Scriveva poesie “sul bambù, sul legno, sulle pietre e sulle pareti rocciose che chiamava casa”. Il dettaglio definisce l’indole – un poeta non si fa domare dal libro. I suoi versi, in fuga dalla fugacità, si mescolano agli elementi: sapranno sopravvivere alla pioggia, al muschio, al vento, all’usura?
Scrivere nei luoghi inaccessibili, dove la parola è un pioniere. Scrivere per le trote e per le faine, per i cervi e per gli scarabei. Scrivere con la leggerezza delle nuvole e la voluttà dei lupi. Poesie-casa, poesie-ricovero per gli scarsi vagabondi di montagna. Poesie sorgive. Poesia come pane, come lume.
Di Hanshan, il leggendario “Montagna Gelida”, probabilmente vissuto nel IX secolo, non si sa altro: un nugolo di iscrizioni disseminate lungo le rupi del Tiantai, in Cina, la catena sacra ai taoisti e ai buddisti. Grafia rugiada. Di oltre seicento poesie, ne abbiamo, come nobile residuo, trecento. Leggendole in filigrana si ottiene, per somma di ombre, una sorta di nocciolo biografico. Hanshan aveva moglie, figlio e una piccola casa in montagna; litigò con i parenti, cominciò un solitario percorso ascetico. Praticava l’eremitaggio. Fin da ragazzo, leggeva molto – fantasticava mirando i geroglifici delle nubi, draghi alfabetici. I cliché di cui è ammantata l’agiografia tipica di un monaco – povertà, solitudine, sprezzatura, humour nero, saggezza ritenuta dai più follia – trovano in Hanshan nuovo nerbo: egli è un anti-maestro, scrive disprezzando le norme (per questo, è alieno ai canoni e ai fasti della poesia classica cinese Tang e Song), alterna l’umiliazione alla sacra ira – rifugge l’umano, vive tra le grotte.
La sola testimonianza che un uomo di nome Hanshan sia realmente vissuto la dobbiamo a Lüqiu Yin. Fu lui, prefetto della provincia di T’ai, a raccogliere i versi sopravvissuti di Hanshan, colto da soprassalto mistico, e a pitturarne la leggenda.
“Nessuno sa chi sia Hanshan. Alcuni anziani che lo hanno conosciuto lo descrivono come un povero, uno stravagante. Viveva a settanta li dal distretto di T’ang-hsing, nel Tientai, in un luogo chiamato Montagna Gelida. Spesso scendeva al tempio Kuo-ch’ing. Lì viveva Shide, il suo amico: serbava per lui degli avanzi di cibo in un tubo di bambù. Hanshan li prendeva, gridava, rideva, tornava in montagna… Aveva l’aspetto di un vagabondo, il corpo e il viso segnato dalle intemperie. Eppure, in ogni parola che pronunciava, ad ascoltarla con dedizione, si celava un significato in armonia con i principi sottili delle cose. Tutto ciò che diceva nascondeva segreti profondi e arcani. Indossava un cappello di corteccia di betulla, abiti stracciati, sandali di legno. È così che gli uomini illuminati celano le proprie tracce: unificando le categorie, fondendo le cose tra di loro”.
Lüqiu Yin organizzò una spedizione per rintracciare Hanshan. Un giorno – così racconta – andò a visitare il tempio Kuo-ch’ing. Ormai in disastro, l’edificio ospitava spesso “una tigre, che ruggiva”. I corridoi del tempio erano griffati dai graffi e dalle zampate del felino. Nell’antica cucina del tempio, davanti al focolare, il prefetto Lüqiu Yin vide l’ombra di Hanshan e dell’amico, Shide. Ridevano. Naturalmente, i due si dileguarono all’istante. Di Hanshan – ritiratosi tra le grotte della Montagna Gelida – non si udì che l’eco di una risata, “non potei più seguirlo – svanì”.
In molti mettono in dubbio la testimonianza di Lüqiu Yin, un uomo che probabilmente non è mai esistito.

La storia – dai rilievi borgesiani: poesie che fluttuano sul nulla; ombra di un’ombra; bibliografia fogliame; uomini ammantati di inesistenza e anonimato – è affascinante: Hanshan, con intrepida capacità di penetrazione, è il santo della poesia cinese. Un poeta anonimo, velato di fiabe, non fa che mettere in evidenza l’insensatezza del nostro nome, della nostra richiesta di ‘riconoscibilità’.
