08 Ottobre 2026

“Gli angeli si sono innamorati di me”. Rumi, il sapiente poeta

Forse dico un’eresia – dice Guidalberto Bormolini – ma preferisco Rumi a Dante. Nel borgo – a qualche chilometro di alberi, botri boschi e vie sterrate da Barberino del Mugello – le stelle ululano, gli umani sciamano, il silenzio benda ogni cosa. Che scoperta: l’assoluto non si intenerisce in classifiche e tutto è bene se aiuta a intrufolarsi nel Tutto. Più tardi – o forse prima: anche il tempo, alla giusta tosatura, è agnello e vipera, bela e sfugge alle lancette tagliagole – Bormolini racconta, a mistici cenni, dei suoi viaggi in Iran, vagabondo tra vagabondi. Fu tra i sufi. 

Forse Guidalberto intendeva questo: Dante, il poeta più potente di sempre, compie il viaggio verso Dio per tornare all’uomo. Infine, la Commedia è omerica e virgiliana prima che biblica. La purificazione è necessaria per scoprire il vero uomo. L’uomo perfetto a cui tende Rumi – al-Insān al-Kāmil –, invece, è totalmente proiettato in Dio. I versi di Rumi smagano: formule sciamaniche che ci inabissano nell’Altro – e se non tornassimo più indietro? Il rischio è palpabile. È vero: anche Dante sviene durante il viaggio, vaga disorientato, dimostra l’impossibilità del linguaggio nel dire l’indicibile – in Rumi la poesia, la letteratura, è mera crisalide, guscio verbale, in virtù di sacro balbettio.

La quarta di una vecchia edizione delle Poesie mistiche di Rumi – Bur, millennio scorso, 12mila lire – promette al lettore “una delle più profonde esperienze spirituali che sia possibile immaginare, quale la letteratura occidentale – nemmeno Jacopone o Giovanni della Croce o santa Teresa – non sa presentargli”. In Rumi, la mistica islamica – rappresentata da Attar e da Ibn Arabi, che idealmente lo consacrano alla grande cerca di Dio – diventa smarrimento, ebbrezza, divina follia:

“Lascia ogni ipocrita astuzia, o amante, diventa pazzo, diventa pazzo!
Entra nel mezzo del fuoco, diventa falena, diventa falena!

Rendi te stesso estraneo, distruggi la casa,
e poi vieni e, con gli amanti, dividi la casa, dividi la casa!”

La follia d’amore è l’esperienza conoscitiva essenziale: sul confine tra folgore e frainteso, tra cecità e inciampo, tra miracolo e miraggio. Allo stesso modo, la sapienza, per i Greci, è presieduta da Dioniso – emblema della follia erotica – e da Apollo, il dio “dell’invasamento, della follia”, della “follia poetica”, così che si può davvero dire che “la follia è la matrice della sapienza” (così Giorgio Colli in: La nascita della filosofia, Adelphi, 1975).  “Stoltezza in Cristo”, direbbe san Paolo, sapienziale follia, dacché “l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle” (1 Cor2, 14).

Shams-i Tabriz, l’enigmatico maestro di Rumi, d’altronde, è definito come “uno di quei tipici dervisci vaganti, simili per certi versi agli jurodivyj russi, un ‘pazzo sacro’ di indiscutibile fascino” (Alessandro Bausani). In questa visione, la poesia è l’arma decisiva per approcciare l’Assoluto: da un lato, levitando nel linguaggio, forzando la lingua nell’enigma, esaurendone gli intagli retorici; dall’altro come formulario in grado di annientare ogni lingua, di scomparire cantando, di eccellere in esuberanza. Il punto – grosso modo – è tornare alla lingua originaria: stringa sonora che tiene insieme albero e bestia, uomo e Dio. Il linguaggio ordinario – la comunicazione, la ‘scienza’ del linguaggio – è schiavo del superficiale, del mondano, dell’apparente, del ‘fenomeno’. Il linguaggio del mondo usura e ‘misura’ – non sa attendere lo smisurato – ‘chiama’ ormai incapace di udire il ‘richiamo’ che le cose distillano. Spossessato di tutto, crede così l’uomo di impossessarsi del creato. 

Rumi, il massimo mistico di ogni tempo, visse su questa terra nel XIII secolo; nacque a Balkh, nell’attuale Afghanistan. “Un mistico non ama parlar troppo della propria vita storica e visibile su questa terra”: attacca così Bausani introducendo le Poesie mistiche di Rumi. Già. Questa terra non è l’esilio, ma il punto in cui auscultare con nitidezza la voce dell’Amato. A questo siamo chiamati – obbedire al divino, mi dice un amico ritrovato, al bar. Gli altri ci dicano pazzi – li porteremo con noi, comunque. 

Le traduzioni in calce all’articolo – per variare sul noto – provengono da: Love is my Savior. The Arabic Poems of Rumi, a cura di Nesreen Akhatarkhavari e Anthony A. Lee, Michigan State University Press, 2016. I cardini della poesia mistica – il vino e l’amore inebriante, l’assenza e l’alcova, il viaggio dell’anima e il Giorno dei Giorni – calano nel meraviglioso, atterriscono. Da questa cecità usciamo benedetti. 

***

Amico, la Bellezza mi ha rubato il cuore
me l’ha rubato! La Voce ha purificato la mia anima. 
Non sei anche tu uno di quelli che cerca
l’immortalità con la musica? Alzati! Egli
viene a te – Egli viene! Guarda! La luna è piena
e i tuoi occhi ne bevono a sazietà. 
Sono felice perché la sua Bellezza mi colma;
sono felice perché sulla sua fronte sono impressi
i segni dell’amore e della luce. Sembra che mi abbia
annegato nel vino; che il suo viso abbia compiuto
il miracolo. La sua luce mi ha trafitto il cuore

ora sono puro – sono puro. 

*

Giuro sull’uomo che mai mente:
mi innamorai degli angeli, gli angeli
s’innamorarono di me – erano folli
d’amore – anch’io lo ero. Mi legai a loro 
fino al risveglio. Ho afferrato la grazia
di Dio – l’ho presa prima che me la
rubassero. Ho guardato nel cuore e ho
compreso il mistero di Dio. Benedetti 
gli occhi che mi hanno setacciato. 
Sarei morto ma Egli inviò la Sua pietà. 
Fuggii e mi braccarono – ho timore di Dio
e non dico il peccato che mi ha formato. 
Non fuggire! CercaLo nella tua anima:

Egli serve il vino e dona il pane. 

*

Tu che svergogni la luna piena
irradia su di me la tua viva luce. 
Tu che immergi l’anima nel vino
ubriacami, che mi smarrisca. 
Non fermarti! Dammi tutto il vino
che ti chiedo: saremo fratelli 
in ebbrezza, gareggeremo nell’estasi.
Sono così ebbro che non ricordo
il tuo nome – non riconosco il tuo viso. 
Il mistero si pasce di me, il vino

mi eleva dall’ira e dalla miseria. 

*

Mi hai lasciato ancora: un occhio
ha sciolto le lacrime; l’altro 
le ha trattenute. Mi sono vendicato
di quell’arido avaro: quando 
ti ho rivisto, l’ho tenuto chiuso. 

*

Inabissami nel vivo – vieni, preghiamo!
Colma la mia coppa, oggi è vuota. 
Il mio corpo è la tazza, il tuo viso il vino. 
Pura bellezza, lo splendore di Dio che si svela!
L’amante che ti ha conosciuto per un istante
morirà di malinconia quando te ne andrai. 
Luna: ti ho vista e sono morto con dolcezza. 
Sei il mio rifugio contro la sventura. 
Quando canti il tuo amore, s’intonano
a quel ritmo i rapaci che ho nel cuore. 
Bevo le tue sacre impronte, l’anima

è purificata dalla tua grazia.  

*

Nomadi del Paradiso, questo è il mio dire. 
Venite, bevete del mio vino: che la tromba ululi. 
Le sante vergini rispendono: divorano il mio
cuore, hanno rapito la mia luce. Giorno e notte
si fondono – la luna si issa a mezzogiorno 
e annienta il sole. Scortato dalle sue ragazze
Egli è entrato – è restato con me. Mille lune
lo inghirlandano e addolciscono la terra:
ha illuminato la mia radice oscura. 
Il chiaro di luna mi rende ubriaco – è lei 

che colma i miei desideri con il dono.  

*

Tu vedi ciò che mi è precluso.
Guardami. La vita mi è in grembo
la morte mi siede al fianco. 
Se mi scegli, benedizione mi scioglie
se mi scarti si scardina l’anima. 
Sei il lampo che acceca
sei il pensiero che porta pericolo.
Dio generoso – Tu sei qui
e fissi il mio orgoglio. 
Mio abisso – mia salvezza. 

*

Eri il fulmine o l’incendio?
Mi hai abbandonato e ora non ho
casa – ti venero ma è veleno il vino. 
Forse questa è la grazia – forse 
ho l’anima moribonda. 
Pentirsi del peccato è un peccato. 
Se sei il salvatore è questa
la salvezza? La ragione latra:
“Non lasciare la retta via – morirai!”
Ma è la morte ciò che davvero desidero. 

*

Buone notizie: abbiamo creduto nella primavera
ed è arrivata – il mio unico amore è sulla soglia
e sorride. Siamo puri – siamo grati – vieni! 
Bevi in compagnia dell’Amato. 
Buone notizie: Egli è qui, è in casa mia. 
Se vuoi la vera ricchezza, elargirà gioielli. 
Vieni. Nuota in questo oceano infinito. 

*

Non ho bisogno di scala per ascendere
al cielo: il dolore non mi troverà
la sofferenza non può offuscare il nostro
amore verticale. I giorni ci hanno separato
ma il mio cuore è tuo. Il mio cuore è docile
quando l’amore è appena arato – urla
quando mi devo separare da te. Ti amo 
continuamente – continuamente 
ho sete di te. L’anima torna nei luoghi
in cui ti ho incontrata – un amore così
forte è forse un peccato? Qualcuno dice
che adoro un idolo, che una volpe
piscia sul mio dio di pietra – nessuna 
volpe: è una rissa di angeli conigli quella 
che orna il nostro amore. 

*

Hai visto il gioiello che folgorava nel mio cuore?
Mille fiumi ci separavano, ma Lui è apparso
e ha gettato il Giorno – ha scosso la polvere
e ha ridestato i morti. Cadaveri: risorgete per 
ammirare il Giorno che atterra e atterrisce. 
Gettate via i libri dei dotti – alzatevi! correte! 
Arate nuovi significati nella Legge. 
Lui è la bilancia: pesa l’imperfezione.
Lui è la grazia: sguainate la risata. 
Dio cela il peccato e perdona ogni cosa. 
Sia lode alla giustizia: ha rimosso tutti i veli
e tutto ciò che vedete, ora, ha il manto

dello stupore. 

Gruppo MAGOG