solo con te. Da quando sono nato. Tu ricordi le lezioni del professor Guaranos sui processi della mente? Come le ascoltavo io le ascoltavi tu (ma di me non parlavi a nessuno, talvolta a Orphelina, mai a te stesso). Guaranos parlava della mente come di una spugna che assorbe sia l’io che il mondo e li mescola nel suo tessuto poroso. Sembra una verità semplice ma lo è meno di quanto tu possa immaginare. Diceva che il confine fra io e mondo è sempre dentro l’io, ma non diceva in quale punto. Perché era e sarà sempre impossibile definire un luogo preciso.

Singolare, il mio destino, non trovi? Sono uno psichiatra nascosto nel corpo di un uomo che la società giudicherà pazzo. Ma forse proprio per questo ti sono vicinissimo. Per testimoniare che tu non lo sei, pazzo. Che hai gestito tante vite parallele perché le hai trovate infinitamente più interessanti della tua, così misera e scialba. Sei un genio segreto, Fernando. Se non fossi così segreto, chi si ricorderebbe di te? Saresti solo un impiegato originale e bizzarro, timido e impacciato, sulla soglia del disastro mentale. Ma io sono deluso. Mentre Soares può scrivere i suoi saggi e Caeiro le sue poesie, io cosa faccio? Resto dentro di teper giudicare te? Per essere io la tua rotta? Per impedirti di perdere definitivamente la ragione? Io: il tuo custode interno. Ma anche il tuo prigioniero. Gli altri eteronimi hanno un nome, una biografia, un loro destino, sognano e immaginario. Io, invece, sono un uomo che ha studiato la mente ma che non può curare nessuno essendo dentro di te, mai ricordato da te. Come faccio a lasciare il tuo corpo e il tuo nome? Ti rendi conto che, se è vero che hai costruito il teatro delle tue ombre per salvarti la vita, io, la tua prima ombra, la più sconosciuta, sono condannato a una infelicità senza rimedio? Uno psichiatra incapsulato nel corpo di un matto può anche smaniare teorie ma gli viene tolta l’unica facoltà: guarire chi soffre, uscire da sé per curare gli altri, vivere autonomo, libero. E io posso farlo? Posso davvero? Forse solo di notte, quando ti addormenti. Forse solo a notte alta, approfittando del tuo sonno pesante, potrei vagare per le strade della Lisbona vecchia invocando uno dei tanti afflitti da saudade per potergli parlare e alleviare così la sua tristezza? Che amaro destino, mio caro, unico amico, mio caro Fernando Antonio Nogueira Pessoa. Almeno, quando morrai, affidami ad altre mani. Non mettermi nel baule con i tuoi eteronimi, con gli altri tuoi intellettuali capricci di solitario. Io non sono loro. Tu lo capisci? Io non sono loro. Io sono davvero te.

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La vergogna dei sani

Dal dottor Latrèmoliére a Antonin Artaud.

30 gennaio 1945

Carissimo monsieur Artaud,

concordo con voi nell’esecrare l’orribile trattamento che è stato inflitto alla vostra mente e al vostro corpo. Ma, come voi sapete, l’uomo è un essere spaventato, oltre che spaventoso. Voi, troppo a lungo, avete retto per lui la visione dell’abisso e vi siete infognato nel problema dell’essere in modo accanito, come un condannato al rogo – ripeto le vostre parole – che fa segni attraverso le fiamme. Ma chi, fra i testimoni – non parlo dei carnefici che hanno acceso il fuoco – sarebbe in grado di spegnere quelle fiamme? Sono felice che oggi siate meno ossessionato dalle congiure e dai deliri di nascita e di morte. Sapete: la società umana, quando non capisce qualcuno dei suoi membri, lo espelle da sé con le peggiori torture. Non paga della sua morte fisica, esige che rinneghi le immagini e i pensieri che osano metterla in scacco. Nessuno di noi dimentica Giordano Bruno o Giovanna d’Arco: voi stesso lavoraste nel film di Dreyer e certo non per accusare Giovanna ma per apparire, forse unico, fra quei volti di giudici e di criminali, il giovane e pietoso monaco che vigila il dolore dell’eretica. È quella la mia parte.

Come medico e come uomo detesto gli elettroshock e cerco di ridurre il loro numero falsificando le diagnosi. Tuttavia non sono migliore degli altri psichiatri e non mi arrogo il diritto di esserlo. Se è difficile tollerare quanto voi avete tollerato, è anche difficile che si possa ammettere che esista un uomo sulla faccia della terra che abbia fatto soffrire questo a un altro uomo se non per vendicarsi della spinosa sensibilità che voi, e non lui, possedete. Voi siete sceso nella carne del vostro sentire al punto da creare voi stesso i vostri demoni. Non è una malattia essere scesi all’inferno col vostro coraggio: ma bisognava ridurvi a bestia in modo che non fosse evidente la realtà: che la vita è fuoco che assorbe la vita e ne fa scempio.

Sono molto lusingato della vostra amicizia e vorrei fare molto di più per voi che non interrompere temporaneamente questi orrendi trattamenti da mattatoio. Ma è già qualcosa, credo, potervi aiutare. Io sono legato alle istituzioni dell’uomo e allo scudo inutile della ragione. Quindi potrò essere con voi solo per pochi attimi, quelli che al poeta sono concessi per impazzire con un amico fedele. Perdiamo la ragione insieme, ma per qualche secondo soltanto, monsieur Artaud. Di più non riesco, ve lo assicuro, e ne provo vergogna come, per la vostra sofferenza, ogni essere che appartiene alla specie umana dovrebbe provare la vergogna dei sani.

Sempre vostro signor de Latremolière

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La bellezza

Alcuni frammenti di una lettera scritta da Sigmund Freud alle soglie della sua vita (1935).

Ho trascurato la bellezza, caro amico.

Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.

Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che bisognava morire a 40 anni! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.

Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare l’inspiegabile! E presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?

Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.

Era necessario, per sentirmi umano.

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Così muore mammina

Pagine rifiutate da “Mia madre, musicista, è morta” di Louis Wolfson e non confluite nel libro definitivo. Wolfson è anche autore di uno scritto teorico, “Le schizo et la langue”, amato da Gilles Deleuze.

Manhattan, Memorial Hospital, 1982.

Okay, mammina muore. Mancano poche ore all’evento. Okay okay. Ma io, cosa devo fare? A cosa devo lavorare? alla sua resurrezione? Se è possibile, combinerò qualcosa in merito. La ricordo bene, al Memorial Hospital, ridotta pelle e ossa, la camicia tirata fin sopra il sesso: la chemioterapia ha depilato, con singolare bizzarria, quell’orifizio nero che ora sembra quello di un’adolescente, quel buco d’inferno da cui sono uscito senza averlo chiesto, inaugurando la mia presenza in questo mondo di menzogne e di stupri da cui si esce solo con i piedi davanti, atomi scagliati nel vuoto.

Una madre non muore tutti i giorni, come lei centinaia di persone, su tutto il pianeta, nello stesso secondo, cessano di respirare. 407 persone, per essere esatti, su questa Terra idiota, in questo incessante obitorio. Matria mater maticka mutter, non madre: ne sopporto il nome solo in una lingua straniera. È giusto che il male guasti il bacino, scavi le mammelle, deturpi le guance: Rose, mia madre, musicista mediocre, morrà a Manhattan al Memorial Hospital per le metastasi di un mesotelioma nella notte fra martedì e mercoledì di un giorno di metà maggio del millenovecentosettantasette, in una sventurata allitterazione di m, un mmminterminabile come quello che bisbigliai nascendo e cercando il tuo nome, Rose, ma subito mi schiaffeggiarono, mi gettarono sul marmo freddo, mi accecarono con una luce bianca, lasciandomi a strillare con futuri compagni di follia. Cocciuta e instancabile, eroica e feroce, Rose; hai posseduto la casa, coltivando piante e mescolando risotti; hai cucinato e cucito, stirato e lavato senza sosta, nelle domeniche e nei giorni feriali, il sorriso disegnato dai denti duri nella bocca conquistatrice, i due piedi che battono il pavimento della cucina, due zoccoli di ferro; camminavi da padrona nei tuoi latifondi domestici, facevi sentire il tuo passo pesante e immortale, poi ti fermavi a guardare la televisione, le sue radiazioni da cancro, finché aprivi la bocca e russavi. Il sole poteva abbronzare le tue rughe, il freddo costringerti a un maglione in più, ma non c’erano pause nel tuo élan vital. Nei momenti liberi suonavi il pianoforte – musica languida, melodica, romanza da salotto. Una vita inflessibile coltiva sempre sogni deboli e figli debolissimi, dai sogni inflessibili, dalla vita sradicata. Quella vita si espone inerme al giudizio dei servi della chiesa e dello stato, che unanimi gridano allo scandalo. Ma nessuno mi punga più il culo e mi pianti gli elettrodi nella testa. Non sono uno a cui si possa sparare per strada, io sono normale, io gioco alle corse, bevo, gioco, bevo, corro, galoppo – non mi doma, non mi cavalca nessuno – stretto dal morso sbavo sangue, nitrisco…

Ti ho odiato, ma mère, per la tua cocciuta devozione alle regole di Dio e della casa, per la testarda determinazione con cui, piccola Rose, vegliasti i tuoi genitori infermi – puzzavano della loro sporca urina o del sudore delle tue ascelle? – senza spargere una lacrima. Il male ti ammazza con la stessa ostinazione con cui hai cucinato dolci, fritture e ravioli per milioni di ore. E io userò l’energia che ho ereditato da te per sognare l’eutanasia dell’universo: così eviterò il mondo che servivi e disprezzerò ciò che amavi, mandando in frantumi le tue regole di ferro. Io diventerò un pezzo di ferro, una perfetta bomba al napalm, mia cara: basterà un piccolo scatto, la sicura si abbassa e… oplà. Non ce n’è uno al mondo che odia il mondo con più gusto di me, sono un fusto, un bellimbusto, così triste e frusto: cammino per strada con il walkmen fisso alle orecchie, la musica di Tom Waits nei timpani. È un buon veleno, non c’è che dire, Tommy. E salva dal veleno del mondo che ti inquina con la merda dei fenomeni, dei suoni che non puoi evitare e dissodano con colpi di pala il tuo cadavere in permesso di vita.

Tu, Rose, odiavi che io fossi scrittore, che mi facessi chiamare Louis Wolfson: e io ho scritto perché odiavo il tuo odio, per essere vivo in uno spazio inaccessibile a te. Il lutto della tua stupida e sterminata energia, Rose, si trasformava nella miaattenzione forsennata e malinconica alla parola. Ho letto e scritto libri, costruendo un bunker a prova di madre. No, non mi farò mai una casa mia: non ti lascerò questa soddisfazione. Non abiterò un posto dove si possa supporre che io diventi madre del mio spazio: occuperò luoghi precari – ponti, bar, baracche, cantine – che mi respingeranno da sé. Anche le case non vogliono paranoici che sognano l’apocalisse. Quando esco, la voce di Tommy nella testa, traverso ponti e strade, non sento nulla, cammino murato come vivo murato nella mia stanza quando leggo, scrivo, dormo. Il mio unico interesse, mentre guardo quella gente muta che si muove davanti ai miei occhi ignorando di fare da contrappunto a una ballad di Waits, è scoprire i primi segni di corruzione su un volto o su una gamba: la mia prima curiosità è sapere come morrai, se il cancro oggi traverserà i linfonodi dell’ascella o se una nuova emorragia farà uscire il sangue dall’ombelico.

Non parlo, non avrebbe senso. La mia bocca è cucita. Il mio orecchio, invece, sente quello che vuole. Ma neppure per un istante posso udire la tua lingua: è altro quello che devo sentire: sono blues e ballads, deformate dalla voce di Tom; blues, ballads, rock songs, con cui posso camminare a occhi aperti nel mondo, senza paura, perché non sento più la lingua confusa della babele del mondo, la tua inutile lingua sterminatrice – fatta di pareti e piante, tagliatelle e crostate, abiti e pantofole. Non posso tollerare che noi possediamo una lingua comune, e che la tua edifichi strutture banali di conservazione della specie – vangelo domestico, torta alla fragola, matrimonio felice. Per questo mi muro vivo: oggi è certo l’anniversario di qualche massacro. Con la musica che mi protegge le orecchie, giro la città rumorosa e silenziosissima, senza voci umane. E, quando torno da te, mi rintano nel mio cantuccio: è un luogo pulito e proibito, lo specchio rovesciato dell’atelier polveroso di un pittore sperduto. Un cubo di libri allineati dietro una bacheca di vetro. Tu non li puoi toccare, non devi, Rose. Tu stai morendo nell’altra stanza – tu, povera pianista di banali canzoni da melodrama. E, anche se lo volessi, non potresti. Tutto è pulito, spolverato, perfetto. Non c’è bisogno di te. Non devo neppure chiudere a chiave la porta. Qui c’è un ordine metodico, paranoico, parodico. I miei libri fanno a meno di te: tutti vicini all’altro, diritti e tranquilli, senza un filo di polvere, come se non fossero mai stati letti. Eppure leggo sempre, anche quando nessun libro viene aperto, Waits mi urla nelle orecchie e io non sento le tue vere urla, nella stanza accanto – urla da mesotelioma, piccoli rantoli, il ricovero ormai prossimo, la morfina che verrà.

Un incubo mi perseguita dall’infanzia: ho davanti agli occhi un testo che non posso decifrare, è fatto di poche e insignificanti briciole, è scritto in una lingua straniera; io faccio come se leggessi, sento la tua voce chiamarmi ma non rispondo, mi immergo nel libro, non capisco più nulla, le parole si confondono le une alle altre come in una macchia nerastra, e io apro gli occhi ma non riesco a svegliarmi, non so se sto sognando, so che ho le dita nere d’inchiostro, che sono tutto nero d’inchiostro, come se mi avessero fatto un bagno in tutte le parole rimestate e vomitate dal pianeta, e qualcuno mi bisbiglia: «È stata la tua mamma». Io urlo e moltiplico gli arsenali, accumulo le bombe, faccio bene i calcoli: sono solo io il non-uomo che gestirà la piccola apocalisse di questa misera Terra che comunque, fra cinque milioni di anni, con il Sole bruciato, non esisterà più. Sono qui e metto punto fermo al pianeta infernale. Non faccio risorgere nessuno, anzi, se potessi evacuerei dalle città tutti quegli stupidi milioni di viventi!

Tumori! Tumori! Oh tu che muori! Ma forse, prima di guardare con occhi piccolissimi i piccoli insetti che tirano le cuoia nelle case e negli ospedali, bisogna guarire i cancri degli astri. Come si fa? Si tirano giù le stelle, si fanno tagli nelle comete lucenti, si suturano antichi splendori? No, mammina, non temere. Non finirò internato. Sarebbe facile, ma non accadrà. In fondo, io vivo con il salario della schizofrenia: e, appena tu non abiterai più questo pianeta, mi giocherò 386 dollari e 4 cents su House Call, alla prima corsa.

Un’ultima cosa, Rose: perché sei stata così scema? perché non hai gridato, mangiato e bevuto da scoppiare? perché, invece che farti curare da quegli stronzi dell’ospedale, non ti sei messa a correre nei campi, liberando il tuo corpo da quelle cellule deformi, come ci si scrolla da dosso un manto di diaboliche lucciole? Anche tu, come tutti i viventi, sei incapace di capire il messaggio più elementare. Non c’è più né lutto né pianto né dolore: se lo vogliamo, ma bisogna volerlo all’unisono, se proprio lo vogliamo veramente, con un unico grido, la morte smette di uccidere.

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Le Sette Regole del Silenzio

Relazione di Robert Mächler.

Baden Baden, 15 gennaio 1964.

Cari signori,

non vi ruberò troppo tempo. Il mio nome è Robert Mächler. Questa mia breve relazione nasce dalla mia lunga solidarietà con il grande scrittore Robert Walser, di cui mi onoro di aver decifrato i manoscritti e interpretato alcuni dettagli biografici. Io avevo diciannove anni (scuserete questa digressione personale, ma mi è utile per chiarirvi il senso della mia brevissima relazione) e non conoscevo affatto la sua opera quando, disgustato dalla normalità della mia famiglia (mi amavano, non mi picchiavano, erano solo buoni), me ne allontanai, mi finsi pazzo e passai un certo periodo di tempo nella Maison de Santé de Malevoz, tentando di scrivere il mio libro Come tacque Zarathustra, articolando scrupolosamente il mio suicidio perché morendo avrei salvato l’umanità. Cercavo le Sette Regole della Salvezza quando, come per incanto, leggendo avventurosamente e casualmente un libro di Robert  Walser (che oggi neppure ricordo), scoprii le Sette Regole del Silenzio – Prudenza, Segretezza, Simulazione, Sogno, Fantasticheria, Metamorfosi, Malinconia. Le scoprii intatte, perfette, indissolubili, nei criptici appunti a matita delle sue micrografie, dipanati in quel modo austero, fittissimo, fatto proprio per non dire, scritti nell’ingenuo desiderio che le sue frasi incompiute e gentili alla fine ricoprissero l’irritante e rumorosa superficie del pianeta come un lungo manto di neve, dopo una lunga notte d’inverno, ricopre l’intero paesaggio. La scrittura, liberata e indifferente, è solo una silenziosa conversazione con il proprio segreto. E Robert Walser, a cinquant’anni come io a diciannove, dopo romanzi, prose, racconti, poesie, ha finto di essere pazzo; internato prima a Waldau e poi a Herisau, ha intrecciato mitemente canestri, in silenzio, senza più pronunciare e scrivere parole, lo ha fatto perché solo così poteva servire il Grande Ordine della Struttura Chiusa e realizzare le Sette Regole del Silenzio, smettere di fare il girovago di una scrittura senza fine, essere senza più dolore l’anacoreta del nulla, approdare, infine, all’incantesimo di una neve senza suoni. Vi assicuro, signori, che Robert ha simulato la follia solo per essere più vicino alla sua mente e il più lontano possibile dal mondo. È stato prudente. Si è chiuso nel suo segreto. Ha simulato la follia trasformandosi in un matto. Ha continuato a fantasticare e sognare. È rimasto malinconico. Vedete: Prudenza, Segreto, Simulazione, Metamorfosi, Fantasticheria, Sogno, Malinconia.

Questo io ho cercato di dimostrare, interpretando la sua opera come devono fare i puri interpreti, avvicinandosi e allontanandosi dal loro oggetto, tra le sabbie mobili e il cielo puro. Il fuoco arde con maggiore precisione se al suo interprete è concesso di non accostarsi troppo alle fiamme, consumando così tutto l’enigma. Di tante, troppe ceneri sono pieni i cimiteri della critica tradizionale, attenta più alle tracce dei libri che alle anime degli scrittori.

Direi che non ho nulla da aggiungere.

Lascio tutto lo spazio ai (veri?) interpreti che vi parleranno dell’opera (opera?) walseriana.

Io torno a casa per trovare la Grande Regola della Salvezza con la quale potrò, finalmente, far quadrare il Magico Cerchio dell’Umanità. Solo chi scorge i contorni di questo cerchio riesce a vedere, intera e perfetta, l’ombra del suo corpo, e non ha più bisogno di nulla.

Vostro Robert Mächler

Gruppo MAGOG