La poesia di Hanshan ha trovato terra fertile nel mondo anglofono. Arthur Waley, mitico orientalista amico di Ezra Pound, affiliato al Bloomsbury Group capitanato da Virginia Woolf – la sua traduzione del Genji Monogatari è stata per molti anni la sola disponibile in Italia –, ha tradotto una manciata di poesie di Hanshan sulla rivista “Encounter”, nel 1954. Il suo suggerimento intriga:
“Montagna Gelida indica uno stato d’animo più che un luogo fisico. È su tale concezione, come quella del ‘tesoro nascosto’ – il Buddha da rintracciare dentro la ‘casa’ del proprio cuore più che all’esterno – che si fonda la mistica di queste poesie”.
Il ‘successo’ di Hanshan negli Usa si deve soprattutto a Gary Snyder, poeta legato ai Beat, sodale di Kerouac e di Ginsberg, ritiratosi per un pezzo in Giappone e in Cina a scalare montagne, pescare e scrivere poesie, sopravvivendo alla civiltà. La prima edizione dei Could Mountain Poems esce nel 1958 sulla “Evergreen Review”: Snyder ha ventotto anni; aveva studiato buddismo Zen con Alan Watts, si era da poco trasferito in Giappone.
“Per chi non conosce l’Asia orientale, queste poesie toccano le corde dell’anima non tanto per l’evocazione di un’ideale eremitico e per la predilezione dell’ascesi solitaria, ma per il rifiuto gaudente del materialismo e il piacere assoluto di vivere nel vasto mondo ‘con il cielo come coperta’, consapevoli di condurre un’esistenza distante dai valori condivisi dalla maggioranza della gente”.
Gary Snyder
Gli esperti dicono che la traduzione più bella in lingua inglese delle poesie di Hanshan si debba a Burton Watson: le sue versioni di Saigyo, Ryokan e Du Fu – traduceva con agio dal cinese e dal giapponese – hanno fatto scuola. A suo dire, il canzoniere di Hanshan è la “vertiginosa cronaca di una ricerca spirituale – a volte ricompensata da istanti di meraviglia, altre funestata da cupa solitudine e disperazione”. Dalle sue traduzioni – in: Cold Mountain. 100 poems by the T’ang poet Han-shan, Columbia University Press, 1970 – è tratta l’antologia in calce all’articolo. Quest’anno – a testimoniare l’imperituro ‘successo’ di Hanshan, il poeta sparito in una grotta – la mitica casa New Directions ha pubblicato come Cold Mountain Zen una raccolta di testi di Hanshan, tradotta da Hiroaki Sato, già amico di Gary Snyder e di Burton Watson e traduttore di Basho e di Mishima. Alcuni poeti hanno la forma di una torcia: passano di mano in mano – infiammano.
Dell’opera di Hanshan, ribattezzato Montagna Fredda, esiste anche una parziale traduzione italiana a cura di Anna Bujatti, uscita per Tararà nel 2013. La casa editrice sorta a Verbania, sul Lago Maggiore, alle pendici della Val Grande, la zona boschiva più selvaggia – e affascinante – d’Italia, mi sembra il luogo ideale per Hanshan. A lettura terminata, non si può che finire tra vasti orizzonti montani, a scrivere sulla cervice dei fiumi. Lì la ruvidezza della roccia è pari a quella del cielo. Chi sa, sa cosa intendo.

***
Montagna Gelida
Mio padre e mia madre mi hanno dato da vivere:
non devo invidiare gli averi altrui –
clang, clang: mia moglie è al telaio
ciarla, ciarla mentre mio figlio gioca.
Batto le mani, incito i petali.
Ho le mani sotto al mento, ascolto gli uccelli
cantare: chi loderà il mio metodo?
Beh, ogni tanto passa di qui un boscaiolo.
*
Una capanna dal tetto di paglia è la mia dimora
scarsità di carrozze e cavalli davanti al cancello:
la quiete del bosco convince gli uccelli a nidificare
i fiumi sono grossi e ricchi di pesce.
Raccolgo frutti selvatici con mio figlio
coltivo i campi sul pendio con mia moglie.
Cosa possiedo? Un letto colmo di libri.
*
Stanotte, in sogno, sono tornato nella
vecchia casa: mia moglie tesseva al telaio.
Teneva la navetta in mano, assorta tra cupi
pensieri, come se non sapesse più sollevarla.
L’ho chiamata. Si è voltata. Occhi vuoti. Occhi
cavi. Non mi ha riconosciuto. Siamo separati
da così tanto tempo: i capelli hanno
perso il colore di allora.
*
Laceri cercatori gemono
stremati dalla fame e dal freddo:
senza lavoro, nostra gioia è la poesia
scriviamo consumando la mente.
Chi mai leggerà i libri di tali uomini?
Risparmiate i lamenti, vi prego:
se incidessimo i nostri versi sui biscotti
i cani selvaggi non oserebbero rosicchiarli.
*
Ieri ho visto gli alberi lungo il fiume:
soltanto due o tre tronchi sono ancora
in piedi, sfregiati da mille asce.
Il gelo strappa le foglie gialle
la corrente del fiume smuove
le radici residue. Ecco il destino
che attende ogni essere vivente
perché dunque maledire Terra e Cielo?

*
Vuoi un’immagine sulla vita e sulla morte?
Sono come l’acqua e il ghiaccio.
L’acqua si solidifica in ghiaccio;
Il ghiaccio si scioglie in acqua.
Chi è morto torna in vita
chi nasce morirà.
Acqua e ghiaccio sono la stessa cosa:
vita e morte sono entrambe un bene.
*
Gli uomini d’oggi arano una via tra le nubi.
Ma la via tra le nubi è scura e senza segni.
Le montagne sono alte, ripide, rocciose;
nelle valli il sole splende di rado.
Cime verdi di fronte, nubi bianche
ovunque, da Ovest a Est. Vuoi
sapere dov’è il sentiero per le nuvole?
Eccolo: nel cuore del Vuoto!
*
È venuto uno a criticare il maestro Montagna
Gelida: “Le tue poesie sono insensate!”
“Mi attengo a ciò che dicono gi antichi”, dico:
“non mi vergogno di essere povero e umile”.
Si è messo a ridere e ha risposto
“Continui con queste idiozie…”
Amico mio, continua a essere ciò
che sei, che il denaro sia tutta la tua vita!
*
Sulla Gelida Montagna vive un nudo
insetto: corpo bianco, cranio nero.
Tra le braccia, due libri:
uno è “La Via”, l’altro “Il Potere”.
In casa non si cura dei fornelli
non ha vestiti per il viaggio.
Con sé ha soltanto la spada della Verità
per abbattere i ladri del desiderio insensato
*
Un giorno sono giunto sulla Gelida Montagna:
ho indugiato quassù per trent’anni.
Ieri sono andato a trovare parenti e amici:
più della metà erano già alle Gialle Sorgenti.
La vita svanisce come il balbettio di una lampada
scorre come un fiume che non ha posa.
Stamattina ho fissato la mia ombra:
senza accorgermene, ho pianto.
*
Mi è capitato di far visita a un illustre maestro
che abita tra i monti avvolti dalla nebbia.
Mentre mi indicava la via per il ritorno
la luna ha gettato la sua luce.
*
Oggi mi sono seduto di fronte alla rupe.
Sono rimasto lì a lungo finché la nebbia
non si è diradata: un filo d’acqua scorre
gelido; per chilometri si elevano le vette.
Nuvole bianche – l’immobile luce del mattino;
la luna, lampada della notte, mostra il collo.
Il corpo è libero da polvere e da prove.
Quali affanni potrebbero turbarmi?
*
Sono ebbro ogni giorno
ma gli anni passano senza arrestarsi.
Quando sarò sepolto nel prato
splenderà nera la luna.
Quando le ossa e la carne marciranno
e lo spirito finirà per svanire
anche se avessi mascelle in grado
di spezzare il ferro, come potrei
intonare le scritture?
*
I saggi mi schivano
ma non mi alleo ai folli.
Non sono né saggio né folle:
che nessuno mi segua.
Quando cala la notte
isso un canto alla luna;
all’alba ballo con le nubi.
Come potrei frenare voce e mani
restando immobile come un bastone
dai grigi capelli scarmigliati